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ANTROPOLOGIA ALPINA

martedì 31 gennaio 2012




Le regole di un ambiente difficile come quello alpino hanno richiesto all'uomo, nel corso dei secoli, risposte adattive specifiche per poter gestire le risorse disponibili. Trovandosi in luoghi scarsamente produttivi, le co­munità più isolate hanno dovuto aprirsi all'esterno per trovare risposta ai propri bisogni, e non soltanto a quelli primari. Questa apertura si è con­ cretizzata negli scambi e nell'emigrazione stagionale o temporanea, come scrive Paolo Sibilla: «In area alpina, forse in misura più evidente che altro­ve, si realizzarono, nel lungo periodo, condizioni per le quali delle micro­ aree situate a ridosso di opposti versanti furono protagoniste di scambi e contatti culturali continui. Al di là delle costruzioni identitarie, ciò fa rite­nere come sia impossibile sostenere che le singole comunità abbiano avuto origini autonome e definite, poiché alla base di queste formazioni c'è il me­ticciato, la mescolanza, l'indefinitezza» (SIBILLA, 2004, p. 15). Niente di più lontano, dunque, dall'idea di isolamento, "purezza" e immobilità che trop­po a lungo, come vedremo, ha caratterizzato le rappresentazioni dell'am­biente alpino.


Gli abitanti della montagna sono andati perfezionando l'equilibrio con il proprio ambiente naturale fino ad oggi, sopravvivendo, come scrive Gio­vanni Kezich «come per incanto anche all'avvento della modernità, al boom economico dei fondovalle, allo spopolamento e, non ultimo, alla contesta­zione» (KEZlcH, 1999, p. 25).
Quando l'antropologia culturale, a inizio Novecento, si accorse delle Alpi, già da tempo viaggiatori, scrittori e pittori avevano "scoperto" questo ambiente dai tratti affascinanti e misteriosi. Le loro osservazioni, in cui spesso il pregiudizio si fondeva con l'immaginazione, si rivelarono un utile materiale per le successive riflessioni dell'antropologia e dell'etnologia.

Questi viaggiatori, parallelamente agli esploratori degli oceani e dei mondi esotici, individuavano nel "buon montanaro", l'equivalente europeo del "buon selvaggio" che, sano e felice, incarnava la purezza originaria con­trapposta alla vita artificiale, smodata e corrotta dell'uomo cittadino che si era allontanato dalla natura (VIAZZO, 2003).
Bisogna attendere la seconda metà del Novencento per trovare i primi studi etnografici, scientificamente fondati, dedicati al mondo alpino che mettono in relazione i fattori tradizionali con le dinamiche del cambiamen­to. I primi tentativi antropologici di descrizione del mondo alpino presen­tano, però, le Alpi ancora come «marginali rispetto al resto della società eu­ropea e caratterizzate da tratti ritenuti "primitivi". Le Alpi apparivano allostesso tempo vicine e remote, e questa ambigua collocazione spiega perché l'antropologia alpina si sia di conseguenza trovata sin dai suoi inizi sospesa tra esotismo e domesticità» (Ibid., p. 168). Queste immagini discordanti del mondo alpino, costruite da osservatori esterni, sono state nel tempo inte­riorizzate dagli abitanti diventando autorappresentazioni con conseguenze di varia portata sia a livello identiario sia a livello di sviluppo del territorio. li cosiddetto "paradigma revisionista" che libera le Alpi dall'etichetta di "museo ergologico", isolato e immobile dal punto di vista economico, sociale e culturale, inizia a produrre i suoi frutti in ambito antropologico so­prattutto a partire dagli anni Ottanta del Novecento. Nel 1989 Pier Paolo Viazzo pubblica Upland communities. Environment, population and social ructure in the Alps since the sixteenth century per la Cambridge University Press, tradotto l'anno successivo in italiano con il titolo Comunità alpine.
Ambiente, popolazione, struttura sociale nelle Alpi dal XVI secolo ad oggi. il volume, diventato un caposaldo degli studi di antropologia alpina e di de­mografia storica, è riconosciuto come una sorta di manifesto del paradigma revisionista, che mette in discussione l'immagine delle società alpine come isolate, arretrate e analfabete l.
Già tra gli anni Sessanta e Settanta alcuni studiosi sociali avevano in­trapreso pionieristiche ricerche in area alpina. Nel 1959 Robert Burns Jr.
pubblica il suo primo saggio su Saint-Vran; all'inizio degli anni Sessanta Eric Wolf è impegnato nella Val di Non in una ricerca con John Cole che verrà pubblicata nel 1974 (tradotta in italiano nel 1994 a cura del Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina di San Michele all'Adige con il ti­tolo La frontiera nascosta. Ecologia ed etnicitàfra Trentino e Sudtirolo). L'in­dagine, incentrata sui villaggi di Tret e St. Felix, è oggi considerata un clas­sico dell'antropologia alpina, anche per la lettura che gli autori fanno delconcetto di comunità, aperto e modellato da forze esterne. Come scrive Giovanni Kezich: «Non è una presunta "cultura alpina" come dato unita­rio ad interessare in questa fase gli antropologi, ma è semmai proprio 1'op­posto, ovvero la capacità di un medesimo ambiente, in determinate circo­stanze storiche, di dare albergo a culture diverse - a lingue, tradizioni giu­ridiche, talora religioni diverse - che ce ne restituiscono immagini antro­pizzate anche ampiamente diversificate» (KEZICH, 1999, p. 27).
Nel 1974 John Friedl dà alle stampe il suo studio su Kippel (Kippel: a Changing Village in the Alps), mentre nel 1975 l'università di Berkeley pub­blica la monografia di Daniela Weinberg sul villaggio svizzero di Bruson (Peasant Wisdom. Cultural adaptation in a Swiss Village).
In Italia, gli anni Ottanta si aprono con la pubblicazione della mono­grafia di Paolo Sibilla sulla comunità walser di Rimella (Una comunità wal­ser delle Alpi. Strutture tradizionali e processi culturali, 1980). Nello stesso anno Giuliana Sellan dà alle stampe un volume dedicato alla figura femmi­nile, tema ancora quasi del tutto inesplorato: Donne nubili e donne sposate. Condizione e ruolo della donna in una comunità di lingua tedesca del Trenti­no (Cleup).
Nel 1981 Robert Netting pubblica per la Cambridge University Press Balancing on Alp. Ecological change and continuity in a Swiss mountain com­munity (tradotto in italiano nel 1996 con il titolo In equilibrio sopra un'alpe. Continuità e mutamento nel!'ecologia di una comunità alpina nel Vallese). Come scrive Pier Paolo Viazzo, il volume «lasciava intravedere un'inattesa tendenza dei sistemi demografici alpini a mantenersi in equilibrio a livelli di bassa pressione, senza dar luogo a forti eccedenze di natalità e calibrando finemente la popolazione alle risorse» (VIAZZO, 2001, p. 339). Una vera e propria scoperta, dunque, che rivalutava le strategie demografiche alpine fino ad allora considerate  "primitive". Anche dal punto di vista metodolo­ico, l'approccio di Netting, che univa etnografia a ricerche d'archivio e uti­lizzava gli strumenti della demografia storica, dava inizio ad un nuovo mo­do di guardare alle Alpi da parte degli antropologi.
Intanto, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, il Laborato­rio Etnografico per l'Italia Nord-Occidentale, diretto a Torino da Gian Luigi Bravo, aveva avviato una minuziosa mappatura del panorama festivo e rituale piemontese collegando la riproposta delle feste in ambiente rura­le, compreso quello alpino, alla complessa ricostruzione identitaria post-in­dustrializzazione e al proceso di "tradizionalizzazione della modernità" (GALLINO, 1984, p. 8). li primo resoconto delle ricerche sul campo viene pubblicato nel 1981 (Festa e lavoro nella montagna torinese e a Torino), a cui segue, nel 1984, Festa contadina e società complessa.

Nel 1984 appare anche il volume di Adriana Destro L'ultima genera­zione. Con fini materiali e simbolici di una comunità delle Alpi Marittime, in­centrato su Festiona, nella valle cuneese della Stura di Demonte, mentre nel 19871'University of Toronto Press pubblica A negotiated world. Three cen­turies of change in a France Alpine community di Harriet Rosenberg, allieva di Wolf, che ricostruisce la storia del villaggio delfinate di Abriès (tradotto in italiano nel 2000).

La fine degli anni Ottanta, con la pubblicazione di Comunità alpine di Viazzo, segna, come detto, una sorta di sparuacque che dà nuovo vigore agli studi sociali in area alpina. Come egli stesso scrive: «li libro che ne era venuto fuori, nel 1989, faceva il bilancio di una stagione di studi antropo­logici e storici inconsuetamente intensa e fruttuosa che aveva imposto una profonda revisione dell'immagine canonica della società alpina. Questi stu­di avevano infatti rivelato che le popolazioni montane riuscivano molto spesso a mantenere un sorprendente equilibrio con le risorse locali, che l'emigrazione non era dunque una fuga disordinata dalla miseria e dal so­vrapopolamento, e che le comunità alpine erano state assai meno chiuse e isolate (economicamente e culturalmente) di quanto si fosse in preèedenza supposto» (VIAZZO, 2001, p. 13).

Nell'ultimo ventennio, a partire dalla Convenzione delle Alpi (1991), la regione alpina ha visto riconosciuta la sua centralità nel panorama eu­ropeo (anche se a metà degli anni Novanta Giovanni Kezich lamentavaancora uno sguardo che identificava le Alpi come "periferia impervia del­la società europea" e "soffitta d'Europa"). «La vecchia Europa - scrive Annibale Salsa - attraverso le Alpi si trova di fronte all'occasione storica di riappropriarsi di quel ruolo attivo di saldatura fra genti, lingue, cultu­re diverse che in passato già possedeva e che la modernità ed il pensiero unico ad essa funzionale le hanno sottratto. Per recuperare tale ruolo, la rivisitazione della storia delle Alpi ed il suo ripensamento critico all'in­terno del nuovo scenario europeo e mondiale diventano indifferibili» (SALSA, 2007, p. 115).

Tra i contributi scientifici apparsi in questi anni, mi limito a ricordare solo quelli che ho definito, nel titolo della mia relazione, appartenenti alla "scuola torinese". Nel 1995 Paolo Sibilla pubblica per UTET il primo vo­lume dedicato alla comunità valdostana di La Thuile (La Thuile. Vita e cul­tura in una comunità valdostana), al quale segue nel 2004 il secondo volume La Thuile in Valle d'Aosta. Una comunità alpina fra tradizione e modernità (Olschki). I due saggi sono frutto di un'accurata indagine che unisce docu­ mentazione archivistica e fonti orali svoltasi, con tempi e modalità diverse, a partire dal 1967. La storia di La Thuile, ripercorsa dal XVII secolo ad oggi, si inserisce nella macro-storia dell'area alpina occidentale, risultando essere un caso emblematico per i mutamenti economici e socioculturali av­venuti. 

La prospettiva diacronica e gli apporti multidisciplinari (antropolo­gici, storici, sociologici, economici) hanno permesso di descrivere un ampio sistema di relazioni aperto verso l'esterno e al cambiamento. L'economia è data come una variabile indipendente nella trasformazione, un aspetto im­prescindibile dello studio di comunità. Secondo l'analisi di Sibilla, tre mo­menti socioeconomici hanno caratterizzato la storia di La Thuile: un primo periodo in cui prevale l'attività agro-pastorale, un secondo contrassegnato dall'attività mineraria, un terzo segnato dall'iniziativa turistica legata al ter­ziario avanzato. Le diverse fasi produttive portano a modificazioni degli equilibri sociali e del rapporto uomo/territorio. Inoltre La Thuile, una de­cina di frazioni sull'antica via che porta al valico del Piccolo San Bernardo, per la sua posizione geografica, è un territorio di confine. La storia del valico è la storia delle migrazioni e dei transiti, delle relazioni più che delle separazioni tra genti di montagna, dei lavori stagionali, dei pellegrinaggi, delle guerre. Un altro contributo di ricercatori torinesi appare nel 2001 quando Marco Aime, Stefano Allovio e Pier Paolo Viazzo pubblicano i risultati di una ricerca condotta a Roaschia, in Valle Gesso. li volume è intitolato Sa­persi muovere. I pastori transumanti di Roaschia. Gli autori, impegnati in un lungo lavoro di ricerca multisituata, superano l'approccio dei classici studi di comunità per ricostruire gli spostamenti stagionali delle famiglie di pa­stori transumanti fino alle colline del Monferrato, ricomponendo la fitta re­te di contatti intessuta all'interno e all'esterno del paese. Lo studio mette in evidenza come il termine "comunità" debba essere riletto nelle sue com­plesse' articolazioni, superando l'approccio di Robert Redfield che negli an­ni Cinquanta del Novecento l'aveva definito come un insieme compatto, omogeneo, di piccole dimensioni e autosufficiente. Oggi l'attenzione degli antropologi dovrebbe essere rivolta, secondo le parole di Viazzo, a «cor­reggere la tendenza a concepire la società alpina come una semplice som­matoria di comunità di villaggio, sia pure diverse tra loro» (VIAZZO, 2001, p. 353). Dalla ricerca di comunità, che in qualche modo riproponeva l'idea di un modello sociale chiuso e autoregolato, si è passati quindi all' analisi del network, della rete di contatti, dei reticoli sociali intessuti, anche a lungo raggio, dagli abitanti della montagna. li cambiamento di approccio si evin­ce anche dai titoli dei volumi pubblicati negli ultimi anni che hanno sosti­tuito la parola comunità con un' altra parola chiave degli studi antropologi, altrettanto problematica e complessa, che è quella di identità. Ne sono un esempio il volume di Annibale Salsa Il tramonto delle identità tradizionali.

Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi (2007), quello di Valentina Por­cellana In nome della lingua. Antropologia di una minoranza, uscito nello stesso anno, dedicato alla costruzione identitaria della minoranza linguisti­ca francoprovenzale del Piemonte, o ancora il recente Altrove. La montagna dell'identità e dell'alterità di Erich Giordano e Lorenzo Delfino (2009).
In questi saggi i concetti di identità, autenticità, tradizione, cultura vengono decostruÌti per analizzarne la portata contemporanea in area alpi­na; i termini sono letti nella loro dimensione processuale e dunque mute­vole, creativa e innovativa. 

Musei, identità, rappresentazioni

Tra le ricerche sul campo realizzate negli ultimi anni dall'équipe an­tropologica torinese di Paolo Sibilla, particolarmente significative risultano due esperienze legate ai musei etnografici: l'allestimento di Casa Thedy, un edificio walser adibito a museo nel comune di Gressoney-La-Trinité in Val­le d'Aosta; il censimento e la schedatura di 130 musei nei comuni alpini diminoranza linguistica occitana, francoprovenzale e walser in Piemonte e Valle d'Aosta. Entrambe le esperienze hanno consentito di riflettere sulle strategie di autorappresentazione delle comunità locali.

Per l'allestimento di Casa Thedy, tra il 2005 e il 2007 si sono sussegui­ti incontri tra i ricercatori dell'Università di Torino, gli amministratori lo­cali e una ventina di gressonari volontari, in un'intensa attività di progetta­zione partecipata al fine di realizzare un museo etnografico in un edificio al centro del paese. Fin dalle prime fasi di progettazione, il museo si è confi­gurato come il luogo dell'incontro e dell'elaborazione di saperi, pratiche e valori dei diversi attori coinvolti nella stessa esperienza: abitanti del luogo, visitatori, accademici, amministratori locali, territorio, oggetti. Nel museo, però, avviene anche un altro tipo di incontro: quello della comunità locale con se stessa. li gruppo di gressonari coinvolti ha fortemente voluto che gli ambienti della casa-museo fossero riallestiti in modo da richiamare le desti­ nazioni "tradizionali" dei locali. Casa Thedy è diventata dunque sede di un' esposizione etnografica impostata sulla ricostruzione degli ambienti do­mestici di una famiglia contadina, impegnata in attività agropastorali. An­che tra i gressonari che hanno visitato il museo senza aver partecipato atti­vamente alla realizzazione si è registrata un'unanime approvazione per l'''autenticità'' con la quale gli spazi sono stati riallestiti. Molti si sono resi disponibili al prestito di nuovi oggetti, complementari a quelli già esposti. Nessuno ha sollevato obiezioni sulla scelta di "quel" tipo di passato rap­presentato nelle diverse stanze.

Nella rappresentazione della loro storia all'interno del museo, i gres­sonari hanno taciuto della fortuna economica raggiunta da molte famiglie grazie all'intraprendenza di generazioni di mercanti e industriali. Essi han­no scelto di 'presentarsi ai visitatori all'interno di una casa contadina che racconta soltanto una parte della loro storia economica e sociale. La stessa selezione a favore del mondo agropastorale all'interno dei musei etnografi­ci in area alpina è emersa anche dai risultati della campagna di mappatura dei musei esistenti nei comuni di minoranza linguistica dell'arco alpino oc­cidentale (SIBILLA, PORCELLANA, 2009).
La maggior parte dei 130 musei censiti e schedati nelle valli piemon­tesi e valdostane ha scelto di raccontare oggetti, attività e modelli cultu­rali legati al mondo rurale, spesso obliterando gli elementi di mobilità, dinamismo, complessità che pure hanno caratterizzato profondamente le società alpine.

In realtà, al di là di questa apparente omogeneità dei musei visitati, si intravedono diversi livelli di elaborazione dei contenuti, di conoscenza de­gli oggetti e di capacità di metterli in relazione con il contesto; diversi sono inoltre gli interessi e le motivazioni che orientano l'attività dei musei, con una diversa ricaduta sul territorio, con gradi diversi di coinvolgimento del­le comunità locali. Molti musei alpini risultano fortemente influenzati da quegli stessi stereotipi a cui vorrebbero contrapporsi. Ciò che gli abitanti della montagna non tengono in conto è che il loro mondo non è, e non è mai stato, immune da influenze esterne e che il contatto culturale ha con­sentito alle periferie di fruire di nuove risorse - tecnologiche, culturali, sim­boliche - che rimodellano e integrano il materiale locale esistente. E spesso non si accorgono di essere vittime della costruzione mediatica che dipinge la montagna come un "altrove" ameno, dai ritmi naturali, in contrasto con la vita frenetica e stressante della città. In realtà, anche l'ambiente alpino è inserito in un processo globale di ricostruzione degli equilibri in cui gli ele­menti tradizionali sono ibridati con elementi culturali globali. Questo pro­cesso, invece di essere vissuto con il senso della sfida e dello slancio verso il futuro, è percepito, da molti, solo negativamente, come uno snaturamento_di una "realtà tradizionale" creduta immobile. 

Questo è uno dei motivi per cui si cerca un ancoramento al passato attraverso l'uso della lingua locale, la rifunzionalizzazione di feste, l'apertura di musei etnografici, la ripropo­sta di attività artigianali tradizionali e così via. Ciò che gli abitanti della montagna oggi rivendicano è l'autodeterminazione, il poter scegliere come gestire il proprio ambiente e vivere senza abbandonare le valli. È indispen­sabile, però, come scrive Monder Kilani, che essi per primi superino «le rappresentazioni della montagna, tutte d'origine urbana, che hanno accom­pagnato e talvolta anticipato gli interventi d'ogni genere che sono stati mes­ si in atto in questa regione. Non va dimenticata, infatti, l'attrazione che da diversi secoli la montagna esercita sul cittadino, il quale volta a volta vi proietta la nostalgia di un universo selvaggio e il desiderio di conquistare e addomesticare lo spazio naturale» (KrLANI, 1997, pp. 157-158). È necessa­rio che i suoi abitanti, al di fuori di ogni stereotipo, inizino a costruire e ri­costruire il proprio mondo sociale, economico e culturale, uscendo dalle immagini precostituite che la descrivono con eccessivo pessimismo (area sottosviluppata, marginale e arretrata) o con troppo ottimismo (luogo incontaminato e culla della tradizione).



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