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"Gli occhi di ch’io parlai sì caldamente" F. Petrarca

martedì 31 gennaio 2012


Rfv , 292

È il sonetto nel quale Petrarca dichiara che il pianto è il tema costante del nuovo modo di poetare dopo la morte di Laura.

Gli occhi di ch’io parlai sì caldamente,
et le braccia et le mani e i piedi e ’l viso,
che m’avean sì da me stesso diviso,
et fatto singular da l’altra gente;                             4

   le crespe chiome d’òr puro lucente
e ’l lampeggiar de l’angelico riso,
che solean fare in terra un paradiso,
poca polvere son, che nulla sente.               8

   Et io pur vivo, onde mi doglio et sdegno,
rimaso senza ’l lume ch’amai tanto,
in gran fortuna e ’n disarmato legno.                      11

   Or sia fine qui al mio amoroso canto:
secca è la vena de l’usato ingegno,
et la cetera mia rivolta in pianto.                             14

Parafrasi.
Gli occhi dei quali io parlai così fervido d’amore, le braccia, le mani, i piedi e il viso che mi avevano permesso di uscire dalla mia condizione e reso eccellente rispetto alla gente comune; i capelli ondulati e biondi come oro lucente e lo sfavillare del sorriso angelico, che solevano trasformare la terra in un paradiso, sono poca polvere insensibile.
Ed io invece continuo a vivere; di questo io mi addoloro e mi cruccio, rimasto senza la guida che amai tanto, nella mia vita tormentata, senza gli strumenti e la forza per muovermi verso il bene.
Abbiano fine ora le mie poesie d’amore: l’ispirazione abituale è esaurita e la mia poesia s’è trasformata in pianto.

Commento
Nelle quartine: contemplazione della bellezza di Laura con conclusione funebre: ora sono presenti solo nella memoria. Nelle terzine: considerazioni sulla propria condizione.
Le due quartine sono costruite parallelamente: i primi due versi evocano le bellezze di Laura; gli altri due (uno solo nella seconda quartina) gli effetti nel poeta dell’amore suscitato da quelle bellezze: l’hanno trasformato, rendendolo migliore (vv. 3-4); davano in terra una felicità di paradiso (v. 7).
Le bellezze di Laura sono evocate a cominciare dagli occhi (che sono messi in rilievo anche dall’accento ritmico secondario); sono l’unica bellezza che torna nelle terzine sotto la metafora del lume (v. 10).
       E due sono anche i temi delle terzine: disorientamento, e pianto come programma. Disorientamento: con la metafora del navigare dichiara la mancanza di una guida, nel mezzo di una tempesta, su una imbarcazione priva degli strumenti per controllarla. E il motivo, già presente nella prima quartina, dell’amore che rende migliori. Pianto come programma: accanto al ricordo della bellezza di Laura in questo compianto entra fin dal primo verso il ricordo della poesia che quella bellezza ha ispirato: di ch’io parlai; e a chiusura del compianto – nella seconda terzina – sta la dichiarazione del nuovo modo di fare poesia: amore e poesia sono strettamente legati.
Note.
v. 3 diviso: nei commenti si cita spesso sì diviso / da l’imagine vera (126, 59-60) per spiegare diviso ‘rapito a me stesso, tratto fuori di me stesso’ (Leopardi). Ma nella canzone c’è la rappresentazione di un momento puntuale; qui, nel sonetto, si parla di un condizione abituale; sembra piuttosto da tener presente Rfv 17,4: per cui sola dal mondo i’ son diviso, cioè: per i cui soli meriti io sono separato, reso diverso, da ogni mortale: è la dottrina che il nobile amore rende migliori.
v. 4 singular: completa il motivo del verso precedente: reso unico rispetto alla gente comune: «questa sola dal vulgo m’allontana» (72, 9); l’aggettivo singulare nella poesia due-trecentesca da Dante a Boccaccio, è usato con il significato di ‘eccezionale’, ‘privilegiato’. È utile ancora il confronto con il Secretum, III, 17: «lei che mi ha allontanato dalla volgarità della massa; lei che ha guidato tutto il mio cammino spronando la mia indole pigra e risvegliandomi l’animo assopito» (ed. Fenzi, p. 214-215).
10 lume: «Gentil mia donna, i’ veggio / nel mover de’ vostr’occhi un dolce lume / che mi mostra la via ch’al ciel conduce» (72,1-3).
14 et la cetera pianto: ancora in 332,34: «così è ’l mio cantar converso in pianto».
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