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La genesi del termine "Orientalismo" di Edward Said

domenica 29 gennaio 2012

 Said evidenzia come l’Oriente stesso sia frutto della cultura occidentale e che anzi ne sia parte integrante. “Parlare di orientalismo significa quindi soprattutto, anche se non esclusivamente, parlare (…) di un progetto le cui dimensioni si estendono in campi tanto disparati quanto l’immaginazione stessa” (Said, op.cit. p. 6), anche se non può intendersi solamente come risultato di un’idea. “L’Oriente è stato orientalizzato non solo perché è stato trovato ‘orientale’ (…), ma anche perché è stato possibile renderlo ‘orientale’ ”.


 Per “orientalismo” si intende l’interesse prestato da esponenti del mondo europeo nei confronti delle lingue, della storia, dei costumi, delle religioni e della letteratura dei popoli orientali. Nel caso specifico delle arti è a partire dal consolidarsi dell’esperienza coloniale e in particolar modo nel XIX secolo che si sviluppano opere volte a evocare sensazioni ed atmosfere levantine. Molti infatti furono pittori e architetti, che soprattutto sulla scia della traduzione delle Mille e una notte, si diressero verso l’Egitto, la Siria, il Libano, la Palestina e le zone costiere dell’Africa del Nord, ma allo stesso tempo verso l’India e la Persia, considerando porte d’Oriente anche Venezia o la Spagna.
L’orientalismo non si può considerare una scuola, ma piuttosto un movimento che ha coinvolto singoli artisti provenienti da diversi paesi, accomunati dall’iconografia, piuttosto che da uno stile omogeneo. I soggetti prescelti, il trattamento della luce e l’impostazione accademica, a cui poi erano seguite le avanguardie, rimangono gli elementi fondamentali sui quali oggi è possibile impostare l’analisi.
Perché dunque l’Europa si era spinta verso Oriente alla ricerca di nuove fonti di ispirazione? Sicuramente le condizioni storiche erano mutate e “il nemico” non costituiva più un pericolo tangibile. Edward Said sembra fornire una risposta che oltrepassa la mera fattualità, infatti: “L’Oriente non è solo adiacente all’Europa; è anche la sede delle più antiche, ricche, estese colonie europee; è la fonte delle sue civiltà e delle sue lingue; è il concorrente principale in campo culturale; è uno dei più ricorrenti e radicati simboli del Diverso.” Grazie all’alterità e al confronto possono sorgere nuovi orientamenti; è lo stesso Kant che in Che cosa significa orientarsi nel pensiero? indica l’Oriente quale punto di partenza necessario al fine di determinare sia le altre regioni del mondo che l’orientamento nel pensiero. Si tratta anche di un Occidente spesso in guerra che sembra unirsi, pur nelle logiche di dominio e di egemonia, nella ricerca artistica di quello che considera l’Altro. Lo storico Chabod delinea lo stesso concetto di Europa che “deve formarsi per contrapposizione, in quanto c’è qualcosa che non è Europa e si precisa nei suoi elementi (…) proprio attraverso un confronto con questa non-Europa”.  Alcuni stati inviavano gruppi di artisti alla scoperta di nuove terre considerate in patria solo come luoghi esotici ed enfatizzati da stereotipi, che spesso permanevano e si rafforzavano nelle raffigurazioni pittoriche.
Se è indubbio che Francia e Inghilterra furono le principali protagoniste dell’avventura coloniale, non si può dimenticare che l’Impero asburgico ebbe una notevole rilevanza nell’ambito dell’orientalismo pittorico, proprio a causa di un “passato ricco di multipli contatti con l’Oriente”.[2]
La duplice monarchia presentava un atteggiamento bivalente nei confronti delle terre levantine.[3] Se da un lato infatti la presa di Costantipoli del 1453 e la sottomissione dei Balcani avevano spinto l’Impero austro-ungarico verso Oriente, dall’altro gli Ottomani avevano reagito con la “presa” di Vienna del 1683, incutendo timore ben oltre i confini della monarchia. Una volta ottenuto il ritiro delle truppe dall’Ungheria e firmato il trattato di Passowitz il nuovo ordine avrebbe lasciato spazio al diffondersi di un interesse, la cui conseguenza sarebbe stata lo sviluppo di relazioni culturali.
Come sottolinea il Thornton “una volta soppressa definitivamente la minaccia turca, una profonda trasformazione si comincia ad attuare nei paesi sottostanti alla dominazione asburgica, in rapporto ai loro vicini orientali. Il timore scompare per far spazio alla curiosità.”[4] Quest’ultima riguardava proprio la nuova apertura verso un vicino fino ad allora conosciuto solo tramite gli scontri armati e i cliché che poco avevano a che fare con la realtà dei fatti.
Nel costituirsi stesso di quello che sarebbe diventato l’Impero asburgico però si nota la vocazione orientale di un’Austria che trovava nella stessa etimologia del nome un’importante conferma. Già a partire dai tempi di Carlo Magno va sottolineato come in quei luoghi ancora etnicamente eterogenei era stata creata la Marca orientale, al fine di proteggere l’Impero franco da eventuali incursione da est. In seguito, il territorio venne ricostruito da Ottone I, mentre “Ottone II assegnò a un suo cortigiano capace e fedele, il conte Liutpoldo, la fascia di terra scarsamente popolata, che nei documenti ufficiali era sempre stata designata come ‘terra degli avari’, ‘marca orientale’, o più semplicemente ‘regione a est’.” Ciò che è maggiormente significativo al fine di comprendere la vocazione oriantale dell’Austria è l’atto di donazione del 996 di Ottone III nei confronti del vescovo di Freising di una zona chiamata Ostarrichi, che significava un regno al confine con l’Oriente. Infatti il termine latino Austria “compare ben presto, neppure a cinquant’anni di distanza, nell’atto di fondazione dell’abbazia di Klosterneuburg rilasciato dal re di Germania Corrrado III nel 1147, come nome ufficiale del territorio. E significa semplicemente ‘l’orientale’”.
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