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L’INFINITO di Giacomo Leopardi

venerdì 27 gennaio 2012

Testo

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Parafrasi

Mi sono stati sempre cari questo colle solitario e questa siepe che mi impedisce di guardare gran parte del lontano orizzonte. Ma sedendo e contemplando il paesaggio io immagino che al di là della siepe esistano spazi interminabili, silenzi sovrumani e una pace profonda tanto da provare un senso di paura. E quando odo lo stormire del vento tra le piante lo paragono a questo profondo silenzio e mi viene in mente l’eternità, il tempo ormai passato e il presente. Così il mio pensiero si perde in questa immensità in una sensazione di dolcezza.

Analisi

L’idillio si configura come uno studio visivo-prospettico degli elementi del paesaggio per produrre nel lettore la suggestione dell’infinito.
La vaghezza del linguaggio, basata sull’uso di parole di significato indeterminato, le quali, più che precisare le cose secondo le categorie di spazio e di tempo, ne sfumano i contorni e il caratteristico vocabolario leopardiano (ermo, interminati, sovrumano, silenzio, quiete, infinito, silenzio, eterno, immensità) producono quella poesia dell’indefinito che spesso è funzionale alla poesia dell’infinito.


Modulo 2
Leopardi escogita un ostacolo spaziale, la siepe, che gli consente di immaginare, al di là di quella, «indeterminabili spazi e sovrumani silenzi e profondissima quiete».

Allo stesso modo il rumore del vento diventa il segno della fugacità del tempo, del limite temporale del quale dialetticamente si determina la finzione dell’«eterno» in contrapposizione con il passato (le «morte stagioni»). Si tratta però di un infinito non percepito, ma immaginato. E a rendere linguisticamente questa finzione concorrono ben otto «questo» e «quello», tra aggettivi e pronomi, dei quali non si avverte la presenza perché non producono frizione, in quanto si collocano nel ritmo del discorso poetico, ma hanno una precisa funzione logico-fantastica. Infatti la siepe che nel secondo verso è «questa», cioè vicina al poeta, nel quinto verso diventa «quella», cioè lontana. Se ne deduce che l’uso alternato di questi aggettivi e pronomi dimostrativi serva a indicare le oscillazioni del poeta tra la realtà del finito
e l’immaginazione dell’infinito.
Ci sono due punti di questo idillio leopardiano che ha una prima lettura potrebbero sembrare contraddittorii. Parlando degli spazi interminabili e della profonda quiete il poeta aggiunge: «ove per poco il cuor non si spaura», mentre nell’ultimo verso conclude «e il naufragar m’è dolce in questo mare».
Qual è dunque il sentimento di Leopardi di fronte all’infinito: paura o dolcezza? La contraddizione è più apparente che reale. Al primo impatto con l’infinito Leopardi avverte un senso di sgomento, ma si tratta di una sorta di terrore religioso simile a quello che gli uomini primitivi provavano scoprendo il divino nella natura. Successivamente il poeta, immergendosi
metaforicamente nell’infinito e identificandosi con il ritmo stesso dell’universo, perde la nozione di sé come essere infinitesimale e prova un senso di dolcezza.
L’infinito, quindi, non è un’oggettiva scoperta di Leopardi nella natura, ma è soggettivamente posto nella natura, come un aspetto irrinunciabile del suo spirito di poeta dalla sensibilità romantica.
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