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Di pensier in pensier, di monte in monte- Francesco Petrarca (RFV129))

lunedì 30 gennaio 2012




Lontananza e il «viver dolce amaro» (v. 21)

Sappiamo che Avignone dove Petrarca si stabilisce nel 1326, dopo gli studi a Bologna, e dove dal 1330 è al servizio del cardinale Giovanni Colonna, diventa ben presto per lui la Babilonia da cui allontanarsi. Prima di lasciare definitivamente la città e la corte pontificia nel 1353, Petrarca fa alcuni tentativi di sistemarsi in Italia: il primo, di alcuni mesi, a Parma, presso la corte di Azzo da Correggio nel 1341, dopo l’incoronazione poetica a Roma. Un secondo soggiorno a Parma data dal dicembre 1343 al febbraio 1345. Come presso Avignone aveva a Valchiusa il luogo dove ritirarsi in ‘solitudine’ per dedicarsi agli studi, così presso Parma, a Selvapiana, trovò il suo ‘Elicona italiano’: Elicona è il monte in Grecia, tra Focide e Beozia, che era sede del culto delle Muse. A Selvapiana riprese il lavoro intorno al poema latino Africa; e scrisse, sembra, almeno due canzoni che si trovano una di seguito all’altra nel Canzoniere: la canzone ‘politica’ Italia mia (Rfv 128) e la canzone Di pensier in pensier di monte in monte (Rfv 129), nella quale torna il tema dominante dell’amore.



                                                  Rfv 129 
1a stanza

Di pensier in pensier, di monte in monte
mi guida Amor, ch’ogni segnato calle
provo contrario a la tranquilla vita.
Se ’n solitaria piaggia, rivo o fonte,
se ’nfra duo poggi siede ombrosa valle,      5
ivi s’acqueta l’alma sbigottita;
e come Amor l’envita,
or ride, or piange, or teme, or s’assecura;
e ’l volto che lei segue ov’ella il mena
si turba e rasserena,                                     10
ed in un esser picciol tempo dura;
onde a la vista uom di tal vita esperto
diria: Questo arde, e di suo stato è incerto.
Amore mi spinge da uno stato d’animo all’altro e da un luogo solitario ad un altro, perché so per esperienza essere contraria alla mia serenità ogni strada segnata da orma umana. Se si trova un ruscello o una fonte in una località solitaria, o una valle piena d’ombra fra due colli, là si rasserena l’anima mia turbata; e a seconda di come la sollecita Amore ora ride, ora piange, ora teme, ora è fiduciosa e il volto che riflette i moti dell’anima si turba e si rasserena e dura poco tempo in un stesso stato; così che al solo vedermi un uomo esperto di queste cose direbbe: Costui è innamorato e non è sicuro della sua condizione.

       In questa prima stanza vediamo il motivo della lontananza intrecciarsi con quello del dubbio amoroso: sono o non sono amato? È un condizione topica dell’innamorato, come Cappellano, senza scoprire nulla di nuovo, asseriva fin dalla definizione dell’amore; quando affermava che amore è passione, spiegava:
Che l’amore sia passione,[1] si vede facilmente. Infatti, prima che l’amore sbocci da tutte e due le parti, non esiste angoscia maggiore, perché l’amante teme sempre che l’amore non ottenga l’effetto desiderato e che siano inutili le sue fatiche. Teme anche i pettegolezzi della gente e tutto ciò che può nuocere, perché le cose non compiute vengono meno al più piccolo turbamento. […] A dir il vero, non c’è nessuno che possa elencare le paure che sono proprie di ogni amante. È dunque passione quell’amore che sorge da una parte sola, e che si può chiamare amore di uno solo.
Notiamo l’aggettivo sbigottita ‘turbata’, ‘desolata’ che Petrarca usa riferito a se stesso anche in Rfv 15,7 e alla famiglia del vecchio pellegrino che parte, in Rfv 16.

2a stanza

Per alti monti e per selve aspre trovo
qualche riposo: ogni abitato loco                            15
è nemico mortal degli occhi miei.
A ciascun passo nasce un penser novo
de la mia donna, che sovente in gioco
gira ’l tormento ch’i’ porto per lei;
ed a pena vorrei                                                      20
cangiar questo mio viver dolce amaro,
ch’i’ dico: Forse ancor ti serva Amore
ad un tempo migliore;
forse, a te stesso vile, altrui se’ caro.
Ed in questa trapasso sospirando:                           25
Or porrebbe esser vero? or come? or quando?

Trovo qualche sollievo su monti alti e in selve malagevoli; ogni luogo abitato è un nemico mortale per me. Ad ogni passo nasce un pensiero diverso a proposito della mia signora, pensiero che sovente cambia in gioia il tormento che io sopporto per causa di lei; e non appena sorge la volontà di troncare questa mia vita dolce e amara insieme, ecco che mi dico: Forse Amore ti serba per un momento migliore; forse, spregevole a te stesso, sei invece caro a lei. E intanto passo a pensare, sospirando: potrà avverarsi? Come? Quando?

Il poeta che si muove in cerca di un luogo solitario, evoca elementi paesaggisti del tutto stilizzati, per poi passare a dire dei pensieri opposti che si affrontano nel suo animo: nella prima stanza aveva detto genericamente di pensieri opposti; qui precisa che il dubbio riguarda l’essere o no amato. È il procedere di Petrarca: con sempre maggiori approfondimenti, con l’aggiunta di ulteriori analisi che fanno emergere nuovi particolari sulla propria condizione di spirito.

3a stanza

Ove porge ombra un pino alto od un colle
talor m’arresto, et pur nel primo sasso
disegno co la mente il suo bel viso.
Poi ch’a me torno, trovo il petto molle                   30
de la pietate, ed alor dico: Ahi lasso,
dove se’ giunto, ed onde se’ diviso!
Ma mentre tener fiso
posso al primo pensier la mente vaga,
e mirar lei, ed obliar me stesso,                               35
sento Amor sì da presso
che del suo proprio error l’alma s’appaga:
in tante parti e sì bella la veggio
che, se l’error durasse, altro non cheggio.
Talora mi fermo dove un alto pino o un colle proiettano la loro ombra, ma addirittura nel primo sasso (che vedo) mi raffiguro con la memoria il suo bel viso. Quando poi torno in me, mi accorgo d’aver bagnato di lacrime il petto per il dolore, e allora dico: Ahi infelice, in che condizione sei ridotto e da chi sei lontano! Ma fintantoché posso tenere ferma la mente instabile nell’immaginazione iniziale, e contemplare lei, e dimenticare me stesso, sento Laura così vicina che l’animo si appaga della propria illusione: la vedo in tanti elementi della natura e così bella che se l’illusione durasse, non chiederei altro.

Qui (v. 32) e nella stanza seguente riemerge il motivo della lontananza e quello della visione illusoria della donna negli elementi della natura circostante (come abbiamo già visto in Rfv 176). E si affaccia (vv. 30-31) il motivo delle lacrime, che tornerà più esplicitamente nella quinta stanza.
Il verso conclusivo della stanza, che, se l’error durasse, altro non cheggio, rivela qualcosa non solo del temperamento di Petrarca – è felice di rievocare nella propria memoria – ma anche della sua poetica: la contemplazione di Laura avviene esplicitamente nella memoria, sono immagini che evoca dal passato; si pensi solo a Rfv 90 Erano i capei d’oro a l’aura sparsi; o a Rfv 126 Chiare, fresche et dolci acque / ove le belle membra / pose …; e nel momento centrale della canzone, v. 41, esclamerà: dolce ne la memoria. Dante invece le vive come presenti: Tanto gentile e tanto onesta pare.

4a stanza

I’ l’ò più volte (or chi fia che mi ’l creda?)                         40
ne l’acqua chiara e sopra l’erba verde
veduto viva, e nel troncon d’un faggio
e ’n bianca nube, sì fatta che Leda
avria ben detto che sua figlia perde,
come stella che ’l sol copre col raggio;                   45
e quanto in più selvaggio
loco mi trovo e ’n più deserto lido,
tanto più bella il mio pensier l’adombra.
Poi quando il vero sgombra
quel dolce error, pur lì medesmo assido                 50
me freddo, pietra morta in pietra viva,
in guisa d’uom che pensi e pianga e scriva.
Io spesso l’ho veduta viva (ci sarà qualcuno che mi crede?) nell’acqua limpida e sopra l’erba verde e nel tronco di un faggio e in una nuvola bianca, di bellezza tale che Leda avrebbe ben detto che sua figlia Elena le è inferiore, come una stella che il sole fa sparire con la sua luce; e quanto più selvaggio è il luogo e più deserto è il posto in cui mi trovo, tanto più bella se la raffigura il mio pensiero. Poi, quando il vero scaccia quel piacevole inganno, proprio lì mi siedo, pietra morta su una pietra viva, come uno che pensi e pianga e scriva.

v. 41 ne l’acqua chiara e sopra l’erba verde: sono gli elementi stilizzati di paesaggio che accompagnano la presenza di Laura, come nel congedo e come in Rfv 208, 8: l’erba più verde, et l’aria più serena.

5a stanza

Ove d’altra montagna ombra non tocchi,
verso ’l maggiore e ’l più espedito giogo
tirar mi suol un desiderio intenso;                           55
indi i miei danni a misurar con gli occhi
comincio (e ’ntanto lagrimando sfogo
di dolorosa nebbia il cor condenso)
alor ch’i’ miro e penso
quanta aria dal bel viso mi diparte,                                     60
che sempre m’è sì presso e sì lontano.
Poscia fra me pian piano:
Che sai tu, lasso? forse in quella parte
or di tua lontananza si sospira;
ed in questo penser l’alma respira.                          65

Un desiderio intenso mi suole attirare là dove non si proietti l’ombra di un’altra montagna, verso la cima più alta e libera; di là, mentre osservo e penso a quanto spazio mi separa dal bel viso che mi è sempre così vicino nell’immaginazione e così lontano nella realtà, comincio a misurare con gli occhi la mia infelicità (e intanto sfogo con le lacrime il cuore avvolto della nebbia condensata del dolore). Poi dico sottovoce fra di me: Che ne sai tu, infelice? Forse in quel luogo lontano adesso si sospira per la tua lontananza. E in questo pensiero l’animo si conforta.

Dello sguardo rivolto da una vetta verso il lontano oggetto del desiderio, là l’Italia, Petrarca scrive anche nella lettera sulla salita al Ventoso (Fam., 4,1,16-18).

Contenuto.
       I temi – lontananza, oscillazione, tormento – sono gli stessi, ripresi in ogni stanza: lontano dalla donna amata, sullo sfondo di un paesaggio alpestre solitario, l’animo oscilla tra speranza d’essere amato e disperazione.
       Riassumendo, questa l’architettura tematica della canzone (vd. Bigi, pp. 19-20):
1a stanza: presentazione del paesaggio montano e solitario e dell’oscillare dell’animo e conclusione dubbiosa.
2a stanza: accenno ad alcuni elementi specifici del paesaggio; precisazione della fluctuatio come ondeggiamento fra la volontà di “cangiar” il proprio “viver dolce amaro” e la speranza di esser ricambiato da Laura […]; e conclusione tendenzialmente negativa.
3a stanza: accenno ad altri elementi particolari del paesaggio; oscillazione specifica, questa volta, fra l’illusione della presenza di Laura e il ritorno alla consapevolezza della sua lontananza; e conclusione esplicitamente positiva: soddisfatto anche della illusione.
4a stanza: accenno ad altri elementi singoli del paesaggio, nei quali crede di vedere Laura; oscillazione fra illusione consolante della presenza di Laura e dolente ritorno al vero; e conclusione esplicitamente negativa.
5a stanza: il paesaggio diventa ora la vetta dalla quale lo sguardo spazia; oscillazione fra la costatazione dolente della distanza effettiva che lo separa dalla donna amata e la speranza di esser amato; e conclusione tendenzialmente positiva.
Congedo: accenno al paesaggio in cui vive Laura; e, in conclusione, distinzione fra il cuore del poeta che è “ivi”, con Laura, e la sua “imagine”, la sua figura corporea, che è “qui”, lontana da lei.
Tutto l’oscillare dell’animo porta alla conclusione che una cosa è certa: il suo amore persiste nel tempo e da lontano: è l’affermazione della stabilità del proprio amore.
Nella canzone c’è la descrizione stilizzata di un movimento fisico di Petrarca che si muove nel paesaggio alpestre: vv. 4-5 sosta lungo un rivo, in una valle; v. 17 il pensiero muta con il muoversi del poeta, a ciascun passo; v. 28 m’arresto e vedo l’immagine di Laura (stanze 3 e 4); è condotto su una vetta dalla quale può spaziare con lo sguardo: ve lo ha spinto un desiderio intenso, quello illusorio di poter vedere di là il luogo dove è Laura. Così che, quasi naturalmente, il congedo constata che là, dov’è la donna è il cuore; qui è un corpo soltanto.

       La forma breve del sonetto induce a concentrarsi su un’idea unica: l’esempio più evidente è Rfv 16, dove la similitudine descrive lo stato d’animo del poeta; e la lirica è anche un esempio di come Petrarca ottiene nella concentrazione e nell’intensità del sonetto risultati d’eccellenza. Nel Cinquecento l’imitazione di Petrarca con il Petrarchismo europeo vorrà anche, o prima di tutto, riprendere la forma sonetto.
       La forma della canzone, che equivale allo spazio di alcuni sonetti messi insieme, permette più ampi svolgimenti. È il caso, che abbiamo visto, della canzone 360, nella quale viene sviluppata un’ampia discussione in cui si adducono molteplici argomenti. Si tratta però di un caso eccezionale sia per l’ampiezza sia per l’argomento che potremmo dire dottrinale.
La lettura della canzone 129 ci mostra un Petrarca che non utilizza lo spazio maggiore per accumulare e sviluppare diversi argomenti, ma piuttosto per trattare il tema sotto aspetti diversi o, con una metafora musicale, proporre delle variazioni sul tema. Questa canzone, rispetto alla 360, è più rappresentativa della poetica petrarchesca
In questa canzone il punto di partenza è la lontananza, il primo verso propone immediatamente un secondo tema, diverso ma collegato: il continuo mutare, oscillare, dello stato d’animo dell’innamorato fra tormento e speranza. Il poeta si muove interiormente di pensier in pensier, come fisicamente si muove di monte in monte, cioè da un luogo solitario all’altro. «Nel primo verso è impresso il movimento che svolgerà in tutto il resto della canzone: una grande meditazione, la poesia del continuo passaggio da uno stato d’animo all’altro» (Fubini, p. 248). A questo motivo dell’oscillare dell’animo si accompagna quello cui allude con monte, che sta per luogo solitario: è la condizione in cui è possibile percepire meglio l’incertezza interiore; e l’analisi dello stato d’animo si accompagna alla descrizione di scorci di paesaggio.
Ma poi nelle cinque stanze non entrano nuovi motivi rispetto a questi introdotti nella prima stanza, ma solo variazioni su lontananza, luogo solitario e oscillare dell’animo fra speranza e disperazione amorosa. Qui, si badi, l’ondeggiamento non è più tra i due poli del perpetuo dubbio: amore è bene o male? Ma tra opposti stati d’animo propri dell’innamorato, relativi alla sua felicità amorosa.
In questa canzone non appare una condanna morale della fluttuazione dei diversi e opposti stati d’animo. La condanna costituisce però «un sottofondo taciuto ma non ignorato»; e si intuisce sotto la alternanza inquieta degli stati d’animo (Bigi, pp. 12-13).

Forma
La ripetizione variata è la chiave formale di questa canzone; a partire dalla struttura delle singole stanze: «sono articolate secondo un modulo costante: introduzione paesistica; analisi della fluctuatio fra stati d’animo contrari; conclusione» (Bigi, p. 20).
Ogni stanza si apre con uno scorcio paesaggistico: non si tratta però di paesaggi diversi, ma di un unico paesaggio osservato da punti di vista diversi: un luogo boscoso, montano, solitario, visto ora con uno sguardo complessivo, ora in qualche particolare.
«Le due parole-tema iniziali pensier e monte sono ridistribuite all’interno di tutte le stanze: monte ad attacco di strofe, con le varianti monti, colle, montagna, alpe [] e pensier in posizioni sparse, vv. 17, 34, 48, 65, escluso il congedo» (Bettarini).
Prolessi: nella prima stanza: «anziché col soggetto, il periodo inizia con il complemento, nel quale è già la situazione della poesia; se il senso non è compiuto nel verso, questo ha ugualmente in sé qualcosa di compiuto, ed è effettivamente il titolo della poesia» (Fubini, p. 248). Stessa prolessi del sintagma o della relativa nella 2ª e 3ª e 5a stanza; variazione nella 4a stanza «che corrisponde al momento di più intensa illusione di tutto il componimento» (Bigi, p. 22).

Metrica
Questa canzone 129 rientra nella normalità petrarchesca: cinque sole stanze di 13 versi, più il congedo di 7. Pur nelle diverse misure, i principi regolatori delle due canzoni sono gli stessi: tutte le stanze hanno lo stesso numero di versi, che si succedono con lo stesso schema di rime (non con le stesse rime, solo lo schema si ripete uguale, anche nell’alternarsi di endecasillabi e settenari).
In questa canzone i settenari sono solo due per stanza: indizio che il tono vuol essere elevato; o forse, in questo caso, ‘pacato’, adatto al tono meditativo che la caratterizza.
       Qui sotto è evidenziato lo schema della canzone.
Di pensier in pensier, di monte in monte A
mi guida Amor, ch’ogni segnato calle      B         1°        piede
provo contrario a la tranquilla vita.                       C
                                                                                                                 fronte
Se ’n solitaria piaggia, rivo o fonte,                      A
se ’nfra duo poggi siede ombrosa valle,   B         2°        piede
ivi s’acqueta l’alma sbigottita;                              C

e come Amor l’envita,                                          c          chiave
or ride, or piange, or teme, or s’assecura;             D
e ’l volto che lei segue ov’ella il mena      E
si turba e rasserena,                                               e                                  sirma
e in un esser picciol tempo dura;               D
onde a la vista uom di tal vita esperto                  F
diria: Questo arde, e di suo stato è incerto.          F

Congedo: di sette versi; ripete lo stesso schema di rime della sirma (non è regola fissa, ma uso frequente): settenari il primo e il quarto verso; primo verso irrelato; secondo in rima con il quinto; terzo e quarto, sesto e settimo in rima baciata.
Canzone, oltra quell’alpe,                                     a
là dove il ciel è più sereno e lieto,                         B
mi rivedrai sovr’un ruscel corrente,                      C
ove l’aura si sente                                                 c
d’un fresco e odorifero laureto.                            B
Ivi è ’l mio cor, e quella che ’l m’invola; D
qui veder pôi l’imagine mia sola.                          D





[1]        Nel significato di ‘tormento’, ‘sofferenza’, ‘angoscia’.
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