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"Solo e pensoso i più deserti campi" F.Petrarca (RFV35)

lunedì 30 gennaio 2012

La solitudine tormentata dai dubbi amorosi è l’argomento analiticamente sviluppato nella canzone 129, dove si concentrava sopra tutto sul continuo oscillare del suo animo tra speranza e disperazione amorosa. Il tema della solitudine indotta da amore e insidiata da Amore torna in un sonetto tra i più conosciuti, Rfv 35, centrato sulla ricerca della solitudine per evitare la gente pronta al pettegolezzo. 
 

Solo e pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi e lenti,
e gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio uman la rena stampi.  
             
Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:                   

sì ch’io mi credo omai che monti e piagge
e fiumi e selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.   
                          
Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, ed io co llui.   



Parafrasi
Percorro solitario e malinconico, a passi lenti e fiacchi, i luoghi più deserti e fisso gli occhi attentamente per evitare quei luoghi dove l’impronta dell’uomo segni il terreno.
Non trovo altra difesa che mi salvi dalla conoscenza evidente della mia condizione da parte della gente, perché si comprende dall’esterno, negli atteggiamenti privi d’allegria, come io arda d’amore internamente; perciò io ormai credo che monti e piani, fiumi e selve conoscano il tipo di vita che conduco e che nascondo alla gente.
Eppure non so trovare strade tanto impervie né tanto selvagge, per le quali Amore non mi insegua sempre discorrendo con me, ed io con lui.

Contenuto
Il sonetto risale, a quanto pare, a parecchi anni prima del 1552, l’anno della lettera citata sulla solitudine: sembra sia anteriore al 1337, a quando cioè il poeta era ancora nel pieno dell’ardore della passione; passione che invece, nel 1352, languiva (cfr. Rfv 315). Ed è anteriore anche alla canzone 129, probabilmente degli anni ’44-’45. La forma breve impone a Petrarca di concentrarsi sulla fuga dagli uomini e sulla fuga, senza successo, da Amore.
C’è anche da osservare che la canzone 129 è percorsa da una malinconia tutto sommata pacificata; forse perché è posteriore di qualche anno (1344-45), o forse perché la lontananza fa sentire meno bruciante il dubbio. Nel sonetto invece traspare forte il tormento suscitato dal tormento dei pensieri amorosi. Anche se giustamente è stato osservato: «Il poeta rappresenta un momento doloroso dell’anima sua, ma domina questo squilibrio e noi abbiamo un senso di armonia» (Fubini, Metrica, p. 53).
Giova a comprendere il sonetto, sopra tutto per quello che riguarda la seconda quartina, non perspicua, il confronto con la prima stanza della canzone 129; l’argomento di quartine e prima terzina è il medesimo: fuga dalla gente per evitare che si accorgano che è innamorato.
 Prima quartina: rappresentazione del solitario che cerca di evitare di incontrare persone. Ricordiamo che ‘pensoso’, come per i pellegrini visti da Dante, qui allude anche alla melanconia o alle sofferenze che sono l’argomento di quei pensieri.
Seconda quartina e prima terzina: si spiega che è un modo per evitare che gli altri (altrui) si accorgano della sua condizione di innamorato, notando tutti i segni che manifestano l’amore. Ma questi segni sono così evidenti che se ne sono accorti gli esseri inanimati tra i quali si muove.
Seconda terzina: culmine del sonetto: riesce a separarsi dalla gente, non dalla causa del suo tormento, Amore che lo accompagna anche nei luoghi deserti e quasi impraticabili, continuando ad assillarlo.

«Il poeta non si lagna: non fa che narrare; ma al tono grave e solenne sentite che è consumato da una insanabile melanconia. Ha l’aria di chi vi racconti le cose più strazianti con semplicità, senza aggiungervi alcuna osservazione, ma la sua faccia è pallida e sulle sue labbra è morto il riso» (De Sanctis, Saggio, pp. 168-69)
«Il tormento che gli procura l’amore non è narrato in un’analisi degli stati d’animo, ma è colto in quei riflessi esteriori che pure sono i più efficaci a rendere il senso della sua passione: il bisogno di essere solo, il pudore dei suoi affetti, gli immaginati colloqui con le selve i monti i fiumi, ed infine il pensiero d’amore che mai non l’abbandona, sono rappresentati come altrettanti scene concrete e visive, sino all’ultima terzina dove Amore è raffigurato quasi come un compagno, col quale si svolge un dialogo ininterrotto» (Bonora).

In queste due annotazioni di due critici, scritte a circa un secolo l’una dall’altra, viene delineata la caratteristica che differenzia questo sonetto dalla canzone 129 che tratta lo stesso tema: la sinteticità delle enunciazioni, l’assenza di un esplicito lamento (nessun: lasso!), sfondi sui quali si riflette lo strazio interiore.

Stile
Coppie: v. 1, v. 2, v. 9, v. 10, v. 12

Metrica

Fubini cita questo sonetto come esempio del ritmo petrarchesco dell’endecasillabo: «i due membri [dell’endecasillabo] sono fusi, la cesura si attenua sino ad essere appena avvertita. Abbiamo un uguale fluire, un senso di supremo equilibrio.

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