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Aspetti della terminologia glottodidattica

mercoledì 29 febbraio 2012



Eccezion fatta per un numero ristretto di neologismi, tra i quali spicca proprio glottodidattica, si usano per lo più termini tratti da vocaboli della lingua comune a cui viene attribuito un valore univoco e specialistico mediante definizioni stipulative. Si chiamano stipulative perché "ci si mette d'accordo" sul senso preciso di quei vocaboli, così come quando si stipula un contratto ci si accorda sulle clausole e le condizioni che lo regolano.

L'uso di parole che appartengono anche alla lingua comune può essere fonte di falsa trasparenza. Ad esempio, se si confondono tra loro educazione, istruzione, formazione, insegnamento, scola­rità, didattica e didassi può sembrare di capire un discorso peda­gogico e/o metodologico-didattico mentre al contrario sfuggono di­stinzioni importanti. Lo stesso vale per la maggior parte dei ter­mini usati nei testi glottodidattici ove si trovano dicotomie come apprendimento¸acquisizione, abilità¸competenze, usage¸use e nume­rose altre, che rinviano a concetti rigorosamente distinti.

Un cenno a parte merita il nome stesso della disciplina. In Italia esso è attestato sin dalla seconda metà degli anni '60, ed è usato inizialmente come sinonimo di Didattica delle Lingue Moderne. Questa scelta è stata oggetto di contrasti e polemiche in seguito superate attraverso due procedimenti concomitanti. Da un lato, abbiamo una definizione sempre più puntuale dell'oggetto di indagine, definizione che passa attraverso il riconoscimento della genericità di lingue moderne (opposte complessivamente alle lingue classiche); dall'altro lato è emerso sempre più forte e chiaro il concetto di educazione linguistica che sottolinea l'intima saldatura di tutti gli insegnamenti linguistici ai fini dello sviluppo delle competenze linguistiche e comunicative dei soggetti.

Chi assume glottodidattica come sinonimo di didattica delle lingue straniere moderne compie un'ipersemplificazione, perché nell'ambito di un'educazione linguistica integrata occorre distin­guere un ampio ventaglio di lingue:

a) anzitutto, la lingua materna, quella che ognuno apprende in fa­miglia e che tuttora in vastissime aree d'Italia coincide con un dialetto locale;

b) nelle cosiddette isole linguistiche al dialetto si sostituisce una lingua etnica (in Italia abbiamo il greco, l'albanese, il ser­bocroato, il catalano, ecc.) che si differenzia dal dialetto per­ché è lingua ufficialmente riconosciuta in altri Paesi;

c) nelle penisole linguistiche (Alto Adige, Slavia veneta, Valle d'Aosta) la lingua minoritaria -- tedesco, sloveno, francese -- gode di un particolare statuto giuridico e si salda geografica­mente con la stessa lingua parlata oltre il confine; la lingua la­dina costituisce un caso a sé di isola linguistica riconosciuta ufficialmente;

d) in tutti questi casi, pertanto, la lingua nazionale (l'italiano standard) non è la prima lingua dei soggetti;

e) per lingua straniera si intende una lingua non presente nel territorio in cui essa è insegnata/appresa (ad esempio, l'inglese in Italia);

f) viene detta, per contrasto, seconda lingua quella presente nel territorio o come lingua nazionale (è il caso dell'inglese per chi va ad impararlo in un Paese anglosassone), o come lingua compre­sente in una zona bilingue (in Alto Adige/Südtirol il tedesco e l'italiano sono seconda lingua rispettivamente per il gruppo ita­lofono e quello germanofono ivi residenti);
g) per le lingue ufficialmente riconosciute dalla Comunità Europea si propone da molti la dizione di lingue comunitarie per sottoli­neare che i Paesi della CE non sono più, o sono sempre meno, stra­nieri;
h) sul piano della sociologia del linguaggio, una puntualizzazione spesso importante è quella che distingue le sei lingue di grande diffusione nel mondo (in ordine alfabetico: arabo, cinese, fran­cese, inglese, russo e spagnolo) dalle altre;
i) infine vi sono le lingue classiche, ossia il latino e -- meno diffusamente -- il greco, che tuttora svolgono un ruolo presti­gioso nel panorama educativo italiano.
La distinzione tra lingua straniera e lingua seconda è impor­tante perché il diverso rapporto tra una lingua e l'ambiente in cui è appresa incide notevolmente sulle motivazioni all'apprendimento, sulle occasioni per fare esercizio, e così via. Il plurale lingue seconde è talora usato per indicare tutte le lingue apprese dopo quella materna, e soprattutto in area fran­cofona è diffusa la denominazione langues vivantes per le lingue moderne. In italiano la dizione lingue vive è poco usata sia per­ché appare ridondante rispetto a lingue moderne, sia perché il suo opposto, lingue morte, è stato vivacemente criticato e, con piena ragione, energicamente respinto dai cultori di lingue classiche.
Il termine glottodidattica è stato proposto, probabilmente attraverso un ricorso agli etimi greci indipendente dall'uso che ne era stato fatto in Italia, anche dal gruppo di studiosi dell'università di Poznan coordinato dal Jacek Fisiak, e Glottodi­dactica è il titolo della rivista da loro pubblicata (ne sono ap­parsi una ventina di volumi dal 1968 ad oggi).
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