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CARME DEI SEPOLCRI

lunedì 6 febbraio 2012



Il grafico sintetizza le varie sezioni del carme: l'area viola  individua le prime sezioni argomentative, che contrappongono alle tesi materialistiche (1) l'illusione che il sepolcro possa operare la corrispondenza di amorosi sensi tra vivi e defunti (2).
La terza sezione (3) rivaluta il valore simbolico del sepolcro ed è esemplificativa: Parini non viene adeguatamente ricordato dalla sua città in quanto è abbandonato in una fossa comune, che lo confonde forse con un malfattore. La quarta sezione (4) individua il valore storico del sepolcro in quanto il culto dei morti coincide con l'uscita dell'uomo dallo stato di barbarie (Vico).
La quinta sezione (5) è esemplificativa dei vari riti che hanno contrassegnato nel tempo il culto dei morti. La sesta (6) inizia la presentazione dei grandi miti che servono a legare la memoria storica del passato al presente. Le tombe dei grandi italiani sepolti a S. Croce in Firenze costituiscono l'unico vero retaggio della nostra tradizione storica e culturale, a cui la nazione italiana dovrà ispirarsi per ritrovare la sua libertà. Da Firenze si passa a Maratona, per celebrare un luogo epico della storia del popolo greco (7).
La morte è giusta dispensatrice di glorie. Nell'ottava sezione compare il mito di Aiace, ricompensato dalla sorte con le armi di Ulisse (8).
Quando si perde la memoria dei luoghi è la poesia a conservare testimonianza delle grandi imprese (9). Nelle ultime due sezioni (10 e 11), si rievoca il mito di Troia, distrutta dai Greci, ma eternamente rievocata nella sua coraggiosa resistenza dall'emblematica presenza di Ettore, l'eroe coraggioso e sprezzante della morte, e dalla universale  poesia di Omero.
DEORUM MANIUM IURA SANCTA SUNTO. XII TAB.
All'ombra de' cipressi e dentro l'urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro?
Ove piú il Sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d'erbe famiglia e d'animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l'ore future,
né da te, dolce amico, udrò piú il verso
e la mesta armonia che lo governa,
né piú nel cor mi parlerà lo spirto
delle vergini Muse e dell'amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a' dí perduti un sasso
che distingua le mie dalle infinite
ossa che in terra e in mar semina morte?
Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
tutte cose l'obblío nella sua notte;

e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l'uomo e le sue tombe
e l'estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo.


All'ombra dei cipressi e nelle tombe
confortate dal pianto (delle persone care) è forse
il sonno della morte meno profondo? Quando il Sole
non feconderà più la terra, ( facendole generare) questa
bella famiglia di esseri vegetali ed animali,
e quando non si offriranno più davanti a me
ricche di aspettative le ore future,
né da te ( Pindemonte ), dolce amico, udrò più i versi
regolati da una dolce armonia,
né più nell'animo mi parleranno l'ispirazione
poetica ( Muse ) e l'amore,
unico stimolo sentimentale alla mia vita di esule,
come potrà compensarmi dei giorni che non vivrò
una lapide che distingua i miei resti dagli infiniti altri
che la morte dissemina in terra ed in mare?
E' ben vero, Pindemonte! Anche la Speranza,
estrema divinità, abbandona le tombe: e la dimenticanza
avvolge tutte le cose nella sua notte buia;
il tempo, forza operosa della natura, trasforma continuamente con la sua azione l'uomo, le sue tombe,
i suoi resti mortali ed i vari aspetti della terra e del cielo (resti di una catena di precedenti trasformazioni)

Ma perché pria del tempo a sé il mortale
invidierà l'illusïon che spento
pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l'armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de' suoi?
Celeste è questa
corrispondenza d'amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l'amico estinto
e l'estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva,

nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall'insultar de' nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.

Ma perché l'uomo, prima che sia il tempo di morire
dovrà privarsi dell'illusione ( di poter sopravvivere )
che lo trattiene al di qua della soglia della morte?
Non continua vivere anche sottoterra, quando
non potrà più parlargli l'armonia delle cose,
se può suscitare l'illusione di continuare a vivere
nella mente dei suoi attraverso un'affettuosa condivisione di sentimenti? Dote divina è questa
corrispondenza affettiva tra vivi e defunti; e spesso
grazie ad essa si vive con l'amico che non è più;
e l'estinto con noi, a patto che la terra,
che appena nato lo accolse e lo nutrì,
offrendogli pietosamente l'ultimo rifugio nel suo grembo materno, renda sacri i suoi resti dall'azione distruttrice della natura e dal piede profanatore del volgo, e a patto che una pietra tombale conservi il suo nome,
ed un albero amico, profumato di fiori, consoli
le ceneri con le sue gradevoli ombre.

Sol chi non lascia eredità d'affetti
poca gioia ha dell'urna;
e se pur mira
dopo l'esequie, errar vede il suo spirto
fra 'l compianto de' templi acherontei,
o ricovrarsi sotto le grandi ale
del perdono d'lddio: ma la sua polve
lascia alle ortiche di deserta gleba
ove né donna innamorata preghi,
né passeggier solingo oda il sospiro
che dal tumulo a noi manda Natura.


Solo chi non lascia dietro di sé eredità d'affetti
non ricava conforto dal sepolcro; e se anche guarda
dopo le esequie, vede vagare la sua anima
fra i lamenti dei dannati nelle regioni infernali;
o rifugiarsi sotto le ali
del perdono di Dio: ma lascia i suoi resti
alle ortiche di una terra dimenticata;
dove non viene a pregare una donna che lo ami;
né il passante solitario può sentire il sospiro
chela natura ci manda dalla tomba.



Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
fuor de' guardi pietosi, e il nome a' morti
contende.
E senza tomba giace il tuo
sacerdote, o Talia, che a te cantando
nel suo povero tetto educò un lauro
con lungo amore, e t'appendea corone;
e tu gli ornavi del tuo riso i canti
che il lombardo pungean Sardanapalo,
cui solo è dolce il muggito de' buoi
che dagli antri abdüani e dal Ticino
lo fan d'ozi beato e di vivande.
O bella Musa, ove sei tu? Non sento
spirar l'ambrosia, indizio del tuo nume,
fra queste piante ov'io siedo e sospiro
il mio tetto materno. E tu venivi
e sorridevi a lui sotto quel tiglio
ch'or con dimesse frondi va fremendo
perché non copre, o Dea, l'urna del vecchio
cui già di calma era cortese e d'ombre.
Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorma il sacro capo
del tuo Parini?
A lui non ombre pose
tra le sue mura la città, lasciva
d'evirati cantori allettatrice,
non pietra, non parola; e forse l'ossa
col mozzo capo gl'insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
su le fosse e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
l'úpupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerëa campagna
e l'immonda accusar col luttüoso
singulto i rai di che son pie le stelle
alle obblïate sepolture. Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
non sorge fiore, ove non sia d'umane
lodi onorato e d'amoroso pianto.

Nonostante ciò una nuova legge impone di seppellire
i morti in cimiteri comuni fuori delle città, e sottrae ad essi la possibilità di avere una lapide con il loro nome.
E privo di un suo sepolcro resta Parini, il tuo
sacerdote o Talia ( musa della poesia satirica), che, cantando in tuo onore, coltivò nella sua povera casa
un alloro e ne appendeva corone in segno di devozione;
e tu o Musa, gli ispiravi col tuo sorriso la satira del canto ( il Giorno ) con cui il poeta colpiva i giovani nobili lombardi, oziosi e corrotti ( come Sardanapalo ), a cui stavano a cuore solo le proprietà, il muggito dei buoi, che dalle stalle del lodigiano e del Ticino li rendevano felici, procurando loro ozio e cibi pregiati.
O bella Musa, dove sei ora? Fra questi tigli
dove siedo sospirando la mia patria, non sento diffondersi nell'aria il profumo d'ambrosia,
segno della tua presenza immortale. E tu venivi
e  sorridevi a Parini, sotto quel tiglio
che ora, come intristito, freme perché non copre
il sepolcro del vecchio, a cui aveva offerto generosamente, in vita, tranquillità e ombra.
Forse, tu, o Musa, vaghi tra le ombre plebee
dei cimiteri suburbani, cercando la tomba
del tuo Parini? La corrotta città di Milano, che attira e compensa con fama e successo i cantati evirati, a lui
non ha dedicato una tomba, cipressi che la ombreggiassero, un'epigrafe che lo ricordasse; e forse
il corpo di Parini è insanguinato dal capo di un ladro,
reciso sul patibolo a causa dei suoi delitti.
Tra le macerie di tombe in rovina e tra gli sterpi
che crescono fra di esse senti venire la cagna randagia,che vaga tra le fosse ed ulula famelica
e vedi un'upupa uscire dal teschio, dove si era rifugiata per fuggire alla luce lunare, e svolazzare tra le croci
sparse per il campo del cimitero, e (senti) l'immondo uccello lanciare il suo lugubre verso, con cui sembra rimproverare le stelle perché illuminano con il loro raggio pietoso le sepolture dimenticate. Invano
Invochi dalla notte arida delle rugiade
sulla tomba del poeta. Sui morti purtroppo
non spuntano fiori, se l'estinto non sia onorato
dai vivi con lodi e lacrime, segno d'affetto. 

Dal dí che nozze e tribunali ed are
diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d'altrui, toglieano i vivi
all'etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura
con veci eterne a sensi altri destina.

Testimonianza a' fasti eran le tombe,
ed are a' figli; e uscían quindi i responsi
de' domestici Lari, e fu temuto
su la polve degli avi il giuramento:
religïon che con diversi riti
le virtú patrie e la pietà congiunta
tradussero per lungo ordine d'anni.


Dal giorno in cui le istituzioni della famiglia, della giustizia e della religione, consentirono agli uomini, un tempo allo stato di barbarie, di essere pietosi di se stessi e dei propri simili, i vivi sottraevano all'azione distruttrice dell'aria ed alle belve
i poveri resti umani che la Natura,
con un'azione di continua trasformazione della materia, destina ad altri scopi.
I sepolcri erano testimonianza delle glorie del passato e altari per i figli; dalle tombe venivano i responsi
dei Lari ( divinità dei defunti ), e fu temuto
il giuramento pronunciato sulle ceneri degli antenati:
le virtù patrie, congiunte con la pietà,
tramandarono per una lunga serie di anni
il culto religioso dei morti in varie forme.



Non sempre i sassi sepolcrali a' templi
fean pavimento; né agl'incensi avvolto
de' cadaveri il lezzo i supplicanti
contaminò; né le città fur meste
d'effigïati scheletri: le madri
balzan ne' sonni esterrefatte, e tendono
nude le braccia su l'amato capo
del lor caro lattante onde nol desti
il gemer lungo di persona morta
chiedente la venal prece agli eredi
dal santuario. Ma cipressi e cedri
di puri effluvi i zefiri impregnando
perenne verde protendean su l'urne
per memoria perenne, e prezïosi
vasi accogliean le lagrime votive.
Rapían gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perché gli occhi dell'uom cercan morendo
il Sole; e tutti l'ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali
amaranti educavano e vïole
su la funebre zolla; e chi sedea
a libar latte o a raccontar sue pene
ai cari estinti, una fragranza intorno
sentía qual d'aura de' beati Elisi.
Pietosa insania che fa cari gli orti
de' suburbani avelli alle britanne
vergini, dove le conduce amore
della perduta madre, ove clementi
pregaro i Geni del ritorno al prode
che tronca fe' la trïonfata nave
del maggior pino, e si scavò la bara.

Non sempre le pietre tombali facevano
da pavimento alle chiese; né il puzzo dei cadaveri,
mescolato al profumo dell'incenso
contaminò i fedeli che pregavano: e neppure le città erano rattristate da raffigurazioni di scheletri: le madri balzano terrorizzate dal sonno e tendono
le braccia nude a proteggere il figlio lattante, affinché non lo destino i lunghi gemiti di un defunto
che chiede agli eredi di far celebrare
a pagamento in chiesa delle messe
a suffragio della sua anima. Ma cipressi e cedri
impregnando l'aria primaverile di puri profumi
protendevano sulle tombe i loro verdi rami,
simbolo del perenne ricordo e preziosi
vasi raccoglievano le lacrime votive.
Gli amici sottraevano una favilla al sole
per illuminare l'oscurità delle tombe,
perché l'uomo, morendo, cerca la luce del Sole; e tutti
mandano un estremo sospiro di rimpianto alla luce che li abbandona.
Le sorgenti versando acque purificatrici
facevano crescere amaranti e viole
sulla terra delle tombe; e chi sedeva
presso il sepolcro a spargervi latte
o a raccontare le sue pene ai cari defunti,
sentiva intorno un profumo
come se fosse nei Campi Elisi, tra i beati.
Illusione pietosa per i morti è quella
che rende cari alle fanciulle inglesi i giardini
dei cimiteri suburbani, dove spinge l'amore
per la madre perduta, ma dove
pregano anche i Geni protettori della patria,
affinché concedano il ritorno dell'eroe Nelson, che
dopo la vittoria contro Napoleone, si scavò la bara
nell'albero maestro della nave francese sconfitta.

Ma ove dorme il furor d'inclite gesta
e sien ministri al vivere civile
l'opulenza e il tremore, inutil pompa
e inaugurate immagini dell'Orco
sorgon cippi e marmorei monumenti.

Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
decoro e mente al bello italo regno,
nelle adulate reggie ha sepoltura
già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
morte apparecchi riposato albergo,
ove una volta la fortuna cessi
dalle vendette, e l'amistà raccolga
non di tesori eredità, ma caldi
sensi e di liberal carme l'esempio.

Ma in quei paesi in cui è spento l'ardore di gesta eroiche e la vita civile è dominata solo
dalla smania di arricchirsi e dalla paura servile, colonne funebri e tombe di marmo sono solo
inutile sfoggio e malaugurate immagini di morte.
I ceti dirigenti del Regno Italico sono già sepolti,
pur essendo ancora vivi, nelle regge dove costantemente adulano i dominatori, e come unico motivo d'onore hanno i titoli nobiliari. A me
la morte prepari un rifugio di pace,
dove finalmente la sorte cessi di perseguitarmi,
e gli amici raccolgano come mia eredità non ricchezze,ma appassionati sentimenti
e l'esempio di una poesia che conservi
il senso della libertà e dell'umana dignità



A egregie cose il forte animo accendono
l'urne de' forti, o Pindemonte
; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta. Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel grande
che temprando lo scettro a' regnatori
gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue;
e l'arca di colui che nuovo Olimpo
alzò in Roma a' Celesti; e di chi vide
sotto l'etereo padiglion rotarsi
piú mondi, e il Sole irradïarli immoto,
onde all'Anglo che tanta ala vi stese
sgombrò primo le vie del firmamento:
- Te beata, gridai, per le felici
aure pregne di vita, e pe' lavacri
che da' suoi gioghi a te versa Apennino!
Lieta dell'aer tuo veste la Luna
di luce limpidissima i tuoi colli
per vendemmia festanti, e le convalli
popolate di case e d'oliveti
mille di fiori al ciel mandano incensi:
e tu prima, Firenze, udivi il carme
che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco,
e tu i cari parenti e l'idïoma
désti a quel dolce di Calliope labbro
che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
d'un velo candidissimo adornando,
rendea nel grembo a Venere Celeste;
ma piú beata che in un tempio accolte
serbi l'itale glorie, uniche forse
da che le mal vietate Alpi e l'alterna
onnipotenza delle umane sorti
armi e sostanze t' invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto.

Che ove speme di gloria agli animosi
intelletti rifulga ed all'Italia,
quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
Irato a' patrii Numi, errava muto
ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo
desïoso mirando; e poi che nullo
vivente aspetto gli molcea la cura,
qui posava l'austero; e avea sul volto
il pallor della morte e la speranza.
Con questi grandi abita eterno: e l'ossa
fremono amor di patria.

 Le tombe dei grandi uomini infiammano
gli animi nobili a compiere grandi azioni
Io quando vidi le tombe di Santa Croce
dove riposa Machiavelli, quel grande
che, insegnando ai regnanti il potere di governare
ne mostra i limiti, e rivela ai popoli quanto il potere
si fondi sulle sofferenze e sul sangue;
e il sepolcro di Michelangelo che innalzò
a Roma la cupola di San Pietro;e la tomba di Galileo,
che, mediante il telescopio, vide più pianeti ruotare
nella volta celeste, e il sole illuminarli immobile,
aprendo le vie della ricerca astronomica a Newton,
che vi fece straordinari progressi;
- Beata te - gridai - Firenze,  per la tua aria generatrice
di vita, e per le acque pure dei fiumi e dei ruscelli
che la catena appenninica manda verso di te!
Lieta del tuo cielo terso, la luna riveste
con la sua luce limpidissima i tuoi colli
in festa per la vendemmia,
e le vallate popolate di case e uliveti
mandando al cielo mille profumi di fiori:
tu per prima udisti il poema che alleviò
lo sdegno a Dante esule,
tu, Firenze per prima desti i genitori e la lingua
a Petrarca, attraverso i cui versi sembrava parlare
la dolce voce della musa Calliope, quando il poeta
spiritualizzò  l'amore, che pagano nel mondo classico
era restituito alla Venere celeste.
Ma soprattutto Firenze sei felice perché
conservi, riunite in un luogo sacro, le glorie italiane,
uniche forse rimaste all'Italia, da quando i confini
delle Alpi mal difesi e la legge ineluttabile delle sorti umane ti privarono di eserciti, di ricchezze, di culti
dello stesso concetto di patria e, tranne che della memoria, di ogni altra cosa.
Se un giorno tornerà a risplendere una speranza di gloria per gli animi generosi e per l'Italia;
di qui verremo a trarre ispirazione ed agire. Alle tombe di S. Croce venne spesso Vittorio Alfieri ad ispirarsi.
Irato contro gli dei protettori della patria,
( indifferenti alla sua degradazione ),vagava in silenzio
 in riva all'Arno, dove ci sono luoghi più deserti,
guardando i campi ed il cielo, desideroso di trovarvi un conforto alle proprie delusioni politiche, e poiché
nessun aspetto del mondo dei vivi alleviava la sua pena,
quell'uomo austero veniva a fermarsi tra le tombe dei morti di S.Croce, ed aveva sul volto
il pallore della morte e la speranza della rinascita italiana. Con questi grandi uomini riposa per sempre ed i suoi resti sembrano fremere per amore della patria.



Ah sí! da quella
religïosa pace un Nume parla:
e nutria contro a' Persi in Maratona
ove Atene sacrò tombe a' suoi prodi,
la virtú greca e l'ira. Il navigante
che veleggiò quel mar sotto l'Eubea,
vedea per l'ampia oscurità scintille
balenar d'elmi e di cozzanti brandi,
fumar le pire igneo vapor, corrusche
d'armi ferree vedea larve guerriere
cercar la pugna; e all'orror de' notturni
silenzi si spandea lungo ne' campi
di falangi un tumulto e un suon di tube
e un incalzar di cavalli accorrenti
scalpitanti su gli elmi a' moribondi,
e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

Ah sì! Da quella pace sacra parla una divinità e spira un senso religioso di amor di patria:quello stesso amore che alimentava la virtù greca e l’ira contro i Persiani a Maratona dove Atene consacrò delle tombe ai suoi guerrieri.
Il navigante che fece rotta lungo l’isola di Eubea, vedeva attraverso l’oscurità balenare le scintille degli elmi e del cozzare delle spade, i roghi dei cadaveri emanare fumo, vedeva fantasmi di guerrieri luccicanti di armi ferree cercare la battaglia; e all’orrore del silenzio notturno si spandeva nel campo di battaglia il tumulto ed il suono delle trombe di guerra, ed un incalzare di cavalli scalpitanti sugli elmi dei moribondi ed il pianto dei vinti e gli inni dei vincitori ed il canto delle divinità della morte


Felice te che il regno ampio de' venti,
Ippolito, a' tuoi verdi anni correvi!
E se il piloto ti drizzò l'antenna
oltre l'isole egèe, d'antichi fatti
certo udisti suonar dell'Ellesponto
i liti, e la marea mugghiar portando
alle prode retèe l'armi d'Achille
sovra l'ossa d'Ajace: a' generosi
giusta di glorie dispensiera è morte;
né senno astuto né favor di regi
all'Itaco le spoglie ardue serbava,
ché alla poppa raminga le ritolse
l'onda incitata dagl'inferni Dei.

Fortunato Ippolito ( Pindemonte ) che attraversavi
il ventoso mare greco nei tuoi anni giovanili!
E se il timoniere indirizzò la nave
oltre le isole egee, certo udisti le rive dell'Ellesponto
risuonare delle antiche gesta, e la marea rumoreggiare
riportando sul promontorio retèo le armi di Achille
sopra i resti di Aiace: agli animi generosi
la morte distribuisce equamente la gloria;
né l'astuzia, né il favore dei re Agamennone e Menelao
consentirono ad Ulisse di conservare le spoglie di Achille, difficile da ottenere,
poiché il mare, sconvolto dagli dei infernali, le tolse alla nave di Ulisse, che vagava durante il ritorno in patria.

E me che i tempi ed il desio d'onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de' sepolcri, e quando
il tempo con sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
di lor canto i deserti, e l'armonia
vince di mille secoli il silenzio.

Le Muse, animatrici della vita dello spirito umano, chiamino me, che le circostanze storiche
ed il desiderio di fama fanno peregrinare
 tra varie genti, a celebrare gli eroi.
Esse siedono a custodia delle tombe e quando
il tempo, con le sue fredde ali, le distrugge e
ne cancella persino le rovine, esse, nate sul monte Pimpla, ( conservano le memorie ) rasserenando
i luoghi abbandonati con i loro canti, e la loro armonia vince il silenzio di mille secoli.



Ed oggi nella Troade inseminata
eterno splende a' peregrini un loco,
eterno per la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,
onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta
talami e il regno della giulia gente.
Però che quando Elettra udí la Parca
che lei dalle vitali aure del giorno
chiamava a' cori dell'Eliso, a Giove
mandò il voto supremo: - E se, diceva,
a te fur care le mie chiome e il viso
e le dolci vigilie, e non mi assente
premio miglior la volontà de' fati,
la morta amica almen guarda dal cielo
onde d'Elettra tua resti la fama. -
Cosí orando moriva. E ne gemea
l'Olimpio: e l'immortal capo accennando
piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
e fe' sacro quel corpo e la sua tomba.
Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
cenere d'Ilo; ivi l'iliache donne
sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
da' lor mariti l'imminente fato;
ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
le fea parlar di Troia il dí mortale,
venne; e all'ombre cantò carme amoroso,
e guidava i nepoti, e l'amoroso
apprendeva lamento a' giovinetti.
E dicea sospiranda: - Oh se mai d'Argo,
ove al Tidíde e di Läerte al figlio
pascerete i cavalli, a voi permetta
ritorno il cielo, invan la patria vostra
cercherete! Le mura, opra di Febo,
sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Penati di Troia avranno stanza
in queste tombe; ché de' Numi è dono
servar nelle miserie altero nome.

E voi, palme e cipressi che le nuore
piantan di Priamo, e crescerete ahi presto
di vedovili lagrime innaffiati,
proteggete i miei padri: e chi la scure
asterrà pio dalle devote frondi
men si dorrà di consanguinei lutti,
e santamente toccherà l'altare.
Proteggete i miei padri. Un dí vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente su le mute vie
per far piú bello l'ultimo trofeo
ai fatati Pelídi. Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante
abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finché il Sole

risplenderà su le sciagure umane.

Ed oggi nella Troade disabitata,
eterno nella memoria risplende un luogo agli stranieri,
grazie alla ninfa Elettra, amata da Giove,
a cui diede per figlio Dardano,
dal quale nacquero Troia ed Assaraco, i cinquanta
figli ed il regno della strirpe Giulia ( i Romani ).
Quando Elettra udì Atropo, la Parca della morte,
che la chiamava lontano dalla vita terrena
all'Eliso, il regno dell'oltretomba, a Giove
rivolse la sua ultima preghiera.- E se - diceva -
a te furono cari miei capelli ed il mio viso
e le dolci veglie d'amore, e non mi è concesso
dal volere divino un premio migliore, almeno
guarda benevolmente dal cielo la tua amata morta,
cosicché della tua Elettra rimanga almeno il ricordo.-
Così pregando Elettra moriva. E ne piangeva la morte
tutto il monte Olimpo: Giove, piegando il capo
in segno di consenso faceva cadere l'ambrosia sulla Ninfa; e rese sacro quel corpo e il suo sepolcro.
Quivi fu sepolto Erittonio, e ivi riposano
i resti del giusto Ilo: ivi le donne troiane
scioglievano le loro chiome, inutilmente, tentando
 di tener lontana la morte imminente dei loro cari.
Ivi venne Cassandra, quando un dio in petto
le face profetizzare il giorno fatale per la città di Troia,
e ai defunti rivolse un canto denso d'affetti;
insegnava ai giovani troiani il culto dei morti,
con un canto funebre e amoroso.
E diceva sospirando: Oh se mai da Argo
a voi il destino consentirà di ritornare,
dove come schiavi porterete al pascolo
i cavalli di Diomede e di Ulisse, invano cercherete
la vostra patria! Le mura di Troia, opera di Febo Apollo fumeranno sotto i loro resti.
Ma gli dei protettori di Troia continueranno
a risiedere in questi sepolcri; poiché è dono degli dei
conservare anche nella rovina la loro fama gloriosa.
E voi palme e cipressi, che crescerete ben presto.
nutriti dalle lacrime delle vedove troiane,
proteggete i miei padri; chi la scure
terrà lontana  pietoso dalle sacre foglie
meno avrà da dolersi della morte dei congiunti,
e potrà toccare gli altari degli dei con mano pura:
< palme e cipressi > proteggete i miei padri
Un giorno vedrete mendico e cieco un poeta vagare
sotto le vostre antichissime ombre, e brancolando
entrare nei sepolcri, abbracciare le urne,
e interrogarle: Gemeranno le tombe
nelle parti più interne, e narreranno la vicenda
di Troia rasa al suolo due volte e due volte ricostruita
splendidamente sui suoi resti
per fare più bello e grande l'ultima vittoria
dei Greci baciati dal destino. Il sacro poeta Omero
placando quelle anime con i suoi versi,
renderà eterno il ricordo dei Greci vincitori
per tutte le terre che abbraccia il grande oceano.
Anche tu avrai l'onore del ricordo, Ettore,
ovunque sia consacrato e compianto il sangue
versato per la propria patria, per sempre
finché il sole risplenda sulle sciagure umane.


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