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I maggiori esponenti della Lett. Araba Contemp.

sabato 4 febbraio 2012

ADONÌS, pseudonimo di `Ali Ahmad Sa`id Esber, poeta e critico siriano, naturalizzato libanese (Qassabìn 1930). Dopo gli studi primari e secondari a Tartùs e a Latakìa studia all'Università di Damasco dove nel 1954 consegue il diploma in filosofia. Nel 1956 si trasferisce in Libano ottenendone ben presto la cittadinanza e risiedendovi fino al 1985. Pur avendo già da prima dimostrato il suo talento lirico è qui che si definisce la sua personalità poetica dalla doppia inquietudine, metafisica e sociale, dalla scrittura estremamente pura. Nel 1957, con Yusef al-Khal, fonda la rivista Shi`r (Poesia) che lascerà un segno profondo nella poesia araba contemporanea sulla strada della sua emancipazione dalle forme rigide di una tradizione che, pur bella, non corrispondeva più alle esigenze dei giovani poeti. Adonis, che s'era cimentato con successo nella poesia tradizionale, nelle nuove forme manifesta il suo genio, ispirato sia dal passato della propria lingua quanto dalle suggestioni della poesia occidentale. Nel frattempo si dedica all'insegnamento e al giornalismo. Nel 1968 fonda la rivista Mawaqif (Situazioni), vera tribuna d'espressione indipendente da qualsiasi regime, punto d'incontro privilegiato della cultura araba con le altre culture. Nel 1973 consegue il dottorato in Lettere all'università St. Joseph. Fra le sue raccolte: Agani Mihyar al-dimashqi (Canzoni di Mihyar il damasceno) del 1961, Kitab al-tahawwulat wa-al-higra fi aqalim al-layl wa-al-nahar (Libro delle trasformazioni e dell'emigrazione nelle regioni della notte e del giorno) del 1969, al-Masrah wa-al-miraya (Il teatro e lo specchio) del 1970, al-Qasa'id al-khams taly-ha al-mutabaqat wa-al-awa'il (I cinque poemi seguiti dalle analogie e dai primi) del 1980. Negli ultimi anni la sua attività di teorico e critico della letteratura, assieme a quella di traduttore, han prevalso su quella di poeta. Attualmente vive in Francia "non in esilio, ma da poeta che si sente a casa propria ovunque poiché egli abita la propria lingua e la propria poesia".


BEN GIALLÙN al-Tàhir, scrittore marocchino in lingua francese (Fès 1944). Emigra a Tangeri nel 1955 e vi consegue la licenza in filosofia. Esordisce come poeta nelle pagine della prestigiosa rivista Souffles, creata nel 1966 da `Abd al-Latif La`abi e sospesa nel 1972 per motivi politici. Nel 1971 va in Francia dove collabora con Le Monde e nel 1973 pubblica il romanzo Harrouda, forte denuncia dell'arroganza del potere, della lacerazione prodotta dal colonialismo e dalla susseguente acculturazione post-coloniale. Nel 1975 ottiene a Parigi il dottorato in psichiatria sociale. Da questi studi pubblica nel 1977 un saggio sugli emigrati maghrebini e il loro squilibrio affettivo e culturale, linguistico e sessuale: La plus haute des solitudes, in cui manifesta la sua solida esperienza di ricercatore sociale e una meticolosità scientifica mai fredda né distaccata. Seguono Moha le fou, Moha le sage (1978), La prière de l'absent (1981), L'enfant de sable (1985) e La nuit sacrée (1987) per cui gli viene assegnato il Premio Goncourt. Tutti momenti di una polemica che mette in discussione l'organizzazione della società musulmana, ma anche di quella occidentale. Pur essendo di madrelingua araba, ma dialettale, s'è sempre rifiutato di scrivere in arabo letterario, ammettendo di non saperlo dominare come il francese. Ma ribadisce con decisione la sua identità araba e maghrebina pur in una personalità "incrociata", plurietnica e pluriculturale. Buona parte della sua produzione narrativa è stata pubblicata in italiano.

DARWÌSH Mahmùd, poeta palestinese (al-Birwa - Galilea 1941). Fin dall'infanzia la sua personalità è segnata dalla fuga, dall'esilio in un campo profughi libanese, dal ritorno nella propria terra occupata. Da ragazzo milita tra le forze progressiste e più tardi diviene caporedattore della rivista al-Giadid, organo dell'ala araba del partito comunista israeliano (Raqah) di cui è membro. La sua lotta politica, volta alla difesa dell'identità del popolo palestinese e dei suoi diritti nazionali e culturali gli fa conoscere a più riprese la prigione. Nel 1964 pubblica a Haifa Awraq al-zaytun (Foglie d'ulivo), considerato il primo tentativo poetico concreto che segna "il passaggio dalla fase delle lacrime a quello della rivolta e della sfida". Gli schemi formali sono spezzati, i versi si riducono all'essenziale, talvolta a una sola parola. Nel 1965, in carcere, compone la sua raccolta più famosa `Ashiq min Filastin (Un innamorato della Palestina) in cui abbandona definitivamente lo stile romantico e ricorre al simbolo, senza ancora pregiudicare la chiarezza dell'espressione come invece accadrà in Akhir al-layl (La fine della notte) del 1967, dall'ermetismo eccessivo e dal simbolismo troppo oscuro. La sua capacità di mantenere la tensione nell'immagine e di mitizzare le cose più familiari della vita del suo popolo ne fanno uno dei poeti più rappresentativi della Palestina. Fino ad allora quasi sconosciuto, dopo la guerra di giugno 1967 la sua fama si diffonde nel Mondo arabo. Nel 1971 lascia il suo paese per l'Egitto e poi il Libano che abbandonerà a sua volta con l'invasione israeliana del 1982 per vivere tra Tunisi e Parigi. Il suo divano attualmente supera la decina di raccolte.


KANAFÀNI Ghassàn, scrittore palestinese (Acri 1936-Beirut 1972). Inizia a studiare presso una scuola cristiana, ma nel 1948 è costretto a fuggire in Libano con la famiglia. Nel 1953 insegna a Damasco in una scuola dell'UNRWA, l'agenzia dell'ONU che si occupa dei palestinesi. Nel contempo comincia a scrivere pubblicando i suoi primi racconti nella rivista al-Ra'i (L'Opinione). Nel 1956 è nel Kuwayt dove, continuando a insegnare, si avvicina alla resistenza palestinese e in particolare a Georges Habash, che fonderà in seguito il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Nel 1960 torna a Beirut dove comincia una proficua collaborazione con vari giornali nazionalisti e progressisti, alternata alla sua opera di scrittore militante, che dura fino al 1972 quando, nel pieno della sua attività artistica, cade vittima di un attentato. Esponente di primo piano della adab al-muqawama (letteratura della resistenza) affronta nei racconti e nei romanzi la problematica degli esuli e della lotta contro l'occupazione israeliana, mettendo in luce la crisi di fiducia dei palestinesi nei confronti dei paesi arabi. La sua opera, riunita in due volumi, è costituita da cinque raccolte di racconti Mawt sarir raqm 12 (La morte del letto numero 12), 1961; Ard al-burtuqal al-hazin (La terra delle arance amare), 1963; `Alam laysa lana (Un mondo non nostro), 1965; `An al-rigial wa-l-banadiq (Sugli uomini e i fucili), 1968; Umm Sa`d (La madre di Sa`d), 1969, e da tre romanzi brevi: Rigial fi l-shams (Uomini sotto il sole), 1963; Ma tabaqqà lakum (Ciò che vi è rimasto), 1966; `A'id ila Hayfa (Ritorno a Haifa), 1969. Ha scritto inoltre tre lavori teatrali e ha raccolto e presentato dei testi antologici sulla letteratura della resistenza.


MAHFÙZ Nagìb, romanziere egiziano (Il Cairo 1911-2006). Di famiglia piccolo borghese si laurea in filosofia all'Università del Cairo nel 1934 e viene assunto nella pubblica amministrazione. Dopo un esordio nel romanzo storico, egli inizia nel 1945 con al-Qahira al-giadida (Cairo nuova) quel filone narrativo, detto del "realismo sociale", ambientato nei luoghi più tradizionali del Cairo che vedrà poi Khan al-khalili, nome del'antico bazar, del 1946, Zuqaq al-midaqq (Vicolo del mortaio) del 1947 e che sfocerà nell'opera che gli darà fama anche al di fuori del mondo arabo: la ponderosa Trilogia, uscita tra il 1956 e il 1957, costituita da Bayn al-qasrayn (Fra i due palazzi), Qasr al-shawq (Il palazzo del desiderio), al-Sukkariyya, nome di una strada del Cairo, dove si manifesta una costante che dominerà la sua opera complessiva: la proustiana ossessione del tempo che sfugge. In Bidaya wa-nihaya (L'inizio e la fine), del 1949, si comincia a notare un attenuarsi del suo realismo e l'esplorazione di più sofisticate tecniche narrative che si estrinseca nelle opere degli anni Sessanta dove viene approfondito l'interesse psicologico per i personaggi e un frequente ricorso al simbolo. Son di questo periodo Awlad haratina (I figli del nostro quartiere, 1959) in cui prevalgono i temi esistenziali con al centro l'uomo all'eterna ricerca dei valori spirituali. Il romanzo sarà bandito in tutti i paesi arabi, salvo il Libano, per la malvista commistione di temi sacri in un contesto sociale. Poi al-Liss wa-l-kilab (Il ladro e i cani, 1961), al-Summan wa-l-kharif (La quaglia e l'autunno, 1962), la raccolta di racconti Dunya Allah (Il mondo di Dio, 1963) e Tharthara fawq al-Nil (Chiacchierata sul Nilo, 1966), in cui si sviluppano conversazioni metafisiche al limite fra realtà e fantasia, accanto a commenti critici sullo stato intellettuale dell'Egitto. E' del 1967 Miramar, dove viene descritto il disgregato clima politico e sociale che precede la sconfitta della 1967. Seguono Khammarat al-qitt al-aswad (La taverna del gatto nero) e Taht al-mizalla (Sotto la pensilina) del 1969, dal simbolismo esasperato, e al-Maraya (Gli specchi), del 1970, con continui riferimenti alla guerra del 1967. Nel 1975 pubblica Hikayat haratina (Storie del nostro quartiere), il suo romanzo più autobiografico. E' rimasto sempre fedele alla lingua classica. Nel 1957 gli era stato conferito il premio di Stato per la letteratura. Giunto a superare i quaranta titoli, con la motivazione "attraverso le sue opere ricche di sfumature - talora intensamente realistiche, talora ambiguamente evocative - ha dato forma a una narrativa araba di portata universale" gli viene assegnato, primo autore d'espressione araba, il Nobel per la letteratura 1988.


NU`ÀYMA Mikha'ìl, letterato libanese (Biskinta 1889-1987). Di genitori cristiani, dopo gli studi elementari nel 1902 si trasferisce alla scuola magistrale russo-ortodossa di Nazareth (Palestina). Dal 1906 studia come borsista nel seminario di Poltava (Ucraina) e si familiarizza con la letteratura russa. Torna in Libano nel 1911 e alla fine di quell'anno parte per gli U.S.A. dove nel 1916 si diploma in Diritto e in Letteratura alla Washington University. Dopo aver servito nell'esercito statunitense, torna a New York e si dà al giornalismo legandosi agli scrittori e ai poeti dell'Emigrazione siro-libanese e in particolare a Giubran Khalil Giubran di cui curò una biografia. Dal sodalizio nasce al-Rabita al-qalamiyya (La lega degli scrittori) e la rivista al-Funun (Le Arti) che, diffusa nel mondo arabo, avrà un ruolo fondamentale nel processo di modernizzazione di quella letteratura. Colpito dalla morte all'estero di Giubran (1931), l'anno dopo decide di tornarsene a Biskinta. Nel 1961 consegue il premio del ministero libanese dell'Educazione nazionale per l'opera letteraria svolta. Lascia una trentina di opere fra poesia, narrativa e critica. Ponte fondamentale di collegamento fra varie civiltà egli sviluppa uno spirito aperto a ogni rinnovamento, contro la fissità della tradizione imperante nella letteratura araba. Fin dai suoi primi articoli di critica egli invita gli uomini di lettere a recepire la continua evoluzione del mondo di cui la letteratura deve prendere atto. L'opera al-Ghirbal (Il Setaccio, 1923) sancisce definitivamente il suo valore di critico. Il periodo americano vede fiorire una sua interessante produzione poetica, tanto nello stile tradizionale quanto in versi liberi, in cui enuncia le sue meditazioni sugli uomini, gli avvenimenti e le cose, tradendo sovente le sue tendenze mistiche. Tornato in Libano egli si volge fondamentalmente alla prosa e in particolare al racconto in cui si manifesta netta l'influenza dei narratori russi. Fondamentale, fra la sua ricca messe letteraria, la ponderosa autobiografia Sab`un (Settant'anni, 1959-60) che in un arabo semplice eppur elegante dispiega le esperienze della sua triplice vita e cultura.



SA`DÀWI Nawwàl, scrittrice egiziana (Il Cairo 1932). Compie gli studi primari e secondari in varie località egiziane seguendo il padre insegnante nei suoi trasferimenti. Si laurea in psicologia esercitandone la professione e dedicandosi nel contempo alla narrativa. Esordisce col romanzo Mudhakkirat tabiba (Ricordi di una dottoressa), in cui narra la rivolta di una ragazzina messa sempre in secondo piano rispetto al fratello, e la raccolta di racconti Ta`allamt al-hubb (Ho appreso l'amore), entrambi del 1961. Fra i vari titoli successivi, nel 1975 esce Imra'a `inda nuqtat al-sifr (Una donna al punto zero), sul tema della donna sfruttata dall'uomo. Precedentemente, nel 1972, aveva esordito nel saggio con al-Mar'a wa-l-gins (La donna e il sesso), di aspro spirito femminista. Nel 1981 viene imprigionata per tre mesi con l'accusa di reati politici. La traumatizzante esperienza viene trattata in Mudhakkirati fi sigi'ni al-nisa' (Ricordi del carcere femminile), del 1986, in cui tra l'altro critica il crescente integralismo islamico così penalizzante per la donna. Fra gli ultimi suoi lavori ricordiamo Suqut al-Imam (La caduta dell'Imàm) del 1987, altro esempio di romanzo politico, dalla trama complessa, con continui salti tra il reale e il fantastico e di spiccato contenuto simbolico con la morale che l'ingiustizia e l'oppressione continueranno a trionfare. Nel 1974 vince il Premio egiziano per il racconto e nel 1982 quello per l'amicizia franco-araba.


SÀLEH al-Tàyyib, romanziere sudanese (Merowe 1929). Dopo aver completato gli studi primari e aver appreso il Corano nel natio paese rurale, si trasferisce presso l'istituto secondario di Wad Sayyidna a nord di Omdurman. Ottenutone brillantemente il diploma si iscrive alla facoltà di Scienze dell'Università di Khartùm. Dopo due anni, non potendo attuare la sua intenzione di trasferirsi a Lettere, abbandona gli studi e passa all'insegnamento. Viene assunto dalla B.B.C. quale responsabile della rubrica teatrale della sezione araba e si stabilisce permanentemente a Londra tornando di tanto in tanto per vacanza o lavoro alla sua terra natale. Questi frequenti ritorni rivelano nello scrittore cosmopolita, che ha vissuto a Londra e a Parigi, la sua seconda natura di uomo profondamente radicato alle proprie origini, al Nilo sulle cui rive ha trascorso la prima parte della vita. Questo tema vien reso magistralmente nel romanzo che l'ha reso famoso dentro e fuori il Mondo arabo: Mawsim al-higra ilà al-shamal (La stagione della migrazione al nord), pubblicato a Beirut nel 1969, in cui il protagonista, un giovane sudanese emigrato in Inghilterra, dopo una prolungata e alienante esposizione ai modi di vita occidentali, sente il bisogno di ritornare a rifugiarsi nel calore della sua tribù per ritrovare la serenità dello spirito. L'opera, rappresentazione di un drammatico e tragico episodio dell'eterno incontro-scontro tra Oriente e Occidente, mostra una costante nella produzione letteraria di S.: la presenza dell'Islam popolare, combinazione di ortodossia e animismo che, contrapponendosi ai valori dell'Occidente, riesce a mediare tra tradizione e modernità, tra il villaggio e la città, tra musulmani osservanti e non. Anche nelle altre opere, due romanzi brevi e vari racconti, egli dà prova, in una lingua piana dal colore vernacolare, della sua tecnica raffinata applicata al bagaglio tradizionale delle storie locali.


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