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IL PASSERO SOLITARIO DI G.LEOPARDI

martedì 7 febbraio 2012

- IL PASSERO SOLITARIO DI GIACOMO LEOPARDI, Canto 11 (v.01-44)
* Creazione: pubblicato per la prima volta nel 1835; di data incerta (i critici lo pongono tra il 1828 e il 1835), quasi certamente fra la fine del 1831 e il 1834.
* Metro: strofe libere con rime al mezzo

D'in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finchè non more il giorno;
Ed erra l'armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:


Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell'anno e di tua vita il più bel fiore.
Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de' provetti giorni,
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch'omai cede la sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.

Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s'allegra.

Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell'aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.

Tu solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni nostra vaghezza
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all'altrui core,
E lor fia voto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest'anni miei? Che di me stesso?
Ahi pentiromi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.

 GLOSSARIO
    • D'in su la vetta della torre antica:  Dall'ultima cima (D'in su la vetta) dell’antico campanile (il campanile di Saint'Agostino in Recanati)
    •  Passero solitario, alla campagna: O passero solitario, vai cinguettando verso i campi.
    •  Cantando vai finché non mre il giorno: finché non si fa sera.
    • Ed erra l'armonia per questa valle.: e il suono melodioso si diffonde in questa valle.
    • Primavera dintorno  : tutto intorno la prima vera risplende (brilla)
    • Brilla nell'aria, e per li campi esulta : e si diffonde in tutta la sua pienezza (esulta) per i campi.
    • sì ch'a mirarla intenerisce il core. : così che a guardare commuovere il cuore degli uomini. 
    • odi greggi belar, muggire armenti; : senti (odi: l'uso della  2 persona singolare è caro a Leopardi) le pecore belare e le mucche muggire.
    • Gli altri augelli contenti, a gara insieme  : gli altri uccelli volano lieti
    • per lo libero ciel fan mille giri : nel cielo fanno mille voli (giri: voli che esprimono felicità, libertà e divertimento) gareggiando tra loro.
    • Pur festeggiando il lor tempo migliore : anch'essi (pur) inneggiando la gioventù e la primavera
    • Tu pensoso in disparte il tutto miri : tu O passero assorto in meditazione (pensoso: Leopardi attribuisce atteggiamenti umani al passero), separato dai compagni (in disparte) non voli,
    • Non compagni, non voli, : oosservi, non stai con gli altri passeri,
    • Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi; : non ti importa l'allegria, eviti i divertimenti  (spassi)
    •  Dell'anno e di tua vita il più bel fiore. : canti, e così trascorri (trapassi) la primavera e la giovinezza. 
    • Oimè, quanto somiglia : povero me (oimè: esprime tristezza nel constatare la somiglianza), 
    • Al tuo costume il mio! sollazzo e riso : come assomiglia il mio al tuo modo di vivire (al tuo costume
    • Della novella età dolce famiglia, : (della... famiglia) e non mi curo neanche di te amore fratello
    • E te german di giovinezza, amore, : (germano)  della giovinezza. doloroso rimpianto dell'età matura
    • Sospiro acerbo de' provetti giorni : (de' provetti giorni: causa di rimpianto nella vecchiaia, che non conosce più illusioni)
    • non curo, io non so come; anzi da loro : non so perché mi comporto così, 
    • Quasi fuggo lontano: anzi scappo lontano da loro.
    • Quasi romito, e strano : quasi lontano ed estraneo (romito e strano)
    • Al mio loco natio, : al mio paese natale, trascorro la giovinezza della vita.
    • Questo giorno ch'omai cede alla sera : questa giornata che ormai lascia il posto.
    • Festeggiare si costuma al nostro brogo:  (si costuma) festeggiare al nostro paese
    • Odi spesso un tonar di ferree canne: senti spesso i colpi dei fucili (ferree canne: alla campagna si oppongono fucili)
    • Che rimbomba lontan di villa in villa : che rimbombano lontano di borgo in borgo (villa)
    • tutta vestita a festa: la gioventù : La giovintù del paese tutta (accresce il senso dell'esclusione) vestita a festa

      
    Introduzione
Il Leopardi pose questo canto in testa agli idilli ai quali si lega per i concetti e le immagini espresse (mentre l'impianto generale e l'uso linguistico è diverso), quasi una prefazione a quel componimenti' "in cui il Leopardi anziché ragionare intorno al dominio del male ed esporre le proprie convinzioni filosofiche, ritrae un aspetto della natura o un momento del suo animo: componimenti generati come per miracolo dal pessimismo e dal tedio dello spirito, derivati dalla contemplazione nuova e stupita dei cieli, delle stelle, delle strade, delle campagne" (A Gianni).
In questo idillio il tema della solitudine ragiunge un momento di altissima espressione poetica e la dolorosità della sua condizione esistenziale è divenuta ormai estremamente familiare. Nella solitudine l'uomo, come il Leopardi, "si gitta naturalmente a considerare e speculare sopra gli uomini nei loro rapporti scambievoli e sopra se stesso nei rapporti cogli altri. Questo è il soggetto che lo interessa sopra ogni altro e dal quale non sa staccare le sue riflessioni. Così egli viene naturalmente ad avere un campo molto ristretto, e viste in sostanza molto limitate, perché alla fine che cosa è tutto il genere umano (considerato solo nel suoi rapporti con se stesso) appetto alla natura, e nella università delle cose?
(Zibaldone, 4138)".
Anche in questo idillio la condizione di solitudine e i sentimenti sono espressi attraverso un paragone, come nel Canto notturno, che nella prima parte presenta una corrispondenza fra la vita del poeta e quella del passero e nella seconda, superando l'idea di similitudine, presenta una sorta di
opposizione, mostrando quanto le due condizioni siano spiritualmente differenti.
La memoria delle impressioni giovanili, dalla torre campanaria della Chiesa di SantAgostino alla piazzetta, fanno da sfondo ai pensieri dell'età matura, ai sentimenti di profonda infelicità che leggiamo negli ultimi versi, dopo la leggerezza dei primi che esprimono un dolore che mai si trasforma in negativa
angoscia esistenziale.
Come il passero vive solitario, e pensoso contempla il volteggiare gioioso dei compagni nel libero cielo e canta in disparte sull'arte della torre, così il poeta, mentre tutto il paese è in festa, esce solitario alla campagna mentre la primavera brilla nell'aria ed ogni cosa sembra far festa e rimanda ad altro tempo ogni gioco ed ogni diletto. Ma mentre il passero giunto alla fine della sua esistenza non proverà dolore per la sua vita trascorsa inutilmente e per quella sua solitudine, perché ogni gioia è donata dalla natura e non è una conquista dello spirito, il poeta rimpiangerà di non aver vissuto in modo più felice il suo tempo migliore, cioè la giovinezza e si volgerà senza conforto al passato.
Il canto caratterizza la vita del passero che trova ciò che gli serve nella sua natura, come tutti gli altri passeri, né potrebbe fare altrimenti: non ha bisogni. E quindi non ha bisogno di compagni o di spassi o di volare insieme ad altri passeri: canta perché quello è il suo istinto, ed il suo canto è privo di dolore o
di felicità. Solo noi uomini possiamo vedere nel canto del passero dolore o felicità, perché il dolore o la felicità è dentro di noi. Il passero sta solo e canta e gode anche se non sa di godere; l'uomo al contrario sta solo e soffre, e canta, come il poeta, e talvolta il suo canto gli serve almeno per addolcire qualche
momento della sua vita, come scrive nello Zibaldone: "[4302] Uno de' maggiori frutti che io mi propongo e spero da' miei versi, è che essi riscaldino la mia vecchiezza col calore della mia gioventù; è di assaporarli in quella età, e provar qualche reliquia de' miei sentimenti passati, messa quivi entro, per conservarla e darle durata, quasi in deposito; è di commuover me stesso in rileggerli, come spesso miaccade, e meglio che in leggere poesie d'altri: (Pisa. 15. Apr. 1828.) oltre la rimembranza, il riflettere sopra quello ch'io fui, e paragonarmi meco medesimo; e in fine il piacere che si prova in gustare e apprezzare i propri lavori, e contemplare da se compiacendosene, le bellezze e i pregi di un figliuolo
proprio, non con altra soddisfazione, che di aver fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui. (Pisa. 15. Feb. ult. Venerdì di Carnevale. 1828.)."
La struttura
Dividiamo l'idillio in tre parti, corrispondenti alle tre stanze (vv. 1/16, 17/44, 45/59).
parte I (v.1-16)
Nella prima parte il poeta canta del passero, coi suoi costumi, rappresentato in un 'quadro basato non solo sulla natura ma anche sul comportamento degli altri
uccelli. Risalta subito il tema della solitudine, che nel passero non provoca dolore o angosciose domande sulla vita e sul destino. Anzi all'apparenza il 'solingo augellin' sembra padrone del cielo, col suo canto spiegato alla campagna, mentre la primavera è in festa nell'aria e nella natura e tutto sembra partecipare di una gioia comune. Ma già in questa prima stanza possiamo cogliere il filone o lo sfondo di una solitudine pensosa e quindi dolorosa.

parte II (v.17-44)
Il centro della seconda stanza è il poeta stesso che coglie il paragone tra la sua
vita e quella del passero ("quanto somiglia / al tuo costume il mio"). La stanza
sembra costruita in parallelo con la pn'ma, in una sorta di assoluta "corrispondenza", come abbiamo avuto modo di notare già nelle note: ma tutto si rivela apparente non appena si passa dall'immaginazione alla realtà. Riscontriamo quindi un doppio piano connotativo: uno superficiale (la festa, la gioventù gioiosa, ecc.) e uno profondo, rappresentato appunto dalla solitudine: "All'uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo, gli oggetti sono in un certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna, udrà cogli orecchi un suono di una campana; e nel tempo stesso coll'immaginazione vedrà un'altra torre, un'altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose (Zib. 4418)". Ma questo bello e piacevole il poeta non riuscirà a coglierlo profondamente, proprio perché solitario; alla natura e alle cose non si abbandona: lo coglie piuttosto il pensiero, dettato proprio da quel "bello piacevole", dal sole che tramonta dolcissimo dopo un giorno sereno, "che la beata gioventù vien meno".


La lingua
Sul piano linguistico dobbiamo notare come le posizioni affidate dal poeta ad alcuni pronomi personali ed al vocativo "passero solitario" del 2 verso, siano tutte in posizione iniziale di verso. Diciamo anzi che il vocativo "passero solitario" e i successivi pronomi personali /tu/ v. 12, /io/ v. 36, /Tu/ v. 45, /a me/ v. 50, segnano lo svolgersi delle immagini e devono attirare l'attenzione del lettore sui concetti fondamentali espressi come concordanza o come contrasto. Una novità di questo idillio è l'uso del verbo /Odi/ (vv. 8-30-31) alla seconda persona, sempre in posizione di struttura iniziale, con un /tu/ sottinteso, che crea apparentemente un personaggio col quale il poeta sembra intrecciare un dialogo: in effetti Leopardi si rivolge a se stesso; il Leopardi che vive nella realtà quotidiana, fatta ormai di disillusioni, di accettazione del vero esistenziale e dell'infelicità dalla quale ormai dispera di potersi salvare, si rivolge al Leopardi sognante, che ritorna il tempo andato, mitizzandolo e depurandolo di tutti quegli avvenimenti che lo avevano caratterizzato in modo negativo tanto da farlo diventare triste e odioso e da fargli desiderare ardentemente di scappare da Recanati.
Pur prendendo in considerazione il il passaggio del verbo dalla seconda persona singolare alla terza persona impersonale /si ode/, possiamo, anche nella indeterminatezza dell'espressione, individuare comunque in quel /tu/ sottinteso l'altro /io/ del Leopardi, come se avvenisse nel poeta uno sdoppiamento di personalità: l'/io-tu/ che vede lo splendore della primavera e la festosità della gioventù recanatese e l'/io-io/ che solitario vaga per la "rimota campagna" pensando al tempo trascorso e alla gioventù ormai
finita.
Allo stesso modo anche l'amore, attraverso il /te/ (verso 20: E te german di giovinezza, amore), viene per un attimo esaltato come gemello della giovinezza; l'amore, come afferma nel canto Ad Arimane (dio del male della religione persiana, abbozzo di canto scritto forse nella primavera del 1833 a Firenze)
è l'unico sentimento che veramente può portare l'uomo a una condizione di felicità superando la solitudine. Ultima nota, infine, sulle domande retoriche degli ultimi versi: come struttura linguistica sembrano anticipare le domande del "Canto notturno": "che di questi anni miei? che di me stesso?" alle quali fanno eco appunto le domande "che vuol dir questa / solitudine immensa? ed io che sono?" (vv. 88-89). Domande per le quali non esiste risposta, ma una constatazione: la coscienza che "qualche bene o contento / avrà fors'altri", ma per il poeta la vita è male, perché "dentro covile o cuna, / è funesto a chi
nasce il dì natale". La poesia quasi sempre non riesce a dare risposte, al contrario della filosofia, che tenta di creare un sistema logico e razionale nel quale la risposta può anche essere tentata.
La raffigurazione degli aspetti sognanti della natura e della vita avviene attraverso una serie di parole che appartengono al campo dell'indeterminatezza, così come indeterminato deve restare il rivivere commosso l'incanto della primavera giovanile vissuta a Recanati insieme all'impossibilità di poter partecipare a quella gioia diffusa, ma permette solamente un uscire da solo in quell'aria verso il declinare del giorno e vedere nel sole che tramonta il destino comune degli uomini che è un affannarsi verso la morte e un voltarsi indietro sconsolato a un certo punto e dirsi: ma perché non ho vissuto?
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