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L.Ariosto "Orlando Furioso", Canto XXIII

lunedì 6 febbraio 2012


Follia per amore
Ludovico Ariosto L’Orlando Furioso,  Canto XXIII vv. 100 – 136
Si può impazzire per amore?
Il desiderio che spinge l’uomo all’instancabile ricerca dell’oggetto desiderato: vano, sempre sfuggente e inafferrabile, inchiesta necessariamente fallimentare, idealizzazione della donna amata, se non adeguatamente corrisposto, porta alla follia.
La mancanza di duttilità nell’adattarsi alle varie situazioni proposte dalla mutevole fortuna, essenziale all’uomo, porta all’ossessione fissa dell’amore e quindi alla perdita del controllo razionale.
Orlando ha inseguito Angelica invano, nella grotta e nella capanna del pastore, ha la prova che l’oggetto del suo desiderio è perduto per sempre, ma, fisso nel suo amore, pur di non accettare la sgradevole realtà, se ne costruisce una fittizia, diventando vulnerabile di fronte alla realtà effettuale, con conseguente perdita del senno.
Con la pazzia, l’amore e la fedeltà alla donna non nobilitano l’uomo ad una condizione spiritualmente superiore, ma lo degradano ad una condizione bestiale.

La follia di Orlando

100 Lo strano corso che tenne il cavallo
     del Saracin pel bosco senza via,
     fece ch'Orlando andò duo giorni in fallo,
     né lo trovò, né poté averne spia.
     Giunse ad un rivo che parea cristallo,
     ne le cui sponde un bel pratel fioria,
     di nativo color vago e dipinto,
     e di molti e belli arbori distinto.

101 Il merigge facea grato l'orezzo
     al duro armento ed al pastore ignudo;
     sì che né Orlando sentia alcun ribrezzo,
     che la corazza avea, l'elmo e lo scudo.
     Quivi egli entrò per riposarvi in mezzo;
     e v'ebbe travaglioso albergo e crudo,
     e più che dir si possa empio soggiorno,
     quell'infelice e sfortunato giorno.

102 Volgendosi ivi intorno, vide scritti
     molti arbuscelli in su l'ombrosa riva.
     Tosto che fermi v'ebbe gli occhi e fitti,
     fu certo esser di man de la sua diva.
     Questo era un di quei lochi già descritti,
     ove sovente con Medor veniva
     da casa del pastore indi vicina
     la bella donna del Catai regina.

103 Angelica e Medor con cento nodi
     legati insieme, e in cento lochi vede.
     Quante lettere son, tanti son chiodi
     coi quali Amore il cor gli punge e fiede.
     Va col pensier cercando in mille modi
     non creder quel ch'al suo dispetto crede:
     ch'altra Angelica sia, creder si sforza,
     ch'abbia scritto il suo nome in quella scorza.

104 Poi dice: - Conosco io pur queste note:
     di tal'io n'ho tante vedute e lette.
     Finger questo Medoro ella si puote:
     forse ch'a me questo cognome mette. -
     Con tali opinion dal ver remote
     usando fraude a sé medesmo, stette
     ne la speranza il malcontento Orlando,
     che si seppe a se stesso ir procacciando.

105 Ma sempre più raccende e più rinuova,
     quanto spenger più cerca, il rio sospetto:
     come l'incauto augel che si ritrova
     in ragna o in visco aver dato di petto,
     quanto più batte l'ale e più si prova
     di disbrigar, più vi si lega stretto.
     Orlando viene ove s'incurva il monte
     a guisa d'arco in su la chiara fonte.

106 Aveano in su l'entrata il luogo adorno
     coi piedi storti edere e viti erranti.
     Quivi soleano al più cocente giorno
     stare abbracciati i duo felici amanti.
     V'aveano i nomi lor dentro e d'intorno,
     più che in altro dei luoghi circostanti,
     scritti, qual con carbone e qual con gesso,
     e qual con punte di coltelli impresso.

107 Il mesto conte a piè quivi discese;
     e vide in su l'entrata de la grotta
     parole assai, che di sua man distese
     Medoro avea, che parean scritte allotta.
     Del gran piacer che ne la grotta prese,
     questa sentenza in versi avea ridotta.
     Che fosse culta in suo linguaggio io penso;
     ed era ne la nostra tale il senso:

108 - Liete piante, verdi erbe, limpide acque,
     spelunca opaca e di fredde ombre grata,
     dove la bella Angelica che nacque
     di Galafron, da molti invano amata,
     spesso ne le mie braccia nuda giacque;
     de la commodità che qui m'è data,
     io povero Medor ricompensarvi
     d'altro non posso, che d'ognor lodarvi:

109 e di pregare ogni signore amante,
     e cavallieri e damigelle, e ognuna
     persona, o paesana o viandante,
     che qui sua volontà meni o Fortuna;
     ch'all'erbe, all'ombre, all'antro, al rio, alle piante
     dica: benigno abbiate e sole e luna,
     e de le ninfe il coro, che proveggia
     che non conduca a voi pastor mai greggia. -

110 Era scritto in arabico, che 'l conte
     intendea così ben come latino:
     fra molte lingue e molte ch'avea pronte,
     prontissima avea quella il paladino;
     e gli schivò più volte e danni ed onte,
     che si trovò tra il popul saracino:
     ma non si vanti, se già n'ebbe frutto;
     ch'un danno or n'ha, che può scontargli il tutto.

111 Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto
     quello infelice, e pur cercando invano
     che non vi fosse quel che v'era scritto;
     e sempre lo vedea più chiaro e piano:
     ed ogni volta in mezzo il petto afflitto
     stringersi il cor sentia con fredda mano.
     Rimase al fin con gli occhi e con la mente
     fissi nel sasso, al sasso indifferente.

112 Fu allora per uscir del sentimento
     sì tutto in preda del dolor si lassa.
     Credete a chi n'ha fatto esperimento,
     che questo è 'l duol che tutti gli altri passa.
     Caduto gli era sopra il petto il mento,
     la fronte priva di baldanza e bassa;
     né poté aver (che 'l duol l'occupò tanto)
     alle querele voce, o umore al pianto.

113 L'impetuosa doglia entro rimase,
     che volea tutta uscir con troppa fretta.
     Così veggiàn restar l'acqua nel vase,
     che largo il ventre e la bocca abbia stretta;
     che nel voltar che si fa in su la base,
     l'umor che vorria uscir, tanto s'affretta,
     e ne l'angusta via tanto s'intrica,
     ch'a goccia a goccia fuore esce a fatica.

[….]

129 Pel bosco errò tutta la notte il conte;
     e allo spuntar de la diurna fiamma
     lo tornò il suo destin sopra la fonte
     dove Medoro isculse l'epigramma.
     Veder l'ingiuria sua scritta nel monte
     l'accese sì, ch'in lui non restò dramma
     che non fosse odio, rabbia, ira e furore;
     né più indugiò, che trasse il brando fuore.

130 Tagliò lo scritto e 'l sasso, e sin al cielo
     a volo alzar fe' le minute schegge.
     Infelice quell'antro, ed ogni stelo
     in cui Medoro e Angelica si legge!
     Così restar quel dì, ch'ombra né gielo
     a pastor mai non daran più, né a gregge:
     e quella fonte, già si chiara e pura,
     da cotanta ira fu poco sicura;

131 che rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle
     non cessò di gittar ne le bell'onde,
     fin che da sommo ad imo sì turbolle
     che non furo mai più chiare né monde.
     E stanco al fin, e al fin di sudor molle,
     poi che la lena vinta non risponde
     allo sdegno, al grave odio, all'ardente ira,
     cade sul prato, e verso il ciel sospira.

132 Afflitto e stanco al fin cade ne l'erba,
     e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto.
     Senza cibo e dormir così si serba,
     che 'l sole esce tre volte e torna sotto.
     Di crescer non cessò la pena acerba,
     che fuor del senno al fin l'ebbe condotto.
     Il quarto dì, da gran furor commosso,
     e maglie e piastre si stracciò di dosso.

133 Qui riman l'elmo, e là riman lo scudo,
     lontan gli arnesi, e più lontan l'usbergo:
     l'arme sue tutte, in somma vi concludo,
     avean pel bosco differente albergo.
     E poi si squarciò i panni, e mostrò ignudo
     l'ispido ventre e tutto 'l petto e 'l tergo;
     e cominciò la gran follia, sì orrenda,
     che de la più non sarà mai ch'intenda.


134 In tanta rabbia, in tanto furor venne,
     che rimase offuscato in ogni senso.
     Di tor la spada in man non gli sovenne;
     che fatte avria mirabil cose, penso.
     Ma né quella, né scure, né bipenne
     era bisogno al suo vigore immenso.
     Quivi fe' ben de le sue prove eccelse,
     ch'un alto pino al primo crollo svelse:

135 e svelse dopo il primo altri parecchi,
     come fosser finocchi, ebuli o aneti;
     e fe' il simil di querce e d'olmi vecchi,
     di faggi e d'orni e d'illici e d'abeti.
     Quel ch'un ucellator che s'apparecchi
     il campo mondo, fa, per por le reti,
     dei giunchi e de le stoppie e de l'urtiche,
     facea de cerri e d'altre piante antiche.

136 I pastor che sentito hanno il fracasso,
     lasciando il gregge sparso alla foresta,
     chi di qua, chi di là, tutti a gran passo
     vi vengono a veder che cosa è questa.
     Ma son giunto a quel segno il qual s'io passo
     vi potria la mia istoria esser molesta;
     ed io la vo' più tosto diferire,
     che v'abbia per lunghezza a fastidire.

ANALISI TESTUALE DELLA “PAZZIA DI ORLANDO”

Parafrasi CANTI XXIII – XXIV.
Individuazione delle sequenze; sintesi del racconto.
Individuazione dei temi e dei messaggi che l’autore vuol proporre; loro collocazione nel contesto del pensiero rinascimentale.
Individuazione e catalogazione degli interventi del narratore.
Individuazione dei passaggi ironici e dei passaggi in cui si vede agire la Fortuna.
Individuazione delle similitudini o metafore.
Individuazione delle altre figure retoriche.

PARAFRASI CANTO XXIII
1^ seq. Lo strano percorso, non segnato da alcun sentiero, che fece il cavallo di Mandricardo per il bosco, fece in modo che Orlando vagò per due giorni, senza trovare la giusta via e senza averne indizi.

Sequenza di raccordo con le precedenti. Si riassume la situazione di Orlando.

2^ seq. Giunse ad un fiume che sembrava di cristallo, sulle cui sponde fioriva un bel fraticello, fiori nati spontaneamente, di vari colori, ornato da numerosi cespugli. A quest’ora del pomeriggio spirava una leggera brezza, molto grata sia al guerriero dotato di corazza, sia al pastore nudo, al punto che Orlando non ne sentiva il fastidio, poiché portava con se corazza, elmo e scudo. Entrò nel prato per poterci riposare ma ebbe un’accoglienza dolorosa e crudele, un ingrato soggiorno, in quel giorno triste e sfortunato.

Orlando giunge sulla riva di un fiume e cerca un posto per riposarsi.
ENDIADI – travaglioso albergo e crudo / infelice e sfortunato giorno.

3^ seq. Guardandosi intorno vide molti cespugli sulla riva ombrosa; dopo che egli li osservò con attenzione, fu certo di essere vicino alla sua amata. Questo è uno di quei luoghi che sono già stati descritti dove Angelica, dalla vicina casa del pastore, era solita venire con Medoro. Vede, infatti, i nomi di Angelica e Medoro legati insieme da cento nodi, scritti in cento luoghi. Tante sono le lettere, tanti sono i chiodi con i quali Amore punge e ferisce il cuore di Orlando. Con il pensiero cerca in mille modi di non credere a ciò che suo malgrado deve credere: si sforza di credere che si tratta di un’altra Angelica ad aver scritto il suo nome in quel luogo. Poi dice: «Io conosco anche questi caratteri: di tali ne ho visti e letti molti. Forse questo Medoro è solo una finzione: magari mette a me questo soprannome». Con queste opinioni lontane dalla verità, mentendo anche a se stesso, l’infelice Orlando si aggrappò a questa speranza che era riuscito a crearsi. Ma tanto più si accende di speranza, tanto più il fiume sospetto cerca di sopirlo: come l’incauto uccello che si ritrova tra la rete, quanto più sbatte le ali e cerca di liberarsi, tanto più si lega stretto.

Orlando riconosce il luogo dove Angelica era solita venire. Vede scritti i nomi di Angelica e di un certo Medoro; nonostante l’evidenza cerca di nascondersi dietro la verità e di non credere a quello che vede.
SIMILITUDINE – come l’incauto augel che si ritrova in ragna o in visco aver dato di petto, quanto più batte l’ale e più si prova di disbrigar, più vi si lega stretto.
ENDIADI – punge e fiede / vedute e lette.
PERIFRASI – la bella donna del Catai regina (Angelica).
INTERVENTO DEL NARRATORE – questo è uno di quei luoghi già descritti dove Angelica era solita venire con Medoro.

4^ seq. Orlando giunge dove la montagna crea una grotta naturale. Angelica e Medoro avevano adornato l’entrata con edere e viti rampicanti. Qui, i due felici amanti, erano soliti stare abbracciati nelle ore più calde della giornata. Vi avevano scritto dentro e fuori i loro nomi come in nessun altro luogo circostante, alcuni con carbone e altri con gesso, e altri ancora erano stati impressi con le punte dei coltelli. Il triste conte scese a piedi fino a qui: e vide sopra l’entrata della grotta molte parole, che stese Medoro con la sua mano, tanto che sembravano appena scritte. L’immenso piacere che trovò nella grotta, lo aveva ridotto in questa frase. Era scritta nella sua lingua, io penso; e nella nostra ha questo senso:
«Gradite piante, verdi erbe, limpide acque, grotta opaca, fresca e gradevole, dove spesso la bella Angelica, nata da Galafronte e amata invano da molti, giacque nelle mie braccia nude; della comodità che qui mi è data io, povero Medoro, non posso ricompensarvi in altro modo, se non sempre lodarvi; e pregare che ogni signore e amante, ogni cavaliere con la sua damigella, e ogni persona, o nativa del luogo e straniera, realizzi qui le sue volontà, grazie alla Fortuna; che all’erba, all’ombra, alla grotta, al fiume, alle piante dica: per sempre abbiate sole e luna, e il coro delle ninfee, che faccia sì che nessun pastore porti tra voi il suo gregge per farlo pascolare». Era scritto in arabico, lingua che Orlando conosceva bene come il latino: fra molte lingue e molte che conosceva bene, conosceva quella in modo migliore; quella lingua gli fece schivare più volte danni e morte, quando si trovò tra i Saraceni; ma non si vanti, se nel passato da essa trasse dei vantaggi, poiché ora ne trae danno, che può fargli scontare tutto. Tre, quattro, sei volte lesse quella frase triste, e cercando sempre, ma invano, di non leggere quello che vi era scritto; e lo vedeva sempre più chiaro e piano: e ogni volta sentiva con la mano fredda, il cuore stringersi in mezzo al petto afflitto. Rimase infine con gli occhi e con la mente fissi alla pietra, non differenti da essa, impietrito.

Orlando si avvicina ad una grotta che era stata ornata dai due amanti e legge sulla pietra le parole di Medoro, scritte in Arabo, lingua che Orlando conosce benissimo. Le parole di Medoro, che ringrazia la natura per avergli regalato quel magnifico luogo, sono lette e rilette da Orlando che rimane di sasso.
PERIFRASI – il mesto conte (Orlando).
ENDIADI – danni et onte / chiaro e piano.
INTERVENTI DEL NARRATORE
1.Che fosse culta in suo linguaggio io penso; et era né la nostra tale il senso. L’Ariosto traduce nella nostra lingua le parole di Medoro scritte in Arabo. 
2.Ma non si vanti se nel passato da essa trasse vantaggi, poiché ora ne trae danno.

5^ seq. Fu allora che per uscire da questo doloroso sentimento, si lasciò in preda a tutto il suo dolore. Credete a chi vi è già passato, che questo è il dolore che supera per intensità tutti gli altri. Il mento gli era caduto sul petto, la fronte era bassa; e il dolore lo occupò così tanto da non dare spazio ai lamenti ed al pianto. L’impulsivo dolore rimase tutto dentro, ma voleva uscire con molta fretta. Così come si deve l’acqua restare nel vaso, che abbia il ventre largo e la bocca stretta; quando si rivolta tale brocca l’acqua preme per uscire, ma l’apertura stretta ne rallenta il flusso; così che il liquido esce gocciolando a fatica. Poi ritornò abbastanza in sé, e pensò come poteva non essere vera la cosa: che qualcuno voglia infamare il nome della sua donna e spera che, gravando su di lui questo peso, possa morire di gelosia; e che colui che ha scritto, qualunque sia egli stato, abbia imitato così bene la scrittura della donna.

Orlando si lascia prendere da un profondo dolore, un dolore che supera tutti gli altri. Poi cerca di non credere a quelle parole, pensa che qualcuno voglia infamare il nome di Angelica e far sì che, scrivendo quelle parole, Orlando possa morire di gelosia.
SIMILITUDINE – L’impetuosa doglia entro rimase, che volea tutta uscir con troppa fretta. Così veggian restar l’acqua nel vase, che largo il ventre e la bocca abbia stretta; che nel voltar che si fa in su la base, l’umor che vorrai uscir, tanto s’affretta, e ne l’angusta via tanto s’intrica, ch’a goccia a goccia fuore esce a fatica.
IPERBOLE – né poté aver (che ‘l duol l’occupò tanto) alle querele voce, o umore al pianto.                   Il dolore lo occupò a tal punto da non lasciare spazio ai lamenti e al pianto.
INTERVENTO DEL NARRATORE – credete e chi ne ha fatto esperimento, che questo è il dolore che supera per intensità tutti gli altri.
PASSAGGI IRONICI – il mento gli era caduto sopra il petto / l’impetuoso dolore voleva uscire con troppa fretta.

6^ seq. Questa poca e debole speranza gli rinfranca lo spirito, così che preme il dosso al suo Brigliadoro, mentre il sole al tramonto cede il posto alla luna. Non vaga per molto che vede uscire dai camini sui tetti il fumo del fuoco, sente i cani abbaiare, sente mugghiare: va verso la villa e ne prende alloggio. Debole smonta da cavallo, e lo lascia ad un esperto garzone cosicché ne abbia cura. Un altro lo disarma, altri gli leva gli sproni d’oro, un altro ancora va a pulirgli l’armatura. Era questa la casa dove Angelica portò Medoro, ferito, per guarirlo. E fu qui che i due ebbero la loro avventura.
Orlando chiede di coricarsi e di non cenare, sazio di dolore e di nessun’altra vivanda. Quanto più cerca di tranquillizzarsi, tanto più trova travaglio e dolore; al punto che vede quella frase su ogni muro, su ogni porta e su ogni finestra. Egli vuole chiedere spiegazione, ma poi sta zitto; ha paura che gli sia chiarito ciò che egli si sforza di mettere in dubbio, cioè che si sta nascondendo per soffrire di meno. Non trae giovamento dal mentire a se stesso; e anche senza domandare, c’è chi ne parla. Il pastore che lo vede così oppresso, e che vorrebbe sollevarlo da quella tristezza, comincia a raccontare la nota storia dei due amanti, che spesso a molti fa sentire. Egli spiega come la bella Angelica aveva portato Medoro, ferito gravemente, alla sua villa; e come ella ne curò la ferita, guarendola in pochi giorni: ma nel cuore ella era stata ferita maggiormente da Amore; e la piccola scintilla l’accese tanto, che ardeva tutta e non trovava pace; e senza aver rispetto del fatto che ella fosse la figlia del più grande re del Levante, fu costretta dal troppo amore a farsi moglie di un povero cavaliere. Alla fine la storia si concluse, e il pastore fece portare la gemma brillante, che Angelica aveva lasciato alla sua partenza, come ricompensa del buon alloggio.
Questa conclusione fu la scure che levò, con un colpo, la testa dal collo del paladino, dopo che il carnefice amore fu sazio di averlo battuto innumerevoli volte. Orlando cerca di nascondere la sofferenza; eppure quella è troppo forte, e male la può nascondere: conviene così che egli trovi, o per bocca o per gli occhi, con lamenti o lacrime, che egli voglia o non voglia, una via d’uscita per questo dolore. Egli da così sfogo al suo dolore (che resta solo e senza rispetto), giù per gli occhi, bagnando le gote, creando un fiume di lacrime sul petto: sospira, si lamenta e si rigira più volte nel letto cercando di trovare una posizione confortevole. E lo sente sempre più duro di un sasso e più pungente di un’ortica. In questo acuto travaglio gli viene in mente che nello stesso letto giaceva l’ingrata donna, che doveva essere venuta a porsi più volte con il suo amante. Con la stessa prestezza con cui si era sdraiato su quelle piume, Orlando si alzò e lasciò la stanza.

Orlando riprende il cammino e si ferma ad una villa. Lascia tutti i suoi averi ad alcuni garzoni e chiede di potersi coricare senza cena. Ma egli non è tranquillo, su tutti i muri vede scritti i nomi di Angelica e Medoro. Era infatti la villa dove Medoro, ferito, aveva preso alloggio con Angelica. Come se non bastasse, il pastore, vedendolo così oppresso, comincia a raccontare la storia dei due amanti, pensando di poterlo risollevare. Racconta dell’amore che univa i due e infine mostra ad Orlando la gemma che Angelica aveva lasciato come ricompensa al padrone. Orlando cerca di andare a dormire, ma il ricordo che Angelica e Medoro erano stati nello stesso letto non gli da pace.
ENDIADI – travaglio e pena / sospira e geme.
PERIFRASI – ingrata donna (Angelica).
METAFORA – il sole cede il posto alla luna.
IPERBOLE – fiume di lacrime / sazio di dolore e di nessun’altra vivanda / questa fu la scure che gli levò la testa dal collo.
INTERVENTO DEL NARRATORE – Era questa la casa dove Angelica portò Medoro, ferito, per guarirlo. E fu qui che i due ebbero la loro avventura.

7^ seq. Quel letto, quella casa, quel padrone vengono immediatamente odiati da Orlando, il quale senza aspettare la luce della luna o il chiarore che precede il nuovo giorno, prende l’armatura e il cavallo e se ne va in mezzo al bosco, dirigendosi verso la parte più oscura di esso; e quando è sicuro di essere solo, apre le porte al dolore con urla e grida. Non cessa mai di piangere e di gridare, non sì da pace ne la notte ne il giorno successivo. Egli fugge tra paesi e borghi, dormendo all’aperto sul duro terreno della foresta. Si meraviglia di come possa avere in testa una fontana così vitale, e di come possa sospirare così tanto; e spesso, nel pianto dice a se stesso: «Queste che escono dai miei occhi in maniera così copiosa non sono più lacrime. Non bastarono le lacrime al dolore: finirono quando esso era appena a metà della sua espressione. Ed è appunto questo vitale umore che viene ora versato dagli occhi, e che, esaurendosi, esaurirà insieme il mio dolore e la mia vita. Questi sospiri che indicano il mio tormento, non sono sospiri, poiché i sospiri non sono così. I sospiri veri cessano per qualche attimo; invece il mio cuore non si ferma mai e continua a esalare la sua pena sempre allo stesso modo. Amore, che tieni il mio cuore infuocato, con che miracolo riesci a non farlo mai consumare? Il mio viso ora non rappresenta il vero Orlando; quello che rappresentava Orlando è morto ed è sepolto sottoterra; la sua ingrata donna lo ha ucciso: mancandogli di fede, lo ha colpito. Io sono lo spirito e mi sono diviso da lui, ed ora vago tormentandomi per questo inferno, affinché possa essere, anche solo con il mio aspetto, l’esempio di chi ripone la speranza nell’amore».
Il conte vagò per tutta la notte nel bosco, e alle prime luci dell’alba, il suo destino lo fece ritornare nel luogo in cui Medoro aveva inciso le sue parole. Il vedere di nuovo queste parole scritte sulla roccia, lo accese a tal punto che in lui non restarono altro che sentimenti di odio e rabbia; non ci pensò molto, e trasse fuori la sua spada.

Orlando lascia la villa e si dirige verso il bosco dove finalmente riesce a liberare tutto il suo dolore. Continua a vagare, per giorni e notti, fino a quando il suo triste destino lo riporta alla grotta dei due innamorati. Orlando, senza indugiare, trae la spada dal fodero: è la “vigilia” della sua pazzia.
ENDIADI – gridi ed urli / cittadi e borghi.
PERIFRASI – fontana d’acqua si vivace (lacrime)
IPERBOLE – le lacrime non bastarono al dolore, ma finirono quando esso era appena a metà della sua espressione / la sua ingrata donna lo ha ucciso mancandogli di fede.

8^ seq. Con essa tagliò le parole sulla roccia, fino ad alzare le schegge al cielo. Infelici sono quel luogo ed ogni stelo dove si leggono i nomi di Angelica e Medoro. Così passò quel giorno, che non darà più né ombra né fresco al pastore e al suo gregge. E quel fiume, così chiaro e puro, divenne poco sicuro a causa di tutta quella rabbia. Poiché Orlando non cessò di gettare rami, tronchi, sassi e terra nelle sue belle onde, fino a quando lo rese scuro, non più limpido, dalla superficie fino al fondo. E poi, stanco e sudato, cade sul prato e sospira verso il cielo. Afflitto e stanco si lascia cadere tra l’erba, fissa gli occhi al cielo e non proferisce parola. Rimane a dormire così, senza cibo, per tre giorni e tre notti. L’immenso e crudo dolore non cessò di crescere e lo condusse fuori di senno. Il quarto giorno, pieno di grande rabbia, si strappò di dosso l’armatura e i vestiti. Qui buttò l’elmo, e qui lo scudo, gli arnesi finirono lontani, e più lontano ancora la spada. Tutte le sue armi insomma, avevano trovato posto in tutto il bosco. E poi ancora si strappò le vesti, mostrando il ventre, il petto e tutto il corpo nudo; cominciò così la grande pazzia, così grande che nessuno sentirà mai raccontare di una maggiore di questa.
Venne investito da tanta rabbia, da tanto furore che tutti i suoi sensi vennero oscurati. Non pensò di riprendere in mano la spada, con la quale aveva fatto incredibili imprese. Ma in quel momento non occorrevano né quella, né la scure, poiché il suo vigore era enorme. Qui dove fece alcune delle sue imprese più grandi, divelse a mani nude un pino, al primo colpo.
E dopo il primo né abbatté parecchi altri, come se fossero sambuchi o finocchi selvatici; e fece la stessa cosa di querce e di vecchi olmi, di faggi, di elci e di abeti. Quello che fa un cacciatore d’uccelli, ripulendo lo spazio attorno a lui da giunchi, stoppie e ortiche per disporre le trappole, Orlando lo faceva con aceri e altre grosse piante. I pastori che avevano sentito tutti questi rumori, vennero in fretta a vedere, chi da una parte, chi dall’altra, lasciando il proprio gregge sparso per la foresta.
Ma ora sono arrivato nel punto in cui, se dovessi proseguire, potrei rendere noiosa la mia storia; ed io la voglio così interrompere, cosicché non vi possa infastidire per la sua lunghezza.  
Orlando inizia a tagliare la roccia con la spada, sradica alberi e radici, getta tutto nelle acque del fiume fino a renderlo pieno dal fondo fino in superficie. Poi si sdraia a terra, si spoglia di tutto ciò che ha indosso, getta le armi nel bosco. Poi, assalito da così tanta follia, inizia ad abbattere alberi di ogni genere. Ormai Orlando è fuori di senno. Il canto si conclude con le parole dell’Ariosto, che decide di interrompere il racconto per non rendere la lettura troppo noiosa.
INTERVENTI DEL NARRATORE
1.Infelice quell’antro, et ogni stelo in cui Medoro e Angelica si legge!
2.Ma sono giunto a quel segno il qual s’io passo vi potria la mia istoria esser molesta; et io la vo’ più tosto diferire, che v’abbia per lunghezza a fastidire.
ENDIADI – chiare e monde / afflitto e stanco / maglie e piastre.
PERIFRASI – che il sole esce tre volte e torna sotto (tre giorni e tre notti).

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