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Riflessi linguistici delle differenze di genere

venerdì 24 febbraio 2012



Nicola Grandi e Vermondo Brugnatelli
Riflessi linguistici delle differenze di genere
(nel sistema della lingua e nei suoi usi sociali)

Percezione visiva e assegnazione del genere


Sistemi di 'genere' non basati sulla distinzione tra maschile e femminile: classificatori e classi nominali

Il sistemi di genere con cui un parlante ‘occidentale’ ha maggior dimestichezza, quello basato sulla distinzione tra maschile e femminile (con l’eventuale aggiunta del neutro), pur avendo una diffusione piuttosto ampia in prospettiva interlinguistica, non può essere definito come il sistema di genere prevalente tra le lingue storico-naturali. In effetti, la quasi totalità delle lingue che si è soliti definire ‘esotiche’ classificano i nomi prescindendo dalle informazioni che derivano originariamente dalla differenza di sesso.
Il sistema di genere che si fonda sulla dicotomia maschile vs. femminile, in effetti, presenta uno svantaggio non trascurabile: solo una minima parte dei nomi (quelli che indicano esseri animati adulti in cui la differenza di sesso sia chiaramente identificabile) consente una attribuzione del genere totalmente trasparente sul piano semantico (i nomi che indicano gli esemplari di sesso maschile prendono il genere maschile; i nomi che indicano gli esemplari di sesso femminile prendono il genere femminile; es. leone vs. leonessa). In tutti gli altri casi, l’assegnazione del genere è semanticamente immotivata ed avviene in base a criteri puramente formali (in quanto dipende essenzialmente dal suono con cui finisce una parola). In italiano, ad esempio, la regola base (l’unica produttiva) prevede che siano maschili i nomi che fanno parte della classe flessiva che prevede la marca –o al singolare e la marca –i al plurale (es. libro, libri) e siano femminili i nomi che fanno parte della classe flessiva che prevede la marca –a al singolare e la marca –e al plurale (es. sedia, sedie). Questa regola, tuttavia, lascia spazio a innumerevoli eccezioni: mano finisce per  o ed ha un plurale in –i ma, è femminile. Inoltre, il carattere totalmente arbitrario di questo processo di attribuzione di genere determina una profonda variabilità interlinguistica: mare è maschile in italiano, mentre in francese mer ‘mare’ è femminile.
Insomma, il sistema di genere più noto non può essere sicuramente definito trasparente ed economico. Questo limite può spiegare, in parte, la sua tutto sommato limitata diffusione interlinguistica. Se varchiamo i confini della famiglia indoeuropea, infatti, ci imbattiamo in sistemi piuttosto diversi, nei quali la distinzione di genere in base al sesso sembra spesso del tutto irrilevante. In ottica interlinguistica, le strategie alternative prevalenti sono essenzialmente quelle che prevedono il ricorso ai cosiddetti classificatori ed ai marcatori di classi nominali. Esse sono sostanzialmente simili nel principio di fondo, in quanto suddividono i nomi in classi in base al loro significato. La differenza sostanziale tra i due procedimenti consiste nel fatto che nei sistemi di classificatori l’appartenenza ad una classe è ‘marcata’ accostando ad ogni nome un morfema libero (cioè una parola monomorfemica), mentre nei sistemi di classi nominali l’appartenenza ad una classe è ‘marcata’ unendo al nome un morfema legato (di norma un prefisso o un suffisso).
La natura profonda dei sistemi di classificazione appena citati non può prescindere dall’analisi delle tradizioni socio-culturali delle comunità umane che fanno ricorso ad essi. In effetti, l’assegnazione dei nomi alle classi avviene in virtù di reti semantiche talvolta piuttosto intricate e non sempre immediatamente accessibili, in quanto intimamente legate alla cultura ed alle tradizioni di specifiche comunità umane. In sostanza, ogni sistema di questo tipo costituisce, come si è più volte affermato, ‘una finestra aperta sul mondo’, in quanto rappresenta la manifestazione di superficie di un modo specifico di leggere e classificare l’esperienza.
Per capire meglio la natura di questi processi, conviene considerare alcuni esempi concreti.

Un sistema di classificatori: il dyirbal tradizionale

Una delle lingue più note nella comunità scientifica per l’uso di un sistema piuttosto complesso di classificatori è il dyirbal, lingua cha appartiene famiglia australiana (ramo pama-nyungan) ed è parlata nei pressi della città di Cairns nel Queensland. Nel sistema di ‘genere’ del dyirbal la distinzione tra maschile e femminile rimane pertinente, ma ha un rilievo piuttosto limitato. I nomi vengono suddivisi in quattro classi, in base ad una trama davvero intricata di rapporti semantici, che vengono riassunti nella tabella seguente:

Classe:
Base semantica:
Esempi:

I classe (bayi)

maschio
uomo
animali
canguro, opossum, serpente, lucertola, pesce, fiocina, lenza
mito associato
arcobaleno, luna, tempesta


II classe (balan)
femmina
donna
fuoco
fuoco, carbone, legnetti, lucciola
acqua
acqua, palude, fiume, vortice
lotta
lancia da battaglia, scudo
mito associato
uccello, sole, stella
pericolo
pesce pietra, aguglia, ortica
III classe (balam)
cibo (no carne)
verdura, cibo, fagiolo nero, fico selvatico
IV classe (bala)
altro
albero

In sostanza, come i nomi maschili in italiano devono, di norma (e trascurando le eccezioni), finire in –o, così i nomi della prima classe in dyirbal devono essere obbligatoriamente accompagnati dal classificatore bayi (di fatto un morfema libero, una parola monomorfemica). Allo stesso modo, i nomi che afferiscono alla seconda classe devono obbligatoriamente essere affiancati alla parola balan. E così via.
Come si è detto, l’appartenenza ad ogni classe è sancita da specifici tratti semantici. Alla prima classe appartengono, ad esempio, i nomi che indicano gli esseri umani di sesso maschile ed alcuni animali, oltre ai nomi che designano la luna, l’arcobaleno e la tempesta. Alla seconda classe afferiscono, tra gli altri, i nomi che designano esseri umani di sesso femminile, alcuni nomi che potremmo ascrivere alla sfera semantica del fuoco e della luce e i nomi che rimandano ad oggetti o attività pericolose. È piuttosto difficile districarsi nella trama complessa delle relazioni semantiche sottese alle quattro classi in uso in dyirbal tradizionale. Alcuni esempi però chiariranno la situazione. La luna ed il sole appartengono, rispettivamente, alle classi I e II in quanto, secondo la tradizione locale, sono considerati marito e moglie. La luna, marito, è dunque equiparata ad un uomo e questo spiega la sua posizione all’interno della classe I. Il sole, moglie, è equiparato ad una donna e dunque incluso nella classe II. Ancora, i nomi degli uccelli stanno nella classe II e non nella I al pari dei nomi degli altri animali dal momento che nella cultura dyirbal gli uccelli vengono considerati la reincarnazione dello spirito delle donne morte. Perciò i nomi di donna e i nomi di uccelli appartengono alla stessa classe. Anche la collocazione dei nomi per designare il pesce pietra e l’aguglia (II classe) pare problematica, visto che il loro iperonimo ‘pesce’ sta nella classe I. Anche in questo caso la spiegazione è relativamente semplice: il pesce pietra e l’aguglia sono potenzialmente pericolosi per l’uomo e tutti i nomi che rinviano all’area semantica del pericolo afferiscono alla classe II. Ciò spiega anche la presenza del nome per l’ortica della seconda classe. I nomi per la fiocina e la lenza (e, più in generale, i nomi che rinviano al campo semantico della pesca) si collocano all’interno della classe I in quanto concettualmente legati al pesce, che, come si è visto, fa parte proprio di quella classe.
Questi esempi sono sufficiente per capire quanto sia complesso ‘entrare’ nel meccanismo che sovrintende al funzionamento di ‘sistemi di genere’ così particolari. Ovviamente, essi hanno una ragion d’essere solo se vengono iscritti in una specifica matrice sociale e culturale. Insomma, per capirli appieno è necessario tener conto di molti degli aspetti della vita delle persone che parlano le lingue in cui essi sono in uso.

I sistemi di classi nominali

Mentre i processi di classificazione implicano, sul piano formale, il ricorso a procedimenti morfosintattici o micro-sintattici, in quanto prevedono l’accostamento di due o più unità lessicali autonome, i sistemi di classi nominali ci conducono interamente nell’ambito della morfologia, collocandosi a mezza via tra flessione e derivazione: essi, in effetti, si concretizzano, sul piano formale, nell’aggiunta di affissi ai nomi. Il problema cruciale che si pone nell’analisi di questi sistemi è sostanzialmente analogo a quello affrontato nel paragrafo precedente e concerne dunque l’individuazione dei parametri (cognitivamente) salienti sottesi ai processi di classificazione mentale e successivamente linguistica dell’esperienza (in quanto dietro ogni categoria linguistica si cela un’operazione di pensiero). Ogni sistema di classificazione (a prescindere dalla distinzione tra classificatori e classi nominali) è assolutamente specifico e peculiare, in quanto, come si è visto precedentemente, saldamente ancorato alle tradizioni ed al bagaglio culturale di un singola comunità umana. Tuttavia, non mancano alcune tendenze piuttosto generali a livello interlinguistico. Quindi, dopo aver analizzato un singolo, particolare sistema di classificazione (quello del dyirbal), in questo paragrafo prenderemo in esame, in ottica comparativa, alcuni sistemi di classi nominali di lingue diverse geneticamente e tipologicamente allo scopo di individuare eventuali tendenze ricorrenti. Nello specifico incentreremo la nostra disamina sul trattamento linguistico dei dati che derivano dalla percezione visiva, dal momento che quest’ultima è probabilmente la fonte più immediata per l’acquisizione di informazioni.1

Cognizione, percezione e categorie linguistiche: dimensione, colore e forma come criteri di classificazione


Le proprietà di una entità che risultano più pertinenti rispetto alla percezione visiva sono evidentemente la dimensione, il colore e la forma.
Neisser (19932: 23) afferma che «l’attività cognitiva è l’attività del conoscere: l’acquisizione, l’organizzazione e l’uso della conoscenza». Questa attività si esplica principalmente mediante l’uso di categorie: «un aspetto essenziale della cognizione è la capacità di categorizzare: di giudicare se un oggetto particolare sia o no un caso di una particolare categoria» (Jackendoff 1989: 137). La provenienza delle informazioni che vengono categorizzate, e che determinano l’attività del conoscere, è varia. Come si è detto, una delle fonti più ricche di informazioni da categorizzare è la percezione visiva. Dunque in questo paragrafo concentreremo la nostra attenzione solo sulle strategie mentali di organizzazione delle informazioni che provengono da quest’ultima. Secondo Neisser (19932: 33), l’attività percettiva è guidata da schemi, “strutture preesistenti […] le quali dirigono l’attività percettiva e ne sono a loro volta modificate”: “le strutture cognitive cruciali per l’attività visiva sono gli schemi anticipatori che preparano il percettore ad accettare determinati tipi di informazione piuttosto che altri, e pertanto controllano l’attività del guardare” (Neisser 19932: 40). In base a queste considerazioni, possiamo supporre che l’informazione proveniente dalla percezione visiva sia organizzata in base a tre schemi: colore, forma e dimensione. È dunque interessante cercare di capire se e come l’organizzazione mentale delle informazioni tratte dalla percezione visiva si traduca sul piano linguistico: sarebbe infatti logico attendersi che l’organizzazione dell’informazione linguistica seguisse più o meno gli stessi criteri in base ai quali la medesima informazione è stata organizzata a livello mentale. In questo senso, se dimensione, colore e forma fossero categorie mentali fondamentali nella classificazione dell’esperienza, sarebbe plausibile supporre che nelle lingue caratterizzate dall’uso di classificatori o classi nominali vi siano classi (e conseguentemente elementi formali (parole o affissi) specificamente dedicati alla loro marcatura) in cui collocare i nomi proprio in base a questi tre parametri. In altri termini, in base al criterio della dimensione dovremmo attenderci di trovare una classe in cui collocare ad esempio i nomi che indicano entità piccole ed un’altra nella quale disporre i nomi che designano entità grandi. Oppure dovremmo poter trovare classi alle quali ricondurre i nomi che si riferiscono ad entità di una forma particolare o di uno specifico colore.
Questa previsione trova conferma o viene smentita dai fatti?
Se riconsideriamo la tabella riassuntiva del sistema di classificatori in dyirbal, non troviamo effettivamente alcun riferimento ai parametri di dimensione, colore e forma.
Allarghiamo dunque il campo di indagine ad alcuni dei più noti sistemi di classi nominali.

Il primo è quello ricostruito per il proto-bantu (una lingua ricostruita mediante la comparazione tra le moderne lingue bantu, parlate in larga parte dell’Africa sub-sahariana):

nomi numerabili
a. configurazione / forma
a’ entità solide
- estese (oggetti lunghi e sottili)
- non estese
a’’ entità non solide
- internamente uniformi
- internamente non uniformi
b. tipo
b’ animato
- umano vs animale
b’’ artefatto
nomi massa
a. coesi
a’ solidi
- internamente omogenei vs internamente differenziati
a’’ liquidi
b. non coesi

Il secondo sistema è quello della lingua toba (lingua waikuruana meridionale):

configurazione / forma (rispetto alle entità visibili)
- estesa (oggetti lunghi e sottili)
- posizione orizzontale vs. verticale
- non estesa

Il terzo sistema è quello del birmano (famiglia sino-tibetana):

cose (esclusi eventi e quantità)
a. configurazione / forma
a’ solida / continua
- estesa (oggetti lunghi e sottili)
- mono-, bi, - tri-dimensionale
- non estesa
a’’ non solida / discontinua
- circolare, ma vuota all’interno (es. anello)
b. tipo
b’ animato
b’’ inanimato / artefatto

Il quarto sistema di classificazione è quello in uso in ojibway (lingua algonchina):

cose (esclusi eventi e quantità)
a. configurazione / forma
a’ manipolabile
- estesa (oggetti lunghi e sottili)
- rigido vs flessibile
- non estesa
a’’ non manipolabile (dura)
b. tipo: artefatti
b’ barche
b’’ abitazioni

Scorrendo questi quattro sistemi di classi nominali e tenendo presente che tanto le classi nominali quanto i classificatori categorizzano l’esperienza in base anche a parametri di evidenza percettiva, può apparire estremamente singolare che la dimensione ed il colore, che pure hanno una indiscutibile immediatezza percettiva, non costituiscano parametri di classificazione.
Per spiegare questo fenomeno è necessario tornare per un attimo alla percezione ed alle sue caratteristiche peculiari, dal momento che i sistemi di classificazione sono il “correlato linguistico della percezione”.
Si è visto che gli schemi cognitivi che guidano la percezione visiva sono essenzialmente tre: dimensione, colore e forma. Essi, di fatto, esprimono le tre proprietà percettivamente più immediate. Tuttavia, non è corretto porle sullo stesso livello. Secondo Miller / Johnson-Laird (1976: 54) è necessario tener conto della ‘stabilità percettiva’: le proprietà percettivamente più rilevanti sono dunque quelle che rimangono stabili anche se variano gli stimoli. La forma soddisfa in pieno questa condizione: i giudizi concernenti la forma non mutano quando l’oggetto al quale sono riferiti viene osservato da posizioni o distanze diverse (Miller / Johnson-Laird 1976: 71).
Lo stesso non può dirsi delle altre due proprietà percettivamente immediate, colore e dimensione. Per quanto concerne il primo, esso varia sensibilmente in rapporto alle condizioni in cui avviene la percezione: ad esempio variazioni nella luminosità dell’ambiente possono cambiare radicalmente la percezione di un colore. Inoltre, i colori sfumano gli uni negli altri e se è chiara la differenza, ad esempio, tra il punto focale del verde e quello dell’azzurro, è meno evidente il confine tra le sfumature dell’uno e dell’altro. In altri termini: in un continuum cromatico, dove finisce il verde e dove comincia l’azzurro? Il colore è dunque una proprietà percettivamente immediata, ma instabile e relativa. Tra l’altro, le lingue variano sensibilmente nella concettualizzazione del colore (cfr. Berlin e Kay (1969).
Analoga è la situazione relativa alla dimensione: essa, infatti, pur essendo percettivamente più ‘stabile’ del colore,2 non può essere definita in base a parametri assoluti. Secondo Miller / Johnson-Laird (1976: 73) per percepire correttamente la taglia di un oggetto è sempre necessario avere un termine di raffronto, che può essere costituito da un altro oggetto fisicamente presente nello stesso contesto o da un’immagine mentale standard dell’oggetto percepito. In assenza di esse, il termine di paragone pare costituito dal corpo del percettore. Weber (1963: 86) sottolinea che tutto è quantificato in rapporto a qualcosa: una montagna è alta o bassa, un lago grande o piccolo secondo l’idea standard che si ha dell’altezza delle montagne o della grandezza dei laghi. Nulla è alto o basso, grande o piccolo in senso assoluto: l’occhio di chi guarda è la misura di tutto. Inoltre, è superfluo ricordare che, soprattutto nell’ambito degli esseri animati, le dimensioni variano anche rapidamente e considerevolmente nel corso del tempo. Quindi, la dimensione di un’entità è, al pari del colore, un criterio di classificazione che potremmo definire relazionale: esso implica sempre il riferimento ad un termine di confronto, effettivo o ideale. Taglia e colore dunque si caratterizzano come proprietà percettivamente immediate, ma instabili, in quanto, a differenza della forma, relative e non assolute.
Poste queste premesse, se operiamo un confronto tra i sistemi di classificazione riproposti sopra possiamo notare che l’unico schema cognitivo-percettivo su cui si fondano classificazioni linguistiche pare essere la forma, che appunto costituisce l’unica proprietà percettiva stabile. Secondo Lee (1988: 228), la forma di un oggetto inanimato è una delle basi più comuni per la sua classificazione. Quasi ogni sistema di classificazione ha un classificatore per gli oggetti lunghi e sottili o per gli oggetti rotondi.
È probabilmente questa la ragione per cui i ‘size-classifiers’ e i ‘color-classifiers’, nonostante rimandino a caratteristiche di grande immediatezza percettiva, hanno in realtà una diffusione davvero molto limitata. Per giustificare questa lacuna interlinguistica, si può supporre che uno schema cognitivo debba associare all’immediatezza percettiva anche la stabilità: se tale requisito non è soddisfatto, è improbabile che uno schema cognitivo abbia una realizzazione coerente sul piano linguistico.
Un’ultima osservazione pare confermare questa supposizione. L’espressione di sentimenti, emozioni e stati d’animo pare essere legata agli schemi cognitivi meno stabili: nell’immaginario collettivo sono frequenti i ‘luoghi comuni’ associati a taglia3 e colore,4 mentre sembrano nettamente meno frequenti i luoghi comuni associati alla forma.5 Non è questa la sede per operare un’indagine dettagliata ed approfondita al riguardo. Tuttavia, alcuni dati sembrano confermare questa osservazione. Nella raccolta di 1500 proverbi, provenienti da culture e tradizioni diverse, curata da Gleason (1992), 17 fanno esplicitamente riferimento alla taglia, 15 al colore e solo 3 alla forma. Nel repertorio di locuzioni e proverbi in coda a Zingarelli (198611) vi sono 6 riferimenti alla taglia, 8 al colore e nessuno alla forma.
Alla luce di questi dati, pur sommariamente raccolti, si può concludere che gli schemi cognitivi dimensione e colore, che guidano la percezione per la loro immediatezza, non sono pienamente traducibili sul piano linguistico in nessuna categoria flessiva o derivazionale, a causa della loro instabilità: essi non costituiscono parametri in base ai quali i parlanti classificano ed organizzano la loro conoscenza del mondo reale. Si tratta infatti di concetti relativi, spesso associati, nell’immaginario collettivo, a luoghi comuni e quindi soggetti alla variabilità tipica della sfera delle emozioni.

Il fondamento semantico del neutro: l’indeterminatezza sessuale

Nel paragrafo precedente abbiamo illustrato come in alcuni sistemi di classi nominali almeno una delle categorie che dipendono dalla percezione visiva (quella relativa alla forma) giochi un ruolo cruciale nella categorizzazione mentale e linguistica. Tuttavia, come si è accennato, anche nei sistemi di genere più noti ad un parlante occidentale (quelli fondati sulla dicotomia maschile vs. femminile) la percezione visiva gioca un ruolo cruciale, dal momento che rispetto ai nomi appartenenti alla classe semantica degli esseri animati adulti l’attribuzione del genere avviene proprio in base a caratteristiche visivamente salienti (la distinzione tra esemplare di sesso maschile ed esemplare di sesso femminile deve infatti essere evidente alla vista). Esistono tuttavia, anche in ambito europeo, sistemi più complessi di quello bipartito in uso ad esempio in italiano. Si tratta, cioè, dei sistemi tripartiti, in cui al maschile ed al femminile si affianca il neutro. Anche in questo caso, come vedremo più dettagliatamente tra breve, l’attribuzione del genere avviene attraverso un sistema misto: in base a condizioni formali e, seppur in un numero limitato di casi, semantiche. Ed anche in questo caso nei nomi in cui l’assegnazione del genere è semanticamente motivata le informazioni che derivano dalla percezione visiva giocano il ruolo cardine. Ma, quasi paradossalmente, sistemi di questo tipo danno lo stesso peso a ciò che è percettivamente evidente ed a ciò che è percettivamente non distinguibile. In altri termine, mentre l’assegnazione di maschile e femminile risponde alle condizioni su cui ci siamo già soffermati più volte, il neutro viene assegnato per indicare proprio la presenza di caratteristiche non distinguibili alla vista, vale a dire per sancire l’esistenza di qualcosa che c’è, ma che non si vede.
In ambito europeo, uno dei casi più interessante è certamente quello delle lingue slave meridionali. Il serbo-croato, ad esempio, ha un sistema di genere tripartito (maschile, femminile e neutro) e l’assegnazione dei nomi avviene, prevedibilmente, soprattutto in base a criteri di natura formale:

Nomi in consonante e –o > Maschile
Nomi in –a e consonante > Femminile
Nomi in –e e –o > Neutro

Vi sono anche alcuni nomi ai quali il genere viene assegnato in base a criteri semantici. Ad esempio, come è ovvio, i nomi che indicano esseri animati di sesso maschile e femminile vengono assegnati rispettivamente al genere maschile ed a quello femminile. L’unico criterio semantico di assegnazione citato dalle grammatiche a proposito del genere neutro è proprio quello che riguarda i nomi indicanti esseri animati giovani: in serbo-croato, cioè, il neutro indica specificamente cuccioli di animali o uomini. I nomi che seguono, tutti al genere neutro, indicano esseri animati giovani: déte ‘bambino’, jàgnje ‘agnello’, jàre ‘capretto’, tèle ‘vitello’. Questi nomi non esibiscono sincronicamente alcuna struttura interna; essi, in altri termini, non rivelano alcuna parentela formale con i nomi che indicano i corrispondenti esseri animati adulti.
Nei dati che seguono, invece, il nome di un essere animato giovane viene ottenuto produttivamente attribuendo il genere neutro al nome che designa l’esemplare adulto:

màgar-ac > magàr-e
asino-M asino-NTR / ‘il piccolo dell’asino’
sèljak > sèljač-e
contadino:M contadino-NTR / ‘il figlio del contadino’

Quindi, tra tutti i nomi neutri, solo quelli che designano esseri animati giovani costituiscono una classe semantica omogenea e coerente, in quanto solo in questo caso l’assegnazione del genere risponde a criteri di natura semantica e non solo formale.
Una situazione simile a quella appena descritta per il serbo-croato caratterizza anche il macedone e il bulgaro, dove il genere neutro è utilizzato quasi sistematicamente per indicare esseri animati giovani (cfr. macedone mače ‘gattino’, vrapče ‘uccellino’, pile ‘pulcino’, gluvče ‘topolino’, dete ‘bambino’ e bulgaro deté ‘bambino’, pile ‘pulcino’, bičé ‘giovane toro’, lisíče ‘cucciolo di volpe’, elénče ‘cerbiatto’, lăvče ‘leoncino’.
Questo dati rivelano che una specifica classe semantica, quella dei giovani esseri animati, richiede obbligatoriamente il genere neutro. In questo senso, il punto cruciale è comprendere la ragione per cui a nomi animati, indicanti esseri viventi giovani, soprattutto non razionali, venga assegnato il genere neutro. La più ragionevole spiegazione può essere ricavata dalla seguente affermazione di Corbett (1991: 227-228): molte lingue indoeuropee assegnano i nomi che designano esseri viventi sessualmente differenziati al genere maschile o femminile, mentre i piccoli di questi esseri viventi – soprattutto giovani animali che sono considerati come non ancora differenziati sessualmente – sono neutri. In sostanza, il genere neutro indica l’indeterminatezza sessuale degli esseri animati a cui è associato. Questa ipotesi appare piuttosto convincente: spesso i giovani esseri animati, soprattutto nel caso degli animali, appaiono alla vista non differenziabili dal punto di vista sessuale. Eventuali differenziazioni esteriori (nella taglia, nella colorazione, ecc…) appaiono solo successivamente. Quindi, il genere neutro sottolinea una peculiarità essenzialmente percettiva (l’incapacità di determinare alla vista il sesso dell’entità in questione). Questa ipotesi sembra suffragata da ulteriori considerazioni.
Zubin e Köpcke (1986) presentano uno studio piuttosto dettagliato relativo alla distribuzione del genere neutro in alcune tassonomie lessicali del tedesco. Ciascuna tassonomia è organizzata secondo lo schema classi superordinate / classi ‘basic-level’ / classi subordinate:

classi superordinate classibasic-level’ classi subordinate
a. mammifero cane boxer
segugio
terranova
b. (oggetto di) arredamento mobile cassettiera
guardaroba
comodino

La generalizzazione più significativa in questo quadro riguarda i concetti categorizzati al livello superordinato, che hanno con poche eccezioni il genere neutro. La motivazione semantica di questa assegnazione è formulata come segue dai due studiosi: i concetti superordinati sono vaghi, indifferenziati, mentre i concetti ‘basic level’ sono ampiamente specificati, sia funzionalmente che percettivamente. Quindi, il genere neutro viene associato a entità non percettivamente differenziate. Anche in tedesco, l’area semantica in cui la distribuzione dei tre generi è più omogenea è quella degli esseri animati irrazionali (cioè degli animali): in questo caso, il genere neutro è associato sia ai termini generici (superordinati) sia a quelli che indicano i cuccioli: maschile e femminile marcano i termini per il maschio adulto e la femmina adulta, mentre il neutro è di norma assegnato al nome della specie (generico) e al nome del cucciolo, in quanto in esso la specificazione sessuale, pur presente, è percettivamente non ancora evidente.
Quindi, il genere neutro rispetto ai nomi di giovani animali svolge una funzione quasi classificatoria (in quanto marca pressoché obbligatoria) ed esprime l’indeterminatezza sessuale.

I nomi dei cuccioli nelle lingue con sistema bipartito (maschile vs. femminile)

A questo punto, possiamo chiederci come venga espressa sul piano linguistico l’indeterminatezza sessuale dei cuccioli nelle lingue prive di genere neutro (come le lingue romanze). In esse i nomi di giovani esseri animati vengono di norma marcati da un suffisso diminutivo. Nelle lingue romanze, infatti, la categoria concettuale ‘giovane (esemplare di) X’ può essere realizzata produttivamente solo associando alla parola X un suffisso diminutivo:

catalano colom-í
colombo-DIM / ‘pulcino del colombo’
francese ân(e)-on
asino-DIM / ‘piccolo dell’asino’
rumeno iepur(e)-á4
lepre-DIM / ‘leprotto’
portoghese lob(o)-ato
lupo-DIM / ‘cucciolo del lupo’

Questa tendenza è rispettata anche nei termini che potremmo definire tecnici e settoriali. Nei dati italiani che seguono, ad esempio, la presenza di un suffisso diminutivo è evidente, mentre la base non rimanda ad alcuna parola esistente:6

agnello latino agnĕllu(m), dim. di ăgnus.
‘Il nato della pecora al di sotto di un anno di età’.
avannotto da dialettale avanno (< lat. ăbănno) ‘di quest’anno’.
‘Animale appena nato di alcuni pesci d’acqua dolce’.
cerbiatto tardo latino cĕrvia (f. di cĕrvus) con suffisso –atto.
‘Giovane cervo’.
lattonzolo ‘piccolo, specie del maiale, che prende ancora il latte’.
vitello latino vitĕllu(m) dim. di vĭtulu(m) propr. ‘(animale) di un anno’.
‘Il nato della vacca, di età inferiore all’anno’.7

Anche queste forme suppletive, dunque, utilizzano un suffisso diminutivo.
Dal punto di vista formale, la caratteristica che distingue questi termini è l’assoluta stabilità del genere: il femminile delle forme appena elencate, tutte maschili, è normalmente inaccettabile anche se il termine si riferisce ad un essere di sesso femminile. L’invariabilità del genere maschile può essere ovviamente spiegata facendo riferimento alla indeterminatezza sessuale dei giovani animali: la distinzione di genere non ha luogo perché, percettivamente, i cuccioli non esibiscono nessuna delle caratteristiche che contraddistinguono i due sessi. Questa generalizzazione si attenua solo rispetto agli animali con i quali l’uomo interagisce maggiormente: in italiano, ad esempio, le forme gattina e cagnolina sono accettabili anche in riferimento a esseri giovani e non solo a esseri adulti di piccole dimensioni. In generale, comunque, soprattutto in alcuni linguaggi settoriali e specialistici (es. nella terminologia tecnica dell’allevamento), l’uso dei due generi subentra quando la funzione dell’animale si chiarisce. Ad esempio, nel caso dei bovini, il giovane esemplare viene definito vitello fino al primo anno di età; solo in seguito, in rapporto alla funzione che ad esso viene assegnata, la terminologia diviene più complessa e subentra la distinzione tra i generi (giovenca, manzo, manza, ecc.).
La stabilità del genere nella denominazione di animali giovani rappresenta un fenomeno con un notevole riscontro interlinguistico. I dati inglesi che seguono ne danno dimostrazione:8

Specie horse pig cow sheep dog
Esemplare adulto: masc. stallion hog bull ram dog
fem. mare sow cow ewe bitch
cucciolo foal shoat calf lamb pup

Dunque, perfino l’inglese, lingua che non ha genere o, più precisamente, che non ha mezzi morfologici per distinguere il genere, mantiene, nella sola area semantica degli animali sessualmente differenziati, una tripartizione tra maschile, femminile e un terzo genere che potremmo definire neutro, in quanto non prevede la distinzione di sesso. In assenza di marche morfologiche specificamente dedicate, le forme inglesi ricorrono al suppletivismo per esprimere la relazione tra il nome della specie, il nome del maschio adulto, il nome della femmina adulta ed il nome del cucciolo.

Riferimenti bibliografici:
Berlin, B. / Kay, P. (1969), Basic Color Terms, University of California Press, Berkeley-Los Angeles.
Carstairs-McCarthy A. (1992), Current morphology, London and New York, Routledge.
Corbett, G. (1991), Gender, Cambridge, Cambridge University Press.
Cortelazzo, M. / Zolli, P. (1979-1988), Dizionario etimologico della lingua italiana, 5 voll., Bologna, Zanichelli.
Gleason, N. (1995), Proverbi di tutto il mondo, Milano, Gruppo Editoriale Armenia [trad. it. di (1992), Proverbs from around the world, Dover Publications].
Jackendoff, R. (1989), Semantica e cognizione, Bologna, Il Mulino [trad. it. di (19863), Semantics and Cognition, Cambridge, Mass., MIT Press].
Lakoff, G. (1987), Women, fire, and dangerous things, Chicago, University of Chicago Press.
Lee, M. (1988), Language, Perception and the World, in Hawkins, J. (ed.) (1988), Explaining Language Universals, London, Basil Blackwell, 211-246.
Miller, G. A. / Johnson-Laird, P. N. (1976), Language and Perception, Cambridge, Cambridge University Press.
Neisser, U. (19932), Conoscenza e realtà, Bologna, Il Mulino [trad. it. di (1976), Cognition and Reality, San Francisco, W. H. Freeman and Company].
Weber, M. (1963), Contributions à l'étude du diminutif en français moderne, Zürich, Thèse de l’Université de Zürich, Imprimerie Otto Altorfer + Co.
Zingarelli, N. (198611), Il Nuovo Zingarelli - Vocabolario della lingua italiana, Bologna, Zanichelli.
Zubin D. A. / Köpcke K. M. (1986), Gender and Folk Taxonomy: the Indexical Relation between Grammatical and Lexical Categorization, in Craig (ed.) (1986), 139-180.
1 In effetti, anche nei sistemi di genere del tipo maschile vs. femminile la percezione visiva gioca un ruolo cruciale. Infatti nei pochi nomi in cui l’attribuzione del genere è motivata semanticamente (cioè esseri animati di sesso maschile > genere maschile e esseri animati di sesso femminile > genere femminile), quest’ultima avviene proprio in base a caratteristiche visivamente salienti (vale a dire: la distinzione tra esemplare di sesso maschile ed esemplare di sesso femminile deve essere evidente alla vista). Negli animali in cui questa distinzione non è visivamente immediata, la distinzione di genere non si applica: nomi come formica o vespa indicano entrambi gli esemplari (*formico, *vespo), proprio perché in questi casi non si è in grado di riconoscere, alla vista, tra l’esemplare di sesso maschile e l’esemplare di sesso femminile. Come vedremo in seguito, la percezione visiva gioca un ruolo cruciale anche nei sistemi che prevedono il genere neutro.
2 Secondo Miller e Johnson-Laird (1976) questo dipende anche dal fatto che la dimensione, al pari della forma, può essere percepita al tatto. Il colore evidentemente no.
3 Ad esempio, ciò che è piccolo suscita tenerezza ed affettività.
4 Ad esempio, verde - speranza, giallo - gelosia, rosso - passione, ecc.
5 Tra i ‘modi di dire’ si possono citare avere la testa quadra, fare quadrato attorno a qualcuno e pochi altri.
6 È necessario tuttavia precisare che non tutti questi suffissi diminutivi sono produttivi dal punto di vista sincronico.
7 Da Cortelazzo / Zolli (1988).
8 Da Carstairs-McCarthy (1992: 48).
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