News Updates :

LA DOTTRINA MEDIEVALE DELL'AMOR CORTESE

giovedì 22 marzo 2012



L’esegesi ha ricostruito con molta precisione la fitta trama di riferi­menti letterari e dottrinali che è sottesa a questi enunciati: dal guiniz­zelliano famosissimo incipit, Al cor gentil rempaira sempre amore, “co­niugato” con il v. 11 della stessa canzone, iniziale della seconda stanza, « Foco d’amore in gentil cor s’aprende »[1], al dantesco « Amore e ’l cor gentil sono una cosa » (Vita nuova, XX 3-5; Rime, XVI 1)[2] […]  Ma al di là dei riscontri testuali, piú o meno puntuali e precisi, che so­no stati fin qui registrati, importa rilevare che tutta una civiltà lettera­ria sta dietro il parlare sentenzioso di Francesca, nella sua elaborazio­ne formale come nei suoi postulati dottrinali: la stessa che ella ha cre­duto di ravvisare nell’« affettuoso grido » di Dante, dal quale, in forza della comune radice culturale, si è sentita autorizzata a pronunciarsi in questo modo. È la civiltà cortese, quella che ha assunto come fon­damentale l’esperienza amorosa vissuta in modo totalizzante, quale è rappresentata, oltre che negli innumerevoli romanzi d’amore circo­lanti fra il XII e il XIII secolo, nel ricordato De amore del Cappellano – o « libro di Gualtieri », come anche veniva chiamato, dal nome del per­sonaggio cui è dedicato –: « il codice piú completo dell’amore quale si trova in atto nei romanzi cortesi », secondo la definizione di Gaston Paris[3].51 L’opera che, come ben ha visto Gianfranco Contini – benché rinnegata e magari vituperata (« Dante conosceva             Gualtieri », osserva, « per quanto egli avvolga quel nome nel manto della piú totale prete­rizione e, certo, disistima ») –, è puntualmente dietro il discorso di Francesca, e per essa di Dante […]
In Andrea si trova innanzitutto la prima teorizzazione e perentoria affermazione di un principio elementare, fondamento del trattato e di tutta la successiva teorica in tema d’amore: il principio della indissolu­bile connessione tra « amore » e « nobiltà » – « morum probitas », la de­finisce Andrea –, intendendo quest’ultima non come privilegio di na­scita ma come qualità propria dell’uomo (e della donna)[4]. È quella che Contini definisce « la soluzione detta borghese, e insomma scola­stica […] del problema della nobiltà, […] in antitesi alla soluzione aristocratica, cioè ereditario-patrimoniale, assegnata a Federico II »[5]. L’insistenza con cui questo principio viene ripetuto e ribadito nel trat­tato del Cappellano […] dimo­stra la centralità che esso aveva nella visione del trattatista e la sua funzione di cardine, effettivamente mantenuta fino a tutto il Duecen­to, di quelle problematiche e delle soluzioni che se ne davano. Affer­mato il principio che solo il cuor nobile può ospitare amore, si poneva poi, per esempio, il problema se tale nobiltà fosse dote naturale o qua­lità acquisita;… si discuteva il problema dell’innamora­mento, se possa procedere dall’uomo o dalla donna … In questa vasta e varia problematica, piú o meno riconducibile, nei suoi nuclei principali, al mai pretermesso trattato di Andrea, France­sca –         « colta lettrice » o « intellettuale di provincia », secondo l’impieto­sa ma pertinente definizione di Contini[6] – coglie quanto torna piú utile al suo caso. Nessun dubbio, per l’autorità di tanti « dottori » che lo hanno affermato, che Amore « al cor gentil ratto s’apprende », dove il « ratto » esprime la prontezza della risposta d’Amore e « s’apprende » la capacità di imprimersi con forza in quella materia o sede che è piú degna e adatta a riceverlo è […]  Un altro principio vinco­lava l’amore non tanto strettamente alla bellezza, requisito positivo ma non indispensabile[7],quanto all’immagine della persona amata. È anzi un principio essenziale, implicito addirittura nella celebre defini­zione di amore con cui s’apre il trattato di Andrea […] e  Francesca dichiara che proprio la sua bellezza, « la bella persona », insieme con il « cor gentil » di Paolo, fu il punto d’incontro e di saldatura della loro passione. Paolo s’inna­morò di lei; Francesca, per quella legge della reciprocità di amore che ha enunciato (« Amor ch’a nullo amato amar perdona », che riprende la XXVI delle « regulae amoris » di Andrea: « Amor nil posset amori de­negare »)[8], fu presa « del costui piacer sí forte, / che, come vedi, ancor non m’abbandona ».
Si è discusso molto sul significato di quella parola, « piacer », varia­mente interpretata: « bellezza », come sinonimo e parallelo della « bel­la persona » della terzina precedente, è l’interpretazione che sembra trovare oggi il maggior numero di consensi (Barbi, Parodi, Scartazzi­ni-Vandelli, Momigliano, Sapegno, Porena, Mattalia, Mazzoni, Bo­sco-Reggio, Pasquini, ecc.)[9]; «amore » ha proposto Caretti: « Il paral­lelismo delle due terzine non si attua attraverso la bellezza della don­na e quella dell’uomo […], bensí attraverso l’identica irresistibile for­za onde son mossi i due affetti »[10]; « compiacere » secondo Paparelli, che riprende l’interpretazione di Benvenuto (« me strinxit ad compla­cendum isti de mea pulcra persona »), intendendo « precisamente co­me femminile disposizione ad accondiscendere, ad appagare i deside­ri dell’altro »[11]; ecc. Confesso tuttavia che nella rigorosa simmetria dell’architettura delle due terzine non riesco a vedere un vincolo in­superabile alle interpretazioni fin qui suggerite: e vorrei proporre in­vece di intendere quel « piacer » semplicemente per quello che è: ‘pia­cere’, ‘appagamento dei sensi’, che è un connotato che dovrà pur ave­re, benché enunciato nella forma meno cruda e sgradevole al lettore, un peccatore lussurioso condannato alla pena eterna. E sarà appena il caso di ricordare, in un territorio assai prossimo a quello che stiamo perlustrando, il « tanto di piacere […] e […] tanto di dilettazione » che Enea ha « ricevuto da Dido », accusato dallo stesso Dante nel Convi­vio[12]. Con che si perfeziona, per altro, il rapporto amoroso secondo la già vista definizione che ne ha dato Andrea Cappellano, particolar­mente nella seconda parte, solitamente taciuta ma senza dubbio pre­sente a Dante e funzionalizzata al discorso morale che corre dietro il discorso poetico: « ob quam [la passio quaedam che procede dalla visio] aliquis super omnia cupit alterius potiri amplexibus », ecc.; e resta sal­va anche la correlazione (formale e concettuale) tra le due terzine: al­la « visio » della prima terzina corrisponde la « cupiditas alterius potiri amplexibus » della seconda. Naturalmente « ancor non m’abbandona » andrà inteso come atteggiamento affettivo, in tutto coerente con il quadro qui rappresentato; mentre il « come vedi » si spiegherà con lo «’nsieme vanno » del v. 74.
È una passione, un amore cosí forte che ancora non li abbando­na, i due amanti, anche nella profondità infernale. E fu proprio quell’amore che li condusse entrambi « ad una morte »: dove « la messa in rilievo ritmica dell’una – osserva Contini – deduce implicitamente l’i­dentità della sorte anche suprema dall’identità di volere degli amanti, principio che, se Andrea lo riceve (“Omnia de utriusque voluntate […] praecepta compleri”) per ridurlo trivialmente a concomitanza di piacere, è corrente nella dottrina medievale dell’amore »[13]. [Ma più ri­levante appare qui la consequenzialità scandita del discorso di France­sca: (quell’)Amor che si ‘apprende’ ratto al cuor gentile, (quell’)Amor che non consente a nessun amato di non corrispondere all’amante, (quel medesimo) Amor condusse noi a una stessa e comune morte spirituale. - B].





[1] Contini, Dante, ecc., cit., p. 344
[2] Vd. in Poeti del Duecento, cit., to. II pp. 460-64, anche per il commento.
[3] Cit. da A. Viscardi, s.v. Andrea Cappellano, nell’ED (vol. i pp. 261-63, a p. 261a). E vd. anche G. Paris, Études sur les romans de la Table Ronde, in « Romania », a. XII 1883, fasc. 48 pp. 459-534, a p. 526.
[4] Cfr., oltre all’introduzione di S. Battaglia all’ed. cit. del Trattato d’amore (poi nel vol. La coscienza letteraria del Medioevo, Napoli, Liguori, 1965, pp. 391-416), Avalle, op. cit., par­tic. pp. 21 sgg.
[5] Contini, op. cit., p. 345. E vd. Convivio,
[6] La prima definizione in G. Contini, Filologia ed esegesi dantesca, ora in Varianti, ecc., cit., pp. 407-32, a p. 421; la seconda in Dante, ecc., cit., p. 343.
[7] Scrive Andrea, attraverso la penna del suo volgarizzatore trecentesco: « Prodezza di costumi cerca amore, nella prodezza de’ costumi risplendente. Onde l’amante savio, ove­ro savia, non lascia perché e’ non sia bello, se abondare lo truova di buoni costumi » (op. cit., ed. Battaglia p. 21; nell’ed. Ruffini, a p. 19, diverso volgarizzamento; il testo latino, rispettivamente, alle pp. 20 e 18).
[8] Op. cit., ed. Battaglia p. 358, ed. Ruffini p. 284. Il principio trova ulteriore conforto nella regola IX: « Amare nemo potest, nisi qui amoris suasione compellitur ». Perciò non sembra accettabile l’induzione di Avalle (op. cit., p. 40), che, recuperando nel trattato una serie di passi in cui si nega che l’amato « sia isforzato d’amare » colui che l’ama (ed. Batta­glia pp. 49, 51, 57, 137), conclude che nelle parole di Francesca « la sofisticazione della dot­trina di Andrea non poteva essere piú disinvolta ». In realtà è Andrea che, come lo stesso Avalle altrove ha denunciato (op. cit., p. 27), cade in « contraddizione […] palese nei con­fronti di quanto sostenuto in altre parti dell’opera », e Francesca – « intellettuale di provin­ cia », come ben ha visto Contini, non certo « doctor subtilis » – non “imbroglia”, sia pure con l’avallo di altre autorità come il ricordato Chiaro Davanzati; ma attingendo sempre al­l’innominata ma onnipresente “auctoritas” suprema, Andrea appunto, prende soltanto ciò che torna utile al suo discorso, costruito in modo necessariamente schematico e semplifi­cato.
[9] Cfr. M. Barbi, Francesca da Rimini, in SD, vol. xvi 1932, poi in Id., Dante. Vita opere e for­tuna, Firenze, Sansoni, 1933, pp. 171-206, a pp. 176 sgg., note; Parodi, in Poesia, ecc., cit., p. 46; Mazzoni, op. cit., p. 119; per gli altri autori si rinvia ai rispettivi noti commenti, ad l. È da ri­levare per altro che Barbi, il quale ha piú motivatamente e autorevolmente difeso tale in­terpretazione, finendo di fatto con l’imporla alla maggior parte dei critici, fonda la sua tesi sul parallelismo tra questo passo e il corrispondente della terzina precedente (« prese costui de la bella persona »), aggiungendo: « è appunto dottrina di Dante [. . .] che amore nasca co­sí nell’uomo come nella donna per effetto della bellezza »; dottrina che egli ricava dal ricor­dato sonetto Amor e ’l cor gentil sono una cosa, e particolarmente dai vv. 9-11: « Bieltate appare in saggia donna pui, / che piace a li occhi sí, che dentro al core / nasce un disio de la cosa piacente ». Senonché, a parte ogni riserva sulla legittimità di un puro e semplice trasferi­mento di questa supposta dottrina di Dante dalla Vita nuova a quel passo del discorso di Francesca, sono da muovere almeno due obiezioni alla tesi qui enunciata: la prima, che « bieltate » non è necessariamente ‘bellezza’ in senso assoluto, ma « la cosa  piacente », quella che appare bella agli occhi e al cuore dell’innamorato, che può essere anche soltanto com­postezza, garbatezza, finezza, ecc. (e cfr. Convivio, iii 15 14: « li costumi sono la beltà de l’ani­ma », nonché « il detto comune fra gli scolastici: Pulchrum est quod visum placet »ricordato da Nardi, Filosofia dell’amore, ecc., cit., p. 17); la seconda, che se in Fiore, i9, « bieltà » è la prima delle cinque saette d’Amore (e Andrea aveva detto che la bellezza chiama amore: vd. qui so­pra la n. 62), nello stesso trattato di Andrea, che si è visto presente in tutta la tramatura del-l’episodio di Francesca, è chiaramente affermato che la bellezza non è affatto un requisito indispensabile all’amore (vd. qui sopra la n. 60): e sembra davvero improbabile una cosí cla­morosa divaricazione dal testo tacitamente ma inequivocabilmente assunto come codice di comportamento della peccatrice riminese. Almeno questa motivazione non appare dunque cosí stringente a favore dell’interpretazione sostenuta da Barbi.
[10] Caretti, op. cit., pp. 24-25.
[11] G. Paparelli, Ethos e pathos nell’episodio di Francesca da Rimini, ora in Id., Ideologia e poesia di Dante, Firenze, Olschki, 1975, pp. 173-200, a p. 194 (la chiosa di Benvenuto nell’ed. cit. del Comentum, vol. i p. 210). Nelle pp. 189 sgg. Paparelli discute ampiamente il passo dantesco, citando altre interpretazioni tradizionali: « gioia di amar costui », oppure « piace­re che io facevo a costui » (Magalotti), « desiderio » (D.G. Rossetti), « piacer di amar costui » (Andreoli), « piacere provato da costui alla vista della mia persona, cioè mi prese del mio essergli piaciuta » (V. Rossi), ecc.: per tutte, vd. ivi, le pp. cit.
[12] Nel passo già cit., qui sopra, alla n. 37. Un « valore fortemente connotato di risonan­ze sensualistiche, e dunque, anche per questo versante, un hapax nell’insieme degli usi danteschi » riconosce acutamente U. Vignuzzi (in ED, s.v. piacere, sost., vol. iv p. 469b) a quest’uso di piacer, che anch’egli raccorda, pur evidenziandone le differenze soprattutto sul piano della « connotazione emotivo-psicologica », con il cit. passo del Convivio: nel qua­le importa comunque rilevare il valore semantico fondamentale, che viene cosí documen­tato non estraneo all’uso dantesco.

[13] Contini, Dante, cit., p. 346.

Share this Article on :
Ads arab tek

© Copyright Universtudy 2010 -2011 | Design by Herdiansyah Hamzah | Published by Borneo Templates | Powered by Blogger.com.