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"La Mandragola" di Machiavellì

giovedì 15 marzo 2012

In data 7.11.2007 abbiamo assistito, presso il teatro Eliseo di Roma, alla rappresentazione teatrale della Mandragola, divertente ed intrigante commedia di Niccolò Machiavelli.
A rendere piacevole la serata, non è stato solo il coinvolgente spettacolo, reso ancor più notevole dalla presenza di bravissimi attori (Ugo Pagliai nel ruolo dello sciocco Messer Nicia, Gianluca Gobbi in quello dell’innamorato Callimaco, ed ancora Massimo Mesciulam nei panni del corrotto fra' Timoteo e Alice Arcuri in quelli dell’austera Lucrezia) e le gradevoli musiche di Andrea Nicolini, ma anche l’avvenuta ristrutturazione della sala che ha previsto il rinnovo delle poltrone (secondo l’opinione di molti alquanto scomode!), il palcoscenico e l’intera struttura, conferendo al teatro un aspetto modernizzato e molto confortevole.
La rappresentazione, interrotta per un intervallo di quindici minuti, si è svolta in maniera mirabile, ed ha intrattenuto il pubblico per la durata di circa due ore. E’ stato possibile cogliere molti degli elementi evidenziati nella relazione cuarata dagli alunni del II Liceo Classico, in particolare nel personaggio e nel pronunciato dialetto di Messer Nicia, dimostratosi, come previsto, centrale all’intero della commedia. Interessante è stato poi poter ravvisare, nell’esposizione del prologo, la focalizzazione sull’apparato scenografico, resa ancor più sorprendente dai continui mutamenti della scena, possibili grazie ad un sofisticato sistema di ingranaggi presenti nel retroscena.
Tuttavia alcune sono state le incongruenze che si sono potute riscontrare, ed in particolare quella concernente la connotazione fisica dei personaggi. Leggendo l’opera, infatti, una delle caratteristiche più significative del personaggio di
Callimaco è proprio la sua avvenenza fisica, arma del suo fascino irresistibile, che porterà in parte la bella Lucrezia a cambiare la sua natura apparentemente incorruttibile. L’attore, sebbene ammirevole per la bravura, non rispondeva,
ahimè, a questa caratteristica, tanto che, in apertura della commedia, è stato difficile riconoscere il personaggio di Callimaco, diversamente da quanto è avvenuto per tutti gli altri. I dialoghi invece si sono mostrati molto fedeli al testo originale, fatta eccezione per l’omissione di pochissime battute.
In conclusione si può affermare che la rappresentazione si è svolta con successo, appassionando, divertendo, stimolando alla riflessione e suscitando, con la sua scottante modernità, la curiosità e lo stupore di un pubblico di uomini, donne, giovani e anziani dei giorni nostri.
La Mandragola, secondo studi approfonditi, fu composta nel gennaio-febbraio del 1518 ed inscenata per la prima volta in occasione delle nozze di Lorenzo il Magnifico con la nobildonna francese Margherita de La Tour d’Auvergne nel settembre dello stesso anno. Sin dalla sua prima rappresentazione la commedia riscosse un immediato successo tanto che nel 1700 il Voltaire (uno dei più grandi filosofi e studiosi illuministi) la giudicherà come superiore alle commedie di Aristofane, per antonomasia padre di tale genere, e la più originale dell’ancora in formazione teatro italiano Cinquecentesco; Machiavelli, infatti, modellandosi a Ludovico Ariosto, autore di commedie quali la Cassaria ed i Suppositi, seppur richiamandosi a quelle plautine, scriverà la sua commedia in lingua italiana, contrassegnandone in questo modo l’originalità.
La fortuna della commedia fu rapida e di grande successo, tanto che numerose furono le sue rappresentazioni, tra cui ricordiamo quelle più significative: una prima risalente al 1520 durante il carnevale di Venezia, una seconda, due anni dopo, sempre in tale circostanza ed infine un’ultima per il Carnevale di Modena nel 1526, richiesta dallo stesso Guicciardini, altra grande personalità nell’ambito della politica italiana Cinquecentesca.
Dal punto di vista strutturale, la Mandragola è una commedia in prosa che consta di cinque atti, con una canzone iniziale, quattro canzoni che conchiudono i primi quattro atti ed un prologo. Proprio quest’ultimo costituisce uno degli elementi più significativi dell’intera opera: dal punto di vista strutturale esso si confà ai canoni della commedia del Cinquecento, rispondendo in primo luogo all’esigenza di fornire al pubblico le informazioni necessarie sullo spettacolo a cui si accinge ad assistere (possiamo ravvisare questa tecnica già nello stesso Plauto). In seguito dunque al tradizionale appello alla benevolenza degli spettatori, l’autore sottolinea che il fatto inscenato avvenga proprio “in questa terra” ovvero Firenze. La dimensione della cronaca cittadina svolge una duplice funzione: non solo quella di attrarre l’attenzione degli spettatori, ma soprattutto quella di recare implicito l’aggancio diretto ad una situazione sociale e ad un modus vivendi proprio della città, prodromo della caustica satira di cui la commedia è portatrice.

Segue quindi la focalizzazione sull’apparato scenografico ed una prima, sintetica, caratterizzazione dei personaggi, che rispecchia quanto poi sarà sviluppato nel dispiegarsi dell’azione.
Dal punto di vista strettamente contenutistico, al suo interno emerge dapprincipio l’amarezza di Machiavelli per l’esclusione dalla vita politica (1512) e per il mancato riconoscimento dei suoi meriti. Senza alcuna divagazione l’autore afferma chiaramente di dedicarsi alla stesura della commedia per fare el suo tristo tempo più suave, non potendosi dedicare a più alte imprese. Tuttavia non bisogna incorrere nell’errore di ritenere che Machiavelli, proprio nel prologo della sua opera, denigri il genere comico, presentato apparentemente come semplice ripiego (non sarebbe infatti un atteggiamento coerente). Al contrario, questi è un ferrato conoscitore della tradizione comico-burlesca tipicamente cittadina e riconosce la dignità di tale genere tanto da utilizzarlo, in mancanza di un’attività più alta (quella politica), come strumento per stimolare il suo pubblico alla riflessione e alla ribellione in merito ad una situazione di decadenza, dilagante nella Firenze e nell’Italia dei suoi tempi. Ed è proprio Fiorenza l’oggetto della polemica di cui l’intera opera è permeata: Machiavelli, infatti, va a denunciare l’immiserimento spirituale che da tempo angustia la città, rendendola priva di quell’energia attiva e di quella antica virtù che l’aveva resa grande in passato.

Di tutto ciò è segno l’atteggiamento dei suoi concittadini che deridono e disprezzano ciò che li circonda, e si concretizza proprio nel personaggio di Messer Nicia. Quest’ultimo è un personaggio che riproduce un prototipo ormai consolidato dalla tradizione comica, lo sciocco beffato, lo stolido borioso, insomma il “Pirgoplinice” plautino; tuttavia non bisogna fermarsi a questa prima impressione: egli è infatti un personaggio che presenta diverse modulazioni caratteriali (egoista, pieno di sé e profondamente avaro), ma soprattutto di centrale importanza nell’opera. Se infatti nella struttura di superficie egli rappresenta il fine, l’obbiettivo del raggiro, nella struttura profonda egli diviene il mezzo della feroce irrisione che Machiavelli muove contro il pubblico fiorentino che ride di quelli che sono i vizi e difetti che gli vengono imputati, divenendo così vittima inconsapevole.

All‘interno dell’opera anche altri personaggi non devono mancare di un‘approfondita analisi.

Innanzitutto il bel Callimaco, l’amans efebus di plautina memoria; l’astuto Ligurio, il machiavellico servus callidus che intesse con estrema abilità la fitta trama di intrighi, motore dell’azione; ancora il corrotto Fra Timoteo, in cui si concretizza la polemica che l’autore muove contro la dilagante corruzione in ambito ecclesiastico; ed infine la bella Lucrezia, onestissima e del tutto aliena alle cose d’amore, che sul finire della commedia subisce un’improvvisa trasformazione, un repentino voltafaccia in cui è stato individuato, ora l’amaro pessimismo dell’autore sulla natura umana, ora la celebrazione del piacere carnale (in questo caso Machiavelli caldeggerebbe l’abbandono della giovane donna alle forze della natura).

Tra le fonti cui Machiavelli attinge per la stesura dell’opera ricordiamo non soltanto le due commedia di Ariosto già citate (Suppositi e Cassaria), ed ancora la Calandria di Bibbiena , altra commedia rinascimentale, ma anche un’intera tradizione novellistica trecentesca in cui spicca nettamente il Decameron di Giovanni Boccaccio; di quest’opera tre in particolare sono le novelle riprese dall’autore ( VII , 7 ; VIII, 6 e III, 6), al cui interno si possono ravvisare non pochi spunti ripresi dal Machiavelli.

Concludendo, si può affermare che la Mandragola, apparentemente divertente e sollazzevole commedia, è in realtà intrisa di tutto il pessimismo dell’autore sulla natura umana ed è un ritratto cupo, amaro e spietato, di una società corrotta.
LA TRAMA
La Mandragola narra del complesso intrigo ordito dal furbo Ligurio, per consentire all’amico Callimaco di ottenere almeno per una notte la bella madonna Lucrezia, una tra le più avvenenti donne dell‘intera Firenze.
In seguito ad un‘accesa discussione riguardo le più sorprendenti bellezze italiane e francesi, Callimaco, protagonista della commedia, viene incuriosito dall’ardita affermazione dell’amico Camillo Calfucci, secondo cui una sua parente di nome Lucrezia sarebbe, lei sola, più bella di tutte le donne francesi messe assieme. Il giovane decide allora di recarsi a Firenze per conoscere la bella italiana e, intravistala al mercato, se ne innamora perdutamente.
Vi è solo un ostacolo al loro amore: Lucrezia è sposata con un nobile e rinomato medico fiorentino, lo sciocco Messer Nicia, avanzato in età e profondamente innamorato. I due sembrano felici, ma purtroppo l’unico problema che da tempo li tormenta è il non poter avere figli, desiderio fortemente condiviso da entrambi; sarà proprio su questa debolezza a far leva Ligurio, furbo “parassita” ed amico fidato del medico fiorentino. Egli, una volta conosciuto il desiderio struggente di Callimaco, promette di riuscire in sole ventiquattrore a permettergli di possedere almeno per una notte la bella dama. L’inganno è complesso ma efficace: una volta fintosi grande medico francese, Callimaco avrebbe prescritto una cura infallibile per ingravidare la moglie di Messer Nicia; esisterebbe infatti un‘erba miracolosa, la mandragola, in grado di curare ogni forma di sterilità. Vi è solo una controindicazione: il primo a giacere con la giovane Lucrezia sarebbe morto entro una settimana. Ligurio ha però una soluzione anche per questo: i tre, mascherati per non farsi riconoscere, avrebbero catturato un “garzonaccio” che, portato da Lucrezia, avrebbe giaciuto con lei. Il giovane rapito sarà naturalmente il bel Callimaco, questa volta vestito da giovane scapestrato, mentre a vestire i panni del medico francese camuffato, sarà questa volta fra Timoteo, che, corrotto in precedenza da Ligurio, convincerà la sdegnata Lucrezia a giacere senza remore per una notte con uno sconosciuto.
L‘inganno andrà infine in porto con successo e per di più Callimaco, dichiarato il suo amore a Lucrezia e svelatole l‘intrigo, riuscirà ad instaurare una vera e propria relazione extraconiugale con l’amata. Quest‘ultima, infatti, disarmata dalla profondità del sentimento del giovane ed ardente di desiderio, proporrà un accordo a Callimaco: i due si sarebbero per sempre visti clandestinamente, ingannando senza alcuna difficoltà l’ingenuo messer Nicia che, per giunta, infinitamente grato al dottore francese, sarà disposta ad accoglierlo nella propria dimora sino alla fine dei suoi giorni!
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