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LAVORO E LIBERTA' NE "LA CHIAVE A STELLA" DI P. LEVI

giovedì 22 marzo 2012

 La chiave a stella, che Levi stesso definì “il primo romanzo professonale della mia vita”, si presenta assieme al suo ideatore come un ostinato sostenitore del legame che intercorre tra lavoro e libertà personale. Per il protagonista Libertino Faussone, montatore di opere ingegneristiche sempre in trasferta all’estero, libertà ed autorealizzazione si verificano soltanto a patto di essere (o almeno sentirsi) indipendenti, dai propri superiori ma anche dai preconcetti che affollano in gran numero la mente di ogni uomo. Altro presupposto fondamentale per il raggiungimento della libertà è, come direbbe il pragmatico Faussone, “metterci l’anima”: anche (e soprattutto) nei lavori più duri è necessario infatti impiegarsi con tutte le proprie forze e passioni al fine di ottenere un risultato che soddisfi il cliente, ma prima di tutto il lavoratore stesso. Proprio questo interesse per il lavoro ben fatto deve elevarsi per ogni singolo al livello di un’etica di vita, assieme alle altre finalità della propria esistenza, siano esse la continuità della specie o la diffusione della cultura. Per Levi, infatti, solo pochi sono consci del fatto che “l’amare il proprio lavoro [...] costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra”. Chi invece “tende a denigrarlo, a dipingerlo come vile”, non fa che condannarsi “per la vita non solo a odiare il lavoro, ma se stesso e il mondo”: nel lavoro compiuto sono infatti presenti numerosi elementi che caratterizzano il singolo individuo che si è (pre)occupato di svolgerlo per cui, in un “semplice” manufatto come in un’opera intellettuale, esistono molteplici peculiarità che rendono il prodotto unico. Dal ciclo produttivo, alla tecnica di fattura, ai tempi di progettazione e costituzione, ogni prodotto lavorativo é hegelianamente “in sé e per sé” unico. Il padre di Libertino, di mestiere sbalzatore, amava il proprio mestiere e i suoi prodotti ultimi. Per questo motivo, “quando venivano i clienti a portarseli via, lui gli faceva come una carezzina e si vedeva che gli dispiaceva”, e “se non erano troppo lontani, [...] ogni tanto andava a riguardarli”; ogni prodotto lavorativo è costato al suo artefice del tempo di vita che non tornerà mai più, e riflette in sé i pensieri provati in ben determinati momenti: per questo si finisce per affezionarcisi, proprio come ad una persona cara. Anche un prodotto come la vernice (il mestiere di Levi è sempre stato quello di chimico) può di conseguenza essere considerato dal suo creatore con questa tipizzante concezione organicistica: le vernici sono “pelli chimiche”, che “devono avere molte qualità della nostra pelle naturale [...]: devono essere flessibili e insieme resistere alle ferite; [...] devono avere dei bei colori delicati e insieme resistere alla luce; devono essere allo stesso tempo permeabili e impermeabili all’acqua”. Ma l’ultima caratteristica non è pienamente soddisfatta dalla pelle umana (“i reumatismi [sono] segno che un po’ d’acqua passa pure attraverso”), per cui il cercare di ottenerla su di un oggetto inanimato può, per molti aspetti, rappresentare il tentativo di superare se stessi e riflettere sul prodotto finale gli obiettivi che il lavoratore vorrebbe ottenere sulla propria persona. Quest’impossibilità, che provoca insoddisfazione, può essere superata soltanto col lavoro, che renderà il fautore stesso pago di aver reso il prodotto in grado di superare le avversità cui ci si sarebbe personalmente voluti sottrarre. Il lavoro rappresenta quindi per Levi un ottimo sistema per tralasciare momentaneamente la propria attuale condizione, dedicandosi completamente alla costituzione di qualsiasi cosa che possa rendere orgogliosi di averla prodotta, nonostante tutti i problemi incontrati e superati durante la sua produzione. Grazie a questi ultimi l’artefice sarà in grado di apprezzare come nessun altro il prodotto finito, trattandolo come il custode dei pensieri provati durante la fase lavorativa. Pensieri che, a seconda del suo pregio, qualsiasi prodotto (un ponte, una vernice, un romanzo) sarà in grado di comunicare ad un attento osservatore.
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