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Riflessione sulla lingua – Fonologia e ortografia

giovedì 1 marzo 2012




1. SUONI E SEGNI

1.1  LINGUA PARLATA E LINGUA SCRITTA
Ogni  uomo  ha  la  necessità  di  usare  il  codice  lingua  per  comunicare  con  i  propri  simili.  Il  codice  che

inizialmente viene appreso da ogni essere umano è costituito da un insieme di suoni (FONEMI), che possono essere combinati tra loro per formare delle parole, e quindi trasmettere dei significati.

L’apprendimento dei fonemi necessari per comunicare, e delle loro possibili combinazioni, avviene in ambiente familiare, solo successivamente verranno appresi i segni scritti (GRAFEMI) che servono per riprodurre i suoni della lingua1.
IMPORTANTE

Nello studio del codice lingua è importante tener ben presente come siano gli elementi del parlato a condizionare lo scritto, lo scritto intende rappresentare i suoni usati per comunicare.

1.2  FONEMI
Il   termine   “fonema”   deriva   dal   greco   phoné ,   che   significa   suono.   In   grammatica   con   fonema

intendiamo la minima unità sonor a di cui si serve una lingua per trasmettere dei significati. Combinati assieme i fonemi formano le parole in grado di trasmettere le informazioni desiderate.

La lingua italiana è formata da trenta fonemi rappresentati, secondo la trascrizione fonetica internazionale, nella seguente tabella:

dalla tabella possiamo osservare:

1.  Un unico fonema può essere rappresentato da grafemi diversi (ad esempio il fonema /k/ può essere rappresentato dalla “c” di casco e dalla “q” di quaderno).

2.  Fonemi diversi possono essere rappresentati da uno stesso grafema (ad esempio la “s” sonora di smontare e la “s” sorda di sera).

3. Un unico fonema può essere rappresentato da più grafemi uniti    (ad esempio al gruppo di due grafemi “g” e
“n” uniti per dare “gn” corrisponde un unico fonema, si pensi alla “gn” di gnomo).

1.3 GRAFEMI
Se i fonemi richiamano i suoni, il termine “grafema” rinvia allo scritto, grafema deriva dal greco gráphein che significa scrivere. E come i fonemi rappresentano le minime unità sonore, così i grafemi rappresentano le minime unità di scrittura di cui si ser ve una lingua per trasmettere significati. Combinati assieme i grafemi formano le parole scritte, anche queste in grado di trasmettere significati.
  La riproduzione e il riconoscimento dei grafemi (leggere e scrivere) avviene in ambiente scolastico.



I grafemi, o lettere, che formano la lingua scritta italiana sono ventuno, l’insieme viene denominato alfabeto. Le lettere che compongono l’alfabeto si distinguono in vocali (sono cinque) e in consonanti (sono sedici).

Vocali
La tradizionale suddivisione delle lettere dell’alfabeto in vocali e consonanti altro non è che un sottolineare il rapporto originario del testo scritto con il parlato. Il termine “vocale”, infatti, deriva da voce, suono, vocali sono quei fonemi che escono dalla cavità orale e nasale senza incontrare ostacoli .
Le vocali della lingua italiana sono le seguenti:

Vocale
Suono
Esempio
a
aperto
carta



è
aperto
terra
é
chiuso
mela



i
chiuso
pila



ò
aperto
rosa
ó
chiuso
coda



u
chiuso
muso



Le vocali costituiscono la base della pronuncia: qualsiasi parola per essere pronunciata deve comprendere almeno una vocale.

Si  sarà  notato  come  le  vocal i  “e”  e  “o”  possono  essere  pronunciate  con  un  suono  aperto  o  chiuso,  la

differenza   viene   rappresentata   graficamente   mediante   l’accento   fonico:
l’accento
grave   (
)   indica
l’apertura (lòde), quello acuto (   ) indica la chiusura (rósso). Purtroppo l’accento
fonico viene oggi trascurato
eppure c’è una bella differenza tra una “bótte” (recipiente) e le “bòtte” (percosse).



Consonanti

Il termine “consonante” (suonare con) indica la principale caratteristica di tali elementi dell’alfabeto, ossia l’acquistare sonorità solo se accompagnati ad una vocale. A differenza delle vocali, la pronuncia delle consonanti richiede che l’aria proveniente dai polmoni incontri degli ostacoli, il canale orale dovrà perciò essere chiuso, o semichiuso, da uno o più dei seguenti organ i: labbra, denti, palato, lingua.
Le consonanti della lingua italiana sono le seguenti:

Consonante
Organi che si frappongono all’uscita dell’aria
b, m, p,
labbra (labiali)
f, v,
labbra-denti (labio-dentali)
t, d, n, l, r, s, z
denti (dentali)
c, g (dolci)
palato-lingua (palatali)
c,g (dure), q
palato-lingua (gutturali)

1.4 DIGRAMMI E TRIGRAMMI

Per i digrammi e i trigrammi possiamo dare le seguenti definizioni: DIGRAMMA, unione di due grafemi rappresentanti un unico fonema TRIGRAMMA, unione di tre grafemi rappresentanti un unico fonema I DIGRAMMI sono sette:

ci (seguito dalle vocali a, o, u) camicia, ciuffo, socio gi (seguito dalle vocali a, o, u) gioco, giudice, giacca ch (seguito dalla vocale e,i) anche, archi

gh (seguito dalla vocale e,i) righe, ghiaia gn (seguito da vocale) gnomo, sogni
gl (seguito dalla vocale i) figli
 sc (seguito dalle vocali e,i) scena, scimmia

I TRIGRAMMI sono due:

sci (seguito dalle vocali a, o, u) prosciutto, coscia, fasciato gli (seguito da vocale) pagliuzza, moglie

1.5 DITTONGO, TRITTONGO, IATO

Digrammi e trigrammi fanno riferimento a gruppi di due e tre lettere che possono essere consonate/vocale, consonante/consonante, consonante/consonante/vocale, manca la combinazione vocale/vocale e vocale/vocale/vocale, eppure per esperienza sappiamo che nel parlato esistono delle combinazioni di due e tre vocali che vengono espresse mediante un’unica emissione di voce, sono i dittonghi e i trittonghi. Per comprendere cosa siano i dittonghi e i trittonghi dobbiamo prima comprendere il concetto di semiconsonante e semivocale.

Semiconsonanti e semivocali
La “i” e la “u” non accentate e precedute, o seguite, da una vocale, diventano suoni intermedi tra quelli delle vocali e quelli delle consonanti, in particolare si considerano:

SEMICONSONANTI quando precedono la vocale più forte (piove, lingua) SEMIVOCALI quando seguono la vocale più forte (se i, pausa)

Dittongo
Possiamo definire DITTONGO l’unione delle vocali “i” e “unon accentate con una seconda vocale, tale unione porta al formarsi di gruppi che vengono pronunciati con un’unica emissione di voce.

I dittonghi si ottengono quando:

a.      la “i” o la “u” atone sono unite ad una seconda vocale forte (poi, ai);

b.      le due vocali deboli “i” e “u” sono tra loro unite ed una di esse è tonica ( fiuto, guida)

Trittongo

Simili ai dittonghi, i TRITTONGHI si ottengono quando abbiamo un gruppo di tre vocali vicine, e nel gruppo sono presenti “i” e “unon accentate (o atone) unite con una terza vocale forte (buoi, guai). Anche i trittonghi, come i dittonghi, si pronunciano con un’unica emissione di voce.

Iato

Il termine “iato” significa separazione, divisione, e in effetti si ha uno iato quando le vocali vicine si pronunciano mediante distinte emissioni d’aria.

Lo iato si ha:

a.       quando le vocali vicine non sono i e u (po-eta, bo-ato)

b.      quando sono presenti le vocali “i” e “u”, ma su di esse cade l’accento tonico della parola (vi-a, pa-ura).

1.6  SILLABE
Il termine “sillaba” deriva dal greco “syllabè” e significa raccogliere insieme. Come per il dittongo, il

trittongo  e  lo  iato,  anche  la  sillaba  è  legata  alla  pronuncia  della  parola  e quindi fa riferimento al parlato.

Con sillaba si intende un fonema, o gruppo di fonemi, che vengono pronunciati assieme in un’unica emissione di voce. Ogni sillaba deve contenere almeno una vocale, la voce altrimenti non avrebbe la possibilità di sostenersi (le consonanti, in quanto tali, non sono in grado di sostenere la voce).

Per identificare le sillabe che compongono una parola dobbiamo considerare che una sillaba può ess ere costituita:

a.       da una vocale (a-iuo-la)

b.      da un dittongo (au-ro-ra)
c.       da un trittongo (a-iuo-la)
d.      da un gruppo costituito da vocale più consonante che la precede o la segue ( ta-vo-lo, al-to,)
e.       da un gruppo costituito da vocale più consonanti che la precedono e   la seguono (mar-tel-lo)
f.       da un gruppo costituito da dittongo più consonante che lo precede o lo segue ( fiu-to)
g.       da un gruppo costituito da dittongo più consonanti che lo precederono e lo seguono( fiam-ma)
h.      da un gruppo costituito da trittongo più consonante   che lo precede o lo segue (buoi)

A seconda del numero di sillabe che le costituiscono le parole si dividono in: · monosillabi (formate da un’unica sillaba, es. ma)

·         bisillabe (formate da due sillabe, es. ma-re)

·         trisillabe, ecc.

Saper dividere una parola in sillabe diventa utile quando, scrivendo, dobbiamo spezzare una parola per andare a capo, le regole da seguire sono le seguenti:

a.       le consonati semplici costituiscono sillaba con la vocale o dittongo che segue (fe-li-ci- )

b.      le vocali, i dittonghi e i trittonghi a inizio di parola, quando sono seguiti da una sola consonante costituiscono una sillaba (au-ro-ra)
c.       le consonanti doppie e il gruppo “cq” si dividono tra le due sillabe (ar-ri-vo, ac-qua)
d.      digrammi e trigrammi non vengono mai divisi (ra-gno, fi-gli)

1.7 ACCENTI

Accento tonico
Pronunciando una parola, la nostra voce cade con maggior forza su una sillaba. La sillaba su cui cade l’accento si dice sillaba tonica, mentre le altre sillabe vengono dette atone.

In base alla posizione della sillaba tonica le parole si distinguono in: TRONCHE, accento sull’ultima sillaba (perché , ver , por ) PIANE, accento sulla penultima sillaba ( lo*, sare*) SDRUCCIOLE, accento sulla terzultima sillaba ( vola*, pido*) BISDRUCCIOLE, accento sulla quartultima sillaba ( minano)
*attenzione l’accento indicato è solo accento tonico, non deve essere indicato nella forma scritta della parola.

Accento grafico

Solo in pochi casi, come vedremo, l’accento tonico viene rappresentato nella forma scritta della parola. La lingua italiana prevede tre tipi di accento grafico:
·         accento grave, va dall’alto verso il basso, si usa per i suoni larghi (caffè, tè)

·         accento acuto, va dal basso verso l’alto, si usa per i suoni stretti (perché, benché)

·         accento  circonflesso,  ottenuto  dall’unione  di  un  accento  stretto  con  uno  largo  (ormai  quasi  più

usato)
L’accento grafico viene usato:
a.      in tutte le parole tronche (non monosillabiche2) (affinché, però,   velocità, farò, ecc.)
b.            nei casi di parole omonime3  per evitare confusioni (àncora -ancora, perdono-perdòno , ecc.)
c.             in alcuni monosillabi per evitare confusione con altri di uguale scrittura (è -e, sé -se, sì-si, ecc.)
d.             nei  monosillabi  che  terminano  con  dittongo,  per  indicare  che  la  lettera  accentata  è  la  seconda

(più, giù, già , giù ). Bisogna però ricor dare che qui, quo e qua non vanno accentati (in questi casi da un punto di vista fonico non abbiamo due vocali perché “q” e “u” sono legate in un unico suono
consonantico).

Dato che sono diversi i monosillabi che mutano di significato con l’accento, e che spesso in merito alla corretta grafia sorgono dei dubbi è meglio osservare i più diffusi nel dettaglio .

Monosillabo
Analisi grammaticale
Esempio

te
pronome personale
Te ne vai? (il suono della “e” è stretto)
sostantivo
Vuoi del ? (non si scriva però
thè )
la
articolo
La minestra è pronta

la
pronome personale
Come la sai lunga

la
sostantivo
Il la è una delle sette note

avverbio di luogo
Giovanni è 

da
preposizione semplice
Da dove vieni?

terza   persona   dell’indicativo   presente   del
Antonio    una mano alla mamma

verbo dare


e
congiunzione
Giovanni e Maria

è
terza   persona   dell’indicativo   presente   del
Questo studente è  preparato


verbo essere


si
pronome personale
Maria si veste con eleganza

si
sostantivo
Il si è la set tima nota

Formate da una sola sillaba
Parole che sono formate dalle stesse lettere, ma hanno significati diversi


4

Riflessione sulla lingua – Fonologia e ortografia – Marino Martignon


avverbio di affermazione
, sono stato io!


ne
particella atona con funzione avverbiale
Arrivai a Roma a sera e ne ripartii il mattino
ne
particella atona con funzione pronominale
Me ne ha parlato Antonio


congiunzione negativa (con il significato di:
Non ha voluto parlare   scrivere (Non sa

e non)
leggere   scrivere)


li
pronome personale
Li conosco benissimo!


avverbio di luogo
La bicicletta è 


se
sostantivo
Accetto volentieri ma c’è un  se

se
congiunzione
Se domani sarà bel tempo and remo al mare
pronome personale
Ce   chi   pensa   solo   a  
(può
non   essere


accentato davanti a “stesso”)



2. ELISIONE E TRONCAMENTO

Elisione
Con ELISIONE si intende la soppressione di una vocale finale atona4 di una parola davanti ad altra parola che cominci per vocale, al posto della vocale caduta si mette un apposito segno, l’apostrofo.

L’ ELISIONE si deve attuare nei seguenti casi: 1. Con ci davanti a voci del verbo essere:
c’è,  c’era, c’erano

2. Con l’articolo una:

un’ora

3. Con gli articoli lo, la, e le relative preposizioni articolate:

l’orto, all’orto, dall’orto, nell’orto, l’anima, all’anima, dell’anima, nell’anima

4. Con gli davanti a parole che iniziano con i:
gl’Italiani

5. Con bello/bella, quello/quella:
bell’uomo, quell’erba

6. Con santo davanti a vocale:

sant’Agnese

7. Con alcune locuzioni caratteristiche:
senz’altro, tutt’altro, mezz’ora

8. Con la preposizione da in alcune espressioni:
d’allora, d’ora, d’altra parte

9. Con la preposizione di in alcune espressioni:

d’accordo, d’epoca, d’oro

L’ ELISIONE è facoltativa nei seguenti casi: 1. Con le particelle mi, ti, si
mi importa/m’importa, ti accolsi/t’accolsi, si accende/s’accende

2. Con questo e grande:
questo assegno/quest’assegno, grande uomo/grand’uomo

3. Con la preposizione di in alcune espressioni:
di esempio/d’esempio

(ricordo che il monosillabo da non si elide, scriveremo perciò da amare e non d’amare. A questa regola fanno eccezione alcuni casi cristallizzati dall’uso: d’ora in poi, d’ora in avanti, d’altronde, d’altra parte).

Troncamento
Con TRONCAMENTO si intende la caduta di una vocale o di una sillaba finale atona di una parola davanti ad un’altra parola iniziante sia per vocale che per consonante (in quest’ultimo caso bisogna, però, ricordare che non si esegue mai il troncamento quando la parola che segue inizia con s impura5, z, gn, ps). Perché il troncamento sia possibile la lettera che precede la vocale o sillaba da eliminare deve essere una delle seguenti: l-m-n-r.

Il TRONCAMENTO si deve attuare nei seguenti casi: 1. Con uno e suoi composti (alcuno, ciascuno, ecc):
un uomo, alcun luogo

2. Con buono, bello, quello davanti a consonante:
buon giorno, bel cane, quel giorno

3. Con santo davanti a consonante:

san Mattia

4. Con quale davanti a “è ”:

qual è

Il TRONCAMENTO è facoltativo nei seguenti casi: 1. Con tale e quale davanti a vocale e consonante:
tal uomo/tale uomo, qual buon vento/quale buon vento

2. Con l’aggettivo grande davanti a nomi maschili che cominciano per consonante: gran signore/grande signore

3. Con frate davanti a consonante e suora davanti a vocale e consonante:

fra Cristoforo/frate Cristoforo, suor Antonia/suora Antonia

Un dubbio può sorgere quando, a fin di riga, si deve andare a capo, è consentito andare a capo concludendo la riga con l’apostrofo, ossia è possibile scrive l’ (a capo) amico. Ebbene tale operazione è consentita non è invece consentito indicare la vocale caduta, quindi è un errore scrivere lo (a capo) amico.

SUGGERIMENTO
Un suggerimento pratico per riuscire a distinguere quando si deve indicare elisione e quando troncamento consiste nel prendere la parola che precede e, mantenendo la concordanza maschile/ femminile, provare a metterla davanti a nuova parola che inizia con consonante, se può stare così troncata significa che si trattava di troncamento, altrimenti si tratta di elisione.

Es. un’amica o un amica?, consideriamo l’articolo “un” se lo mettiamo davanti a parola che inizia con consonante, mantenendo la concordanza del genere femminile, otteniamo: un sedia, chiaramente così scritto non va bene, dobbiamo scrivere una sedia, perciò l’articolo in partenza era una e non un e quindi dobbiamo scrivere un’amica, ossia attuare l’elisione.

Troncamenti senza incontro di parole

Elisione e troncamento sono fenomeni legati all’incontro di due parole, esistono però anche dei casi in cui vi è la caduta della vocale o sillaba finale di una parola indipendentemente dall’incontro con altre parole. Per indicare la perdita è necessario mettere un segno d’apostrofo, i casi più diffusi sono:

sta’ = imperativo di stare. Es. Sta’ fermo! fa’ = imperativo di fare. Es. Fa’ i compiti!

da’ = imperativo di dare. Es. Da’ la mancia a Mirko! di’= imperativo di dire. Es. Di’ quello che pensi!
va’ = imperativo di andare. Es. Va’ a prendere il quaderno!

ALCUNI CASI DUBBI
Dopo quanto abbiamo visto riporto una tabella riassuntiva che ci può essere d’aiuto nei casi dubbi se - sé - s'è (Se s'è fatto male dapeggio per lui!)

ce - c'è  (C'è  già molto  sale, non ce ne mettere più)
sta - sta' (Guarda Antonio come sta fermo: sta' buono anche tu!)
da - dà  - da' (Se Maria ti dà  la penna, tu da' a Giovanni il quaderno)

di - dì  - di' (Di' un po', hai capito? Di queste pillole deve prenderne due al)
va-va' (Maria va a casa presto, va' con lei).Va indica la terza persona(egli va), va' la seconda(vai tu). to’ - t'ho (To', chi si vede... T'ho visto sai?)

fa - fa' (Giovanni fa i suoi compiti, tu fa' i tuoi!) la - là - l'ha (La gomma l'ha messa)
lo - l'ho (Lo zainetto l'ho preso io)

ma - mah - m'ha (Mah, non m'ha detto nulla, ma io ho capito lo stesso...)
ne - né  - n'è  (Anche se ce n'è  ancora, non ne voglio più   né  di questo né  di quello)


3. USO DELLE MAIUSCOLE

La grammatica italiana prevede l’uso delle maiuscole nei seguenti casi: 1. Con i nomi propri di persona:
Antonio, Giovanni, Maria, ecc

2. Con nomi propri di luoghi reali o immaginari:
Torino, Lazio, Francia, ecc

3. Con nomi propri di animali:

il cane Fido, il gatto Micio, ecc

4. Nei Cognomi:

Rossi, Scarpa, Martignon, ecc

5. Nei nomi di secoli:
il Settecento, L’Ottocento, ecc

6. Nei nomi di movimenti letterari e artistici:
il Romanticismo, l’Illuminismo, ecc

7.  Nei nomi di autorità civili e religiose quando non siano seguite da nomi propri:

il Papa
il Presidente
il Ministro
papa Paolo VI
presidente Ciampi
ministro Fassino
8. Nei nomi di popoli quando non sono aggettivi:

Francesi
Inglesi
Russi
vini francesi
tessuti  inglesi
salmoni russi
9. Titoli di libri, opere d’arte, giornali:

I  promessi sposi, Corriere della sera, David di Donatello, ecc

10. Quando vi è riferimento alle  istituzioni:

lo Stato, la Chiesa cattolica, il Governo italiano, ecc

11. Con riferimento a festività :
Natale, Pasqua, 4 Novembre, 25 Aprile, ecc

12. Nelle forme di cortesia , nelle lettere formali o burocratico-commerciali:
Egregio Signor Sindaco, Le scrivo per ...; Ci premuriamo di informarVi ...

13. Con nomi indicanti intere aree geografiche:

Mezzogiorno, Settentrione, Meridione, Oriente, Occidente, Nord, Sud, Est, Ovest

14. Uso di maiuscole legato alla punteggiatura:

all’inizio di un periodo
Era troppo presto …..
dopo il punto fermo

….così se ne andò. Proprio in quel….. dopo il punto esclamativo, se inizia una nuova frase

….. smettila! Dopo qualche istante …. …. smettila! gli disse …..
dopo il punto interrogativo, se inizia una nuova frase

….. sei tu? La domanda non ebbe risposta …. ….. sei tu? sei ritornato ….

15. All’inizio di un discorso diretto
…… e Giovanni disse: “Buongiorno signori ….”

4. RADDOPPIAMENTO DELLE CONSONANTI

Uno dei dubbi ortografici più frequenti riguarda la c orrettezza nel raddoppiamento delle consonanti. In questo caso il riferimento alla pronuncia non solo ci aiuta poco, ma può essere fuorviante, nelle regioni del Nord si tende ad eliminare le doppie, mentre al Centro e al Sud le consonanti vengono raddoppiate anche quando non si dovrebbe.

Per avere delle indicazioni sul come comportarci ricordiamo le seguenti regole:
a.  b non si raddoppia nelle parole che finiscono con –bile (ama-bile, automo-bile).

b.  g e z non raddoppiano nelle parole che terminano in -ione (az-ione, integra-zione, accelera-zione)

c.  esistono dei prefissi che posti davanti la radice della parola esigono il raddoppiamento della consonante (tranne il caso in cui la consonante sia la lettera s) d’inizio della parola che segue. Tali prefissi sono:

da-, se-, fra-, su-, sopra-, sovra-, contra-.

In ogni caso, ogni dubbio in merito al raddoppiamento delle consonanti può essere facilmente risolto consultando un buon dizionario; è meglio perdere un minuto nel consultare il dizionario piuttosto c he scrivere in modo scorretto una parola.

5. LA PUNTEGGIATURA
La punteggiatura consente di segnalare nello scritto le pause e l’intonazione del parlato. Le parole scritte, da sole, non ce la fanno a rappresentare quanto riesce ad esprimere la lingua parlata, per questo motivo abbiamo la necessità di inserire dei segni di punteggiatura (o segni di interpunzione). Un uso non corretto dei segni di punteggiatura, oltre a rendere difficile la comprensione del testo scritto, potrebbe portare, in alcuni casi, a dei veri e propri fraintendimenti sul significato: Es. La mamma di Giovanni. Parla con la professoressa. (non è chiaro chi sta parlando con la professoressa).

Virgola
Indica una breve pausa, e si usa per:

·         separare gli "incisi", cioè le parti accessorie di un discorso principale: Domani, se sarà bel tempo , andrò al mare
·         nelle elencazioni: C'erano Maria, Carla, Antonia, Angela;

·         dopo una esortazione o un richiamo: "Basta, fate un po' di silenzio!"; “Filippo, mi presti la tua penna?”

·         distinguere  all’interno  di  un  periodo  le  frasi,  subordinata  da  principale,  subordinata  da  subordinata,

ecc.: “Quando tornerà , organizzeremo per lui una festa”
Attenzione

Molti studenti sono convinti che non si possa in nessun caso mettere la virgola prima della “e”, è una sciocchezza; vi sono molti casi illustri in cui la virgola è posizionata prima della “ e”, anche nei Promessi Sposi: «Una cintura lucida di cuoio, e a quella attaccate due pistole», non è che un esempio fra tanti. Certo se la “e” ha valore congiuntivo allora, ovviamente, la virgola diventa inutile: Vino, pane e formaggio.

Punto

È il segno che indica la fine di un periodo (inteso come parte di testo, formato da una o più frasi, in grado d’esprimere un pensiero compiuto), lungo o breve che sia. Dopo il punto è n ecessaria la maiuscola.

Punto e virgola
Indica una pausa un po’ più breve del punto, ma più lunga della virgola. Questo segno è oggi poco usato, tuttavia risulta utile per interrompere un periodo che tende ad essere troppo lungo, e quindi di difficile comprensione: E’ vero che avevo detto a Filippo che gli avrei restituito la sua bicicletta; ma non me la sentivo di restituirgliela tutta sfasciata.

Due punti
Si usano:
·         prima di riferire risposte e parole altrui (Antonio mi disse: «Vengo anch'io.»);

·         prima di cominciare un elenco di cose o concetti (C'erano: Luigi, Mario e Andrea);

·         quando il concetto che segue è una spiegazione o un rafforzamento del precedente (Te l'ho già detto : non c'era nessuno).

Punto interrogativo e Punto esclamativo

Sono segni di intonazione. Il punto interrogativo rendere la frase interrogativa ("E’ andata proprio così." è un'affermazione, "E’ andata proprio così?" è una domanda) . Il punto esclamativo consente di sottolineare:
·         sorpresa (Com'è bello !)

·         dolore (Ahi, che male!)

·         una minaccia (Mario, ubbidisci!)
·         un ordine (Prendi la penna!)

Si possono accoppiare i due segni per sottolineare una sfumatura di incredulità: Come?! Non lo hai ancora fatto?. E’ del tutto inutile raddoppiare segni uguali, non muta in nulla l’intonazione.

Puntini di sospensione

Sono un segno di interpunzione rappresentato da tre punti con cui si sospende a mezzo una frase per riprenderla subito dopo, o per lasciarla incompleta. Non richiedono dopo di sé la maiuscola, tranne quando chiudono definitivamente il periodo.

Parentesi

Possono essere tonde e quadre. Le parentesi tonde servono per indicare una parte del discorso non strettamente necessaria al discorso stesso, consentono di riportare una spiegazione o un esempio collegato a quanto si dice: Sono entrato in casa sua (che bella casa!), e ho preso un caffè . Le parentesi quadre che racchiudono tre puntini segnalano l’omissione di parte di un testo in una citazione: Ciò che l’uomo aveva fatto era giusto [...] eppure sembrava impossibile (da Il nome della rosa di Umberto Eco).

Virgolette

Vanno sempre usate in coppia (una volta aperte, cioè, devono sempre essere chiuse); possono essere apicali "...", o angolari «...». Quelle apicali si usano per circoscrivere una citazione: "Verrà un giorno... " o una parola dal significato particolare: Il computer è in fase di "input". Quelle angolari, invece, sono particolarmente adatte ad indicare un discorso diretto, perché essendo direzionate ( «...») è facile riconoscere quando aprono o chiudono il discorso. Scriveremo perciò: «Sei andata da Maria?» «No.» «Perché? » «Dovevo lavorare.».



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