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GUELFI E GHIBELLINI

venerdì 21 febbraio 2014

LE FAZIONI DEI GUELFI E DEI GHIBELLINI NASCONO IN GERMANIA

Originariamente, i nomi guelfi e ghibellini indicavano i seguaci di due casate tedesche rivali: quella del duca di Baviera (Welf) e quella del duca di Svevia (Waiblingen) degli Hohenstaufen.

Questi nomi acquisirono un significato politico quando le due casate divennero concorrenti alla carica imperiale.

I duchi di Baviera (welf) erano favorevoli alla chiesa, mentre gli Hohenstaufen (waiblingen) erano avversari del potere papale. Ma i papi avevano sempre sostenuto alla carica imperiale l'uomo che ritenevano più adatto a favorire gli interessi della chiesa, indipendemente se fosse guelfo o ghibellino.

Lo stesso Innocenzo III aveva sostenuto alla carica imperiale prima un ghibellino (Filippo di Svevia), poi gli contrappose il guelfo Ottone IV di Brunswick e, quando questo non mantenne le sue promesse, offrì la corona imperiale al ghibellino Federico II. Erano le circostanze che determinavano l'alleanza, non viceversa.

L'ITALIA E' DILANIATA DALLA LOTTA TRA GUELFI E GHIBELLINI
Nell'Italia dei Comuni, i due nomi assunsero una connotazione diversa. Era guelfo chi si contrapponeva al potere imperiale (e quindi era vicino alla chiesa). Era ghibellino chi, per rivalità a Comuni concorrenti, si schierava con le forze dell'impero.

Ma anche quì non c'era nulla di ideologico. Erano gli interessi che determinavano gli schieramenti di campo. Se Firenze è guelfa, Pisa, diretta concorrente di Firenze, sarà Ghibellina. Se Como, grande rivale di Milano, è ghibellina, Milano sarà guelfa, ecc.

Questa divisione tra guelfi e ghibellini, tuttavia, esisteva anche all'interno dei Comuni stessi e, quando la lotta con l'impero ebbe fine, i due termini indicarono le fazioni (oggi diremmo partiti) in lotta per la conquista del potere comunale.

LA CASA DEGLI HOHENSTAUFEN DI SVEVIA SI AVVIA AL TRAMONTO
Alla scomparsa di Federico II, la successione non si dimostrò facile.
L'impero rimase vacante e papa Innocenzo IV rivendicò il regno di Sicilia come antico feudo papale (fig. 141, La tomba di Federico II nel Duomo di Palermo).
Agli eredi di Federico rimase la Germania, con Corrado IV, e il regno di Sicilia retto da Manfredi, suo figlio naturale.
La morte di Corrado (1254) costrinse Manfredi (1231-1266), che stava fronteggiando una rivolta dei nobili, a venire a patti col papa, che lo aveva scomunicato.
Il regno di Sicilia venne occupato dalle truppe pontificie e a Manfredi venne dato il principato di Taranto. Alla fine, Manfredi sconfisse le forze del papa a Benevento (2 dicembre 1254) e, nel 1258, assunse direttamente la corona del regno.
La sua autorità, quale capo dei ghibellini, si estese a gran parte d'Italia e, nel 1259, sconfisse Ezzelino da Romano a Cassano d'Adda. Nel 1260 ottenne la vittoria di Montaperti nell'Italia centrale e nel 1261 si fece eleggere senatore di Roma.

IL PAPA INVITA CARLO D'ANGIO' A PRENDERSI IL REGNO DI SICILIA
La politica aggressiva di Manfredi mise in allarme la chiesa, che, ancora una volta, temeva per i suoi possedimenti nell'Italia centrale. Il papa francese Urbano IV (1261-64), allora, offrì il regno di Sicilia a Carlo d'Angiò, potente fratello di Luigi IX.

I francesi affrontarono Manfredi nei pressi di Benevento e lo sconfissero (febbraio 1266), nonostante l'eroica resistenza della truppe tedesche e saracene (gli italiani lo avevano abbandonato) (fig. 142, La battaglia tra svevi ed angioini. Gli angioini indossano il colore azzurro gigliato, tipico dei francesi).

Egli fu ucciso in battaglia e il regno di Sicilia divenne un possedimento francese (fig. 143, Raffigurazione di cavaliere angioino; Nota come spiccano i gigli di Francia sul suo scudo, sul mantello del cavallo e sull'elmo; Biblioteca Nazionale, Firenze).
Nel 1267 Corradino, figlio minorenne di Corrado V, si presentò in Italia per rivendicare i suoi diritti, ma egli fu sconfitto a Tagliacozzo (L'Aquila) nel 1268 e decapitato a Napoli nello stesso anno (fig. 144, La decapitazione di Corradino come raffigurata nelle Cronache di Giovanni Villani).

FRANCESI E SPAGNOLI SI CONTENDONO IL REGNO DI SICILIA
Carlo d'Angiò non accettò l'idea di stabilire la sua corte a Palermo. Egli preferì Napoli e il regno cambiò nome. Non più regno di Sicilia, ma di Napoli, suscitando un forte malcontento nell'isola (fig. 145, Il castello costruito da Carlo I d'Angiò a Napoli e conosciuto come <<Maschio angioino>>).


La Sicilia si sentiva penalizzata due volte: per il trasferimento della capitale a Napoli e la gravosa tassazione. Nel 1282 nell'isola scoppiarono per i Vespri Siciliani, che diedero Manfredi, il pretesto per intervenire alla testa di tutti i fuoriusciti siciliani, che si erano rifugiati alla sua corte in Catalogna (fig. 146, I Vespri siciliani, dipinto di Francesco Hayez, 1845-46; Galleria d'Arte Moderna Roma). Pietro venne acclamato re di Sicilia nel 1282 (fig. 147, La situazione nel regno di Sicilia dopo la cacciata degli angioini dall'isola).


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