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La capra (1909-10), Umberto Saba

giovedì 27 febbraio 2014

La lirica, che appartiene alla sezione Casa e campagna (1909-1910), è una delle più celebri di  Saba: nel belato sofferente di una capra il poeta riconosce la sofferenza di tutti gli esseri  viventi.
 La forma metrica è data da tre strofe irregolari di endecasillabi e settenari, chiusi da un  quinario e liberamente rimati.

Testo
 H o parlato a una capra.
 Era sola sul prato, era legata.
 Sazia d’erba, bagnata
 dalla pioggia, belava.

 5 Quell’uguale belato era fraterno
 al mio dolore. Ed io risposi, prima
 per celia, poi perché il dolore è eterno,
 ha una voce e non varia.
 Questa voce sentiva
 10 gemere in una capra solitaria.

 In una capra dal viso semita
 sentiva querelarsi ogni altro male,
 ogni altra vita.

Parafrasi
Ho parlato ad una capra. Era sola su un prato, era legata. Sazia d’erba, bagnata dalla pioggia, belava. Quel continuo belato era fraterno al mio dolore. Ed io risposi, prima per gioco, poi perché il dolore è eterno (=uguale per tutti gli esseri), ha un unico suono e non varia mai. Sentivo gemere questa voce di dolore in una capra abbandonata. In una capra con il viso semita io sentivo manifestarsi la sofferenza per ogni altro male, per ogni altra vita.

Riassunto
 Il poeta ha parlato ad una capra: era sola su un prato e legata. Sazia d’erba e bagnata dalla pioggia, belava. Egli le risponde, perché il belato dell’animale era simile al suo dolore e simile al dolore di tutti gli esseri viventi. E il dolore ha sempre un unico suono e non varia mai. In quella capra egli sentiva esprimersi tutto il male e tutti i dolori del mondo.

Commento
1. Anziché mettersi a parlare con la capra, il poeta faceva meglio ad andare a slegarla in modo che andasse a ripararsi sotto qualche tettoia. Egli invece preferisce filosofeggiare sul dolore che accomuna tutti gli esseri viventi. Ma tutto ciò era già stato detto e ripetuto, dalla Bibbia sino a Montale. Egli preferisce ripeterlo ancora una volta, anche se in modo non completamente banale e capace di colpire il lettore.

2. Invece di filosofeggiare sul destino umano intriso di dolori e di affanni, il poeta poteva prendersela molto più concretamente con il padrone, che aveva abbandonato o dimenticato l’animale in mezzo al prato.

3. Il riferimento al popolo ebraico, che diventa il simbolo del dolore umano e del dolore universale, è un po’ forzato. Risulta buttato lì per associazione di idee, non per un motivo poetico più profondo: esso è legato al muso della capra e non, più ragionevolmente, al lamento dell’animale abbandonato sotto la pioggia.



4. Una cosa è la forza di sintesi e la parola essenziale degli ermetici, un’altra è la banale brevità di Saba, che espone superficialmente una verità, nota sino alla noia, in soli 13 versi. Il confronto con la visione manzoniana del dolore che emerge alla fine de I promessi sposi, con quella che ne dà Leopardi nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia o con quella più recente che ne dà Montale in Spesso il male di vivere ho incontrato, mostra i pregi ed i limiti del poeta triestino, che tuttavia non è privo di un linguaggio poetico facile, comprensibile, immediato e capace di colpire efficacemente il lettore con i suoi paradossi (“Ho parlato a una capra...”). La tecnica del paradosso viene usata anche nella poesia più famosa, A mia moglie
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