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La letteratura italiana del 900

mercoledì 19 febbraio 2014

La lezione linguistica combinata di Pascoli e di D'Annunzio (rifiutato nei temi e negli atteggiamenti superomistici) presiede alla poesia dei crepuscolari e in particolare di Guido Gozzano, che a sua volta offrì tematiche e soluzioni linguistiche poi passate a Eugenio Montale. I crepuscolari (Sergio Corazzini, Corrado Govoni, il primo Marino Moretti e altri) espressero, a conclusione dell'irrazionalismo decadente, la crisi dell'uomo e della letteratura (si veda Moretti, poeta che non ha 'nulla da dire') e rifiutarono non solo la figura del poeta-vate (nella versione moderna, D'Annunzio) ma ridussero il ruolo stesso della poesia.
 La coscienza della crisi (si era alla vigilia e nel corso della prima guerra mondiale) si accompagnava peraltro a un vitalismo estremo, entusiasta della modernità, di cui massima espressione è il futurismo, quasi incarnato da Filippo Tommaso Marinetti e interpretato su registri diversi dagli ex crepuscolari Corrado Govoni e Aldo Palazzeschi, creativo, scanzonato e dissacrante, ma leggero come pochi. Una cesura con l'Ottocento, a parte un senso diffuso di crisi o di smania di rifondazione (futurismo), è simbolicamente segnata dall'adozione in Italia del verso libero, che interruppe una tradizione secolare di versificazione 'non libera' e di impiego ordinato della rima. Il verso libero, che sarebbe stato dominante nel Novecento, in Italia fu teorizzato con passione dal disordinato sperimentatore Gian Pietro Lucini e adottato inizialmente dai futuristi, con tentativi di superarlo nelle apocalittiche applicazioni delle 'parole in libertà'. 
 La coscienza della crisi di inizio secolo è, con diversi sviluppi, al centro dell'opera di due grandi scrittori, Luigi Pirandello e Italo Svevo. Il primo, nelle novelle, nei romanzi e nel teatro (è anche uno dei pochi grandi scrittori di teatro in Italia) indagò sull'inautenticità e sull'aggressività sulle quali si fondano i rapporti sociali tra gli uomini, che si trovano in una condizione di continuo scacco nella vita (Il fu Mattia Pascal, 1904), oltre che sulla disintegrazione di quella coscienza individuale (Uno, nessuno e centomila, 1926) che solo un secolo prima era stata al centro della rivoluzione romantica. Quanto a Svevo, anch'egli proveniente dall'esperienza del naturalismo, ma a contatto con la cultura mitteleuropea e beneficiario dell'incontro con James Joyce, trasferì l'analisi oggettiva all'interno della coscienza, scoprendo (in un rapporto ruvido con Freud) la dimensione che sta oltre la coscienza, interpretando la vita, imprevedibile e non dominabile, come malattia, e facendo, attraverso l'ironia, della coscienza di inettitudine una strategia esistenziale. 

L'indagine oltre le apparenze della coscienza fu così radicale che Svevo dissolse le tradizionali strutture del romanzo e trasformò la sua lingua, di matrice triestina, in uno strumento di penetrazione, nell'apparente grigiore, oltre le falsificazioni inevitabili del linguaggio. A fronte di tante testimonianze di inquietudine e di senso di inadeguatezza e disorientamento – e nel loro contesto – stanno altre ricerche volte a fondare una nuova etica, una nuova coscienza civile e politica (soprattutto negli anni del fascismo) e un nuovo dominio intellettuale sulla realtà di tipo razionalista. Ci si riferisce alla ricerca espressa dalle prime riviste del Novecento, agli scritti e alla lezione morale di Piero Gobetti e Antonio Gramsci e al pensiero critico ed estetico di Benedetto Croce.

 Nel primo Novecento il confronto di idee passò attraverso una serie di riviste di vario orientamento: 'Il Leonardo' (1903-1907) e 'Lacerba' (1913-1915), la rivista di Giovanni Papini e di Ardengo Soffici, espressione di un'oltranza futurista; 'La Voce', fondata da Giuseppe Prezzolini nel 1908 e durata fino al 1916, con rifondazione nel 1914 di Giuseppe De Robertis, importante rivista interessata prima ai grandi problemi morali e sociali e poi divenuta organo dell''idealismo militante'; 'La Critica' (1903-1944) di Benedetto Croce. In seguito comparvero 'La rivoluzione liberale' (1922-1925) di Piero Gobetti e 'L'Ordine Nuovo' (1919-1925) di Antonio Gramsci, Angelo Tasca e Palmiro Togliatti; 'Il Baretti' (1924-1928) di Piero Gobetti, Augusto Monti, Leone Ginzburg, Giacomo Debenedetti; 'Solaria' (1926-1936) di Alberto Carocci, Giansiro Ferrata, Alessandro Bonsanti. In parallelo alle prime riviste, alcuni scrittori si dedicarono a un integrale rinnovamento etico e artistico: Carlo Michelstaedter, Piero Jahier, originale e insolito poeta, Giovanni Boine, Scipio Slataper. E, sul fronte critico, ci fu l'opera di un raffinato e inquieto lettore, Renato Serra. 
Grandi contributi intellettuali al rinnovamento dell'Italia durante e dopo il fascismo dettero Piero Gobetti, con la sua affermazione integrale di libertà e di saldezza morale, e Antonio Gramsci, i cui Quaderni del carcere – uno dei cui centri è l'analisi del comportamento degli intellettuali nella nostra vita nazionale – costituirono un vero e proprio nutrimento per la cultura dal 1947, anno della prima edizione, fino a tutti gli anni Settanta. La razionalità politica, di tipo marxista, di Gramsci ha il suo corrispondente idealistico nell'opera e nel pensiero di Benedetto Croce, che con l'Estetica (1902) e col lavoro di critico esercitò un'egemonia culturale lungo tutto il primo Novecento in Italia, condizionando tutta la critica accademica di quel periodo. Sono collocabili nell'ambito del primo Novecento l'opera del critico e romanziere siciliano Giuseppe Antonio Borgese e l'opera del senese Federigo Tozzi. Borgese contrapponeva alla scrittura del 'frammento' e all'autobiografismo prevalenti nei 'vociani' l'idea di un romanzo capace di interpretare la realtà storica: con Rubé (1921), criticò l'interventismo attraverso un personaggio che trasferisce irrazionalmente la propria passività nell'intervento nella storia. Tozzi offrì una narrativa a sfondo autobiografico e di taglio apparentemente naturalista; il suo capolavoro, Con gli occhi chiusi (1919), caratterizzato da un espressionismo violento, presenta un inetto che, in una realtà disumana e minacciosamente estranea, chiude gli occhi per non vedere l'insopportabile stranezza dell'esistenza.

 La letteratura fra le due guerre La letteratura del primo dopoguerra si aprì con un ritorno all'ordine, agli equilibri formali e al valore della tradizione in senso classicistico. Massima promotrice di questa tendenza fu la la rivista romana 'La Ronda' (1919-1922). Due le figure di maggior spicco che gravitavano attorno a questa esperienza letteraria: il poeta e narratore Vincenzo Cardarelli e il critico Emilio Cecchi. Anche Massimo Bontempelli si fece promotore di una sorta di neoclassicismo 'metafisico' per rinnovare la cultura.

In contrasto con l'autarchia culturale del fascismo, una decisa apertura europea si deve alla già ricordata rivista fiorentina 'Solaria'. Qui si creava quel mito dell'America divenuto fondamentale a partire dagli anni Trenta. Echi del surrealismo francese degli anni Venti si trovano nella scrittura di Alberto Savinio. Un surrealismo romantico è quello di Tommaso Landolfi, scrittore originale e appartato, che elaborò nella sua narrativa una sorta di poetica della paura di fronte a un mondo pervaso di inquietante mistero. Legami col surrealismo rivelano anche i racconti di Antonio Delfini, con continue trasposizioni tra vita e opera. La normalità dell'assurdo e il tema dell'attesa di un non-avvenimento connotano l'opera di forte impatto comunicativo di Dino Buzzati. C'è poi la scrittura umoristica ed esilarante di Achille Campanile, che sciorina un giocoso campionario della stupidità dell'esistere. 
Quanto alla cultura fascista, essa disse ben poco, tra conservatorismo borghese e accensioni di populismo antiborghese. Aperture nuove vennero negli anni Trenta da giovani scrittori (Romano Bilenchi e il primo Elio Vittorini) che rappresentavano il cosiddetto fascismo 'di sinistra', l'ala critica del movimento nella quale si raccolsero molti intellettuali destinati in seguito a mutare radicalmente le proprie posizioni politiche. In questa età assunse grande rilievo la lirica, presentata perlopiù come esperienza assoluta di un io lirico che vaga solitario, in una sorta di odissea individuale, negli spazi della civiltà moderna. C'è la voce dell'eterno farsi del mondo di Arturo Onofri e quella di Piero Jahier, che interpreta la tensione morale della 'Voce'; c'è il furore, tra simbolismo ed espressionismo, dei Canti orfici (1914) di Dino Campana, in cui il tema del viaggio indica la poesia come assoluto altrove; c'è il tormento del linguaggio come oggettivazione della tensione morale di Clemente Rebora; c'è il mondo spaesato e frantumato di Camillo Sbarbaro; e c'è la nuda cronaca esistenziale elevata a canto nel grande Canzoniere di Umberto Saba: la poesia diventa qui ricerca delle ragioni più autentiche dell'esistenza e forma stessa del desiderio di vita e di dolcezza. C'è, soprattutto, l'opera di Giuseppe Ungaretti: massimo esponente della linea simbolista, sviluppò, soprattutto nella prima fase, una poetica dell'analogia e cercò di creare le condizioni dell'assoluto nella parola isolata. Inoltre dissolse e ricostruì la metrica classica entro una tradizione lirica tesa al sublime e lontana da ogni realismo. Tra ermetismo prima e neorealismo poi si muovono le liriche di Salvatore Quasimodo (premio Nobel nel 1959) e, in forma diversa, quelle di Alfonso Gatto. Fiorì anche la poesia dialettale con il romano Trilussa (pseudonimo di Carlo Alberto Salustri), il triestino Virgilio Giotti, il gradese Biagio Marin, che elevò un purissimo canto tra il quotidiano e il magico, e il milanese Delio Tessa, continuatore della grande lezione di Porta tra realismo e deformazione. Eugenio Montale (premio Nobel nel 1976), il più grande poeta del XX secolo, a partire dalla poetica del negativo che interpreta le inquietudini del Novecento sviluppò una poesia 'metafisica' in cui la natura ligure (Ossi di seppia, 1925) è il 'correlativo oggettivo' (vedi Thomas Stearns Eliot) della desolata condizione esistenziale e in cui la donna è mediatrice tra esistere ed essere e poi depositaria (Le occasioni, 1939) di una possibile salvezza di fronte a una realtà storica sempre più apocalittica (La bufera e altro, 1956). Seguì la svolta, espressiva e tematica, di Satura (1971) e delle raccolte successive, che ripropongono la negatività del mondo della società dei consumi in cui la parola si svuota e il linguaggio evade in toni epigrammatici e sarcastici. Il disordine, il 'pasticciaccio' del mondo viene rappresentato anche da uno degli scrittori più grandi del Novecento, il milanese Carlo Emilio Gadda, che, in una prosa ardua e manipolata con elementi linguistici dialettali e dotti e in uno scatenamento linguistico acido e furioso insieme, tenta di dominare il disordine con una lancinante angoscia dell'esistenza. Il secondo dopoguerra (1945-1968) La seconda guerra mondiale e la Resistenza determinarono un diverso clima culturale. Gli anni del dopoguerra sono caratterizzati dal neorealismo, che espresse una forte istanza etico-civile per la rifondazione della società e dei suoi valori. Uno dei paradossi del neorealismo è che i suoi maestri, Elio Vittorini e Cesare Pavese, sono scrittori dal taglio fortemente simbolico. Del primo è fondamentale Conversazione in Sicilia (pubblicato a puntate nel 1938-39 e in volume nel 1941); del secondo lo sono almeno La casa in collina (1948) e La luna e i falò (1950); entrambi furono grandi organizzatori di cultura; entrambi introdussero in Italia i modelli, soprattutto linguistici, della letteratura americana e offrirono un modello di prosa narrativa moderna ispirata a quella americana anche attraverso le traduzioni. Alla letteratura di lingua inglese guardava anche Beppe Fenoglio, lo scrittore più creativo anche sul piano linguistico e l'autore di due grandi testi, Il partigiano Johnny e Una questione privata, entrambi pubblicati postumi. Numerosi sono i memorialisti e i narratori del neorealismo: Ignazio Silone, Carlo Levi, Francesco Jovine, Vasco Pratolini. Oltre il neorealismo si dilata una grande 'nebulosa narrativa', che ingloba nomi importanti: Carlo Cassola, con al centro la tematica esistenziale; Giorgio Bassani, che privilegia la memoria; Giuseppe Tomasi di Lampedusa, con Il Gattopardo (pubblicato postumo nel 1958); Alberto Moravia con un grande romanzo, Gli indifferenti (1929), e poi ossessionato dall'attualità; Primo Levi e il tema della memoria (Se questo è un uomo, 1947); e poi Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Goffredo Parise; Leonardo Sciascia, con la sua lucida narrativa critica; e ancora Guido Morselli, scoperto dopo la morte, Guido Piovene, Mario Soldati, Giuseppe Bonaviri (1924). A costoro vanno aggiunti i nomi di scrittrici di primo piano. Anzitutto Elsa Morante, di cui occorre ricordare almeno La storia (1974); poi Lalla Romano, attenta osservatrice dei rapporti umani; e Anna Maria Ortese.

 Alla fine di questo elenco spicca il nome di Italo Calvino, la cui opera, iniziata all'insegna del neorealismo, arrivò a esplorare nuovi territori letterari, dalla fantascienza alla letteratura come gioco combinatorio. La ricerca sperimentale degli anni Cinquanta e l'esperienza della neoavanguardia (che in qualche modo trovò espressione nel Sessantotto) registra alcune tappe importanti: lo sperimentalismo di riviste come 'Officina' (1955-1959), con Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi, Franco Fortini, Angelo Romanò, Gianni Scalia, e 'Il Menabò' (1959-1967), con Vittorini e Calvino; la neoavanguardia del Gruppo 63, che mirava a ridefinire il rapporto tra letteratura e pubblico; Pier Paolo Pasolini, poeta, narratore e cineasta, che sperimentò oltre i compromessi linguistici – propri del neorealismo – tra lingua e dialetto; Franco Fortini, poeta e saggista; lo sperimentalismo espressionistico di Giovanni Testori e di Stefano D'Arrigo (1919-1992); la prosa di Antonio Pizzuto, nella quale il processo narrativo sembra venire negato; il caso singolare di Luigi Meneghello; la scrittura d'avanguardia di Edoardo Sanguineti; i poeti-prosatori della neoavanguardia Elio Pagliarani, Alfredo Giuliani, Antonio Porta, Nanni Balestrini; le scontrose finzioni di Giorgio Manganelli; e gli inesauribili artifici di Alberto Arbasino. Quanto alla lirica, si costruì una ricca e complessa situazione che la critica ha cercato di dipanare individuando una 'linea sabiana', in cui prevalgono un rapporto più diretto con le cose e un linguaggio più tradizionale, e una 'linea novecentista', più modernizzante e tendenzialmente ermetica, che fa capo a Ungaretti e Montale. Alla prima linea appartengono poeti come Carlo Betocchi, Sandro Penna, Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni e in qualche modo anche Giovanni Giudici; alla seconda poeti come Mario Luzi e Vittorio Sereni. Luciano Anceschi indicò poi una 'linea lombarda', che comprende poeti legati a Milano ed esordienti nel dopoguerra, come Giorgio Orelli, Nelo Risi, Luciano Erba, Bartolo Cattafi; in seguito sono stati fatti rientrare nella stessa tendenza poeti più giovani, quali Giancarlo Majorino, Giovanni Raboni, Tiziano Rossi e Maurizio Cucchi. Per la poesia dialettale registriamo Ignazio Buttitta e Tonino Guerra. Dopo il Sessantotto Negli ultimi decenni si è delineata una condizione culturale in cui le manifestazioni del moderno nelle società industriali avanzate si sono saturate e in cui la realtà si sviluppa attraverso procedimenti sparsi e poco controllabili. Per indicare questa situazione si parla di 'postmoderno'. Inoltre il vuoto lasciato da grandi scrittori, come Calvino, Morante, Levi, Sciascia, e dalle tradizionali ideologie contribuiscono al disorientamento. Uno scrittore strutturalmente postmoderno anche per il virtuosismo intellettuale è Umberto Eco. Altri vivono il postmoderno con un atteggiamento mentale di resistenza; tra questi, Paolo Volponi con la sua razionalità e Luigi Malerba su un registro satirico-grottesco. Ci sono poi i poeti come Andrea Zanzotto, col suo toccante sperimentalismo; la tensione morale di Giovanni Giudici; l'ostinato ascolto del linguaggio della poetessa Amelia Rosselli; e ancora la poesia in dialetto di Franco Loi. Le opere migliori sono di autori come Gesualdo Bufalino, Vincenzo Consolo, Sebastiano Vassalli e Antonio Tabucchi per la prosa; e, per la poesia, alcuni nomi della già ricordata 'linea lombarda' (Raboni, Rossi, Cucchi), oltre a Cesare Viviani (1947), Valentino Zeichen (1938) e le poetesse Alda Merini e Vivian Lamarque, quest'ultima dal linguaggio fiabesco. Tra gli scrittori ancora più recenti si sono segnalati Pier Vittorio Tondelli, Stefano Benni, Daniele Del Giudice, Aldo Busi, Andrea De Carlo, Alessandro Baricco, Susanna Tamaro; tra i poeti, Valerio Magrelli. Infine merita ricordare i nomi di giornalisti e studiosi come Enzo Biagi, Pietro Citati, Claudio Magris e Roberto Calasso. Chiudiamo ricordando che il Nobel 1997 per la letteratura è stato assegnato a Dario Fo, uno scrittore-attore che col Mistero buffo ha portato al più alto live livello, e in modo creativo, il teatro popolare della tradizione cinque-secentesca.


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