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Padre del ciel, dopo i perduti giorni, F. Petrarca

venerdì 28 febbraio 2014

Padre del ciel, dopo i perduti giorni,
dopo le notti vaneggiando spese
con quel fero desio ch'al cor s'accese
mirando gli atti per mio mal sì adorni,

piacciati omai, col Tuo lume, ch'io torni
ad altra vita et a più belle imprese,
sì ch'avendo le reti indarno tese,
il mio duro adversario se ne scorni.

Or volge, Signor mio, l'undecimo anno
ch'i' fui sommesso al dispietato giogo
che sopra i più soggetti è più feroce:

miserere del mio non degno affanno;
reduci i pensier' vaghi a miglior luogo;
ramenta lor come oggi fusti in croce.

PARAFRASI
Padre del cielo, dopo i giorni dispersi (consumati invano dietro l'amore colpevole), dopo  le notti passate delirando con quella feroce passione che si incendiò dentro il mio cuore  ammirando (mentre ammiravo/incantato da) quegli atti (moti e tratti del corpo di Laura)  così belli (leggiadri) purtroppo per me (per mia disgrazia), voglia tu (fai che), con il Lume  della Tua Grazia (con l'efficacia della Tua illuminazione, della Tua Luce divina) che io ritorni/mi volga ad una vita diversa (quella rivolta alle cose spirituali) e ad azioni/opere più belle (moralmente), così che il mio tenace avversario (il Diavolo, Amore), dopo aver teso  invano le sue reti (per catturarmi, per ingannarmi attraverso l'attrazione per lei)rimanga  vinto e scornato (deluso e ingannato a sua volta).
Mio Signore (Mio Dio), ora si compie l'undicesimo anno da quando io fui sottomesso al  giogo (trave sul collo dei buoi, dominio) spietato (dell'Amore), il quale (giogo) è tanto più ferocemente opprimente quanto più sottomessi sono coloro che gli si assoggettano (che è più crudele proprio con i più ubbidienti, gli innamorati): abbi pietà/misericordia ("miserere" è formula latina liturgica) del mio tormento indegno (indegno di pietà, perché causato  da un motivo basso e vergognoso); riconduci i (miei) pensieri erranti (che vagano e  vaneggiano) a una meta più degna, un fine più alto e nobile; ricorda loro (ai miei pensieri) che oggi è il giorno che tu fosti messo in croce (è il Venerdì Santo di Passione).

RIASSUNTO
Nelle quartine il poeta considera retrospettivamente il proprio tormento: dopo aver speso lungo tempo nella passione amorosa che lo ha sottratto a cose più degne, invoca la pietà di Dio affinché lo liberi dal dominio d’amore e gli consenta di volgersi ad opere migliori. Nelle terzine misura la durata del tormento che non è ancora cessato e rivolge la sua preghiera a Dio: è l’undicesimo anniversario dell’innamoramento, dunque della sottomissione ad Amore; il Venerdì santo di passione, il poeta chiede misericordia e implora Dio di riuscire a volgersi a cose più degne con l’esempio di Cristo in croce. 

NOTE
È Venerdì di passione il giorno dell’innamoramento (1327), ed è ugualmente Venerdì di passione l’undicesimo anniversario (1338) di quel giorno, quando il poeta rivolge la sua preghiera a Dio. È una sorta di parafrasi del "Pater noster", di cui riprende l’incipit (“Padre nostro che sei nei cieli”). È in voluta antitesi con il componimento precedente (Rvf 61): Benedetto sia ‘l giorno, e ‘l mese e l’anno (che benedice e loda il momento dell’innamoramento). A undici anni dalla nascita del suo amore, il Venerdì Santo, il poeta medita sulla sua condizione morale ed esistenziale, pregando Dio di liberarlo dalla vanità delle passioni terrene e ricondurlo a pensieri più degni nella Grazia di Dio. Il sonetto (con schema metrico ABBA, ABBA; CDE, CDE.) ha una struttura simmetrica: quartine e terzine costituiscono due unità sintattiche a sé stanti, la prima rivolta al passato e la seconda al presente. Nelle prime tre strofe domina l’ipotassi (il verbo "Piacciati" -legge Tobler Mussafia- che introduce la richiesta di cambiamento del poeta arriva solo al quinto verso, preceduto da una serie di dipendenti): questo movimento sintattico risponde probabilmente a un’esigenza di chiarimento interiore dopo il confuso e tortuoso trascorrere degli anni in una passione vana. Nell’ultima terzina prevale invece la paratassi, con tre forme verbali imperative in inizio di verso (legate dall’allitterazione della liquida). Segno di rinnovamento e insistenza sulla preghiera, in una sorta di climax che culmina nel ricordo della croce. Il cambiamento porterà alla sconfitta dell’avversario, cioè del demonio, ma anche Amore che nel Canzoniere è spesso definito avversario e nemico. L’espressione “ch'io torni / ad altra vita et a più belle imprese” e “miglior luogo” forse non vuole solo genericamente indicare opere moralmente più degne, ma contiene un implicito riferimento all’opera letteraria: per esempio tornare ad opere in latino, più elevate della poesia volgare. In ogni caso le rime amorose, come la passione amorosa, sono condannate in nome di un’indefinita migliore “altra” possibilità fondata su saldi imperativi etici e religiosi.
Si badi che anche se il testo si riferisce all’anniversario del 1338, è stato rielaborato in anni più tardi, oggi viene comunemente accettata la datazione al 1353.


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