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Ri - leggere ‘I Promessi Sposi’ (Alessandro Manzoni)

mercoledì 26 febbraio 2014

Un primato
I punti di forza  del romanzo sono molti. Innanzitutto è da dire che I Promessi sposi è il primo romanzo italiano di grande impianto e, pertanto, di grande respiro. Se seguiamo la linea dei classici, nel Settecento l’Italia non allinea nessun romanzo significativo; dobbiamo andare in Francia  per trovare un Candido di Voltaire o una Nuova Eloisa di Rousseau (romanzi peraltro rispondenti a fini educativi o analitici molto precisi) o in Inghilterra per trovare un Robinson Crusoe di Defoe (anche questo romanzo a tesi). Nel Settecento in Italia l’opera grande, di impianto solenne, corale, e di portata universale per il contenuto, la dà Parini col Giorno. Ma il Giorno è un poema; un poema che risulta moderno per il suo contenuto di critica sociale, ma antico per la struttura e la lingua ancora classica.
Vediamo ancora cosa c'è d'altro prima di Manzoni. C'è il Foscolo delle  Ultime lettere di Iacopo Ortis , romanzo nuovo per la sensibilità emotiva del protagonista, per gli ideali politici che impone, per il pathos delle coppie tematiche amore-morte, libertà-morte; ma l’Ortis in fondo è un’autobiografia: il racconto dell’intimità di un solo personaggio, il protagonista. Sul piano della struttura, dell’ambientazione, dell’analisi  il campo è davvero limitato, senza nulla togliere al coraggio che Foscolo ha avuto per aver trasferito nel testo artistico il proprio travaglio sentimentale e politico.
Di seguito all’Ortis foscoliano stanno Le mie prigioni di Pellico (anch’esse un’autobiografia); poi i primi tentativi di romanzo storico; ma questi ultimi erano quadri molto coreografici e di poco spessore: i personaggi mancavano di forza, i sentimenti dei personaggi  sovrabbondanti e spesso sdolcinati, i temi portanti deboli; soprattutto ci si accostava agli argomenti sociali in una direzione filantropica, priva di spirito critico e di mordente.
A dire il vero anche sul romanzo di Manzoni pesa una consuetudine di “buone” letture “noiose” e moralistiche; una tradizione fuorviante, spesso scolastica, ha disteso una patina untuosa che ne ha fatto un romanzo “fuori moda”, improbabile, melenso, scontato nel lieto fine ( in realtà i Promessi sposi  non hanno un lieto fine.)
Ora, stabilito che è il primo romanzo di grande impianto, vediamo di scrostare la muffa sgradevole che è cresciuta dietro alle inesatte letture  per ritrovare i punti di forza del romanzo; punti di forza che in campo italiano, ne fanno il protagonista di una vera rivoluzione; per la nostra letteratura  quasi paragonabile alla rivoluzione copernicana.

Una lingua per la nazione e per la comunità civile
Diamo per vero che il primo  punto di forza è l’essere Manzoni arrivato primo a scrivere un romanzo di struttura complessa : è infatti  un romanzo storico la cui ricerca di documenti è puntigliosa ed esatta quanto mai; è un romanzo sociale; è un romanzo psicologico (naturalmente secondo i canoni del primo ottocento); è un romanzo politico; è, infine, un ‘poema’ creaturale-religioso. Su tutto ciò è stato scritto abbastanza e puntiamo l’attenzione sul secondo punto di forza che è la ricerca linguistica e il  risultato che ne deriva.
Soffermiamoci. Manzoni accingendosi a scrivere il romanzo ha un obiettivo ben preciso e impiega, con dispendio di energie e meticolosità certosine, quasi vent’anni per raggiungere un risultato di cui non sappiamo se fosse contento. Il suo obiettivo era scrivere un romanzo per tutti (Manzoni diceva per l’ “universale”); naturalmente i “tutti” del primo Ottocento erano coloro che sapevano leggere e che avevano una cultura media. Ma erano anche i “tutti” che, secondo il suo spirito liberale, avrebbero dovuto formare la nazione italiana. Manzoni voleva scrivere un romanzo popolare e nazionale; per questo cercava e sperimentava una lingua nazionale che ancora non esisteva. Ha avuto il merito, ma soprattutto il coraggio, di coniarla impiegando lunghi anni, dal 1821 al 1840, e redigendo (cioè correggendo) tre volte il romanzo (Fermo e Lucia dal ‘21 al ‘26, la prima edizione dei Promessi Sposi che vede la luce nel ‘27, l’edizione definitiva a dispense dal 1940 al 1942).
Innanzitutto egli cerca, secondo la lezione degli illuministi, una lingua vera, fatta di cose, di fatti, di avvenimenti; e per prima cosa elimina tutte le zavorre mitologiche e auliche; poi  le inflessioni regionali (i lombardismi) e individua una lingua che tutta la nazione possa fare propria;  sceglie il fiorentino medio (da notare che Firenze sarà  capitale dell’Italia unita prima che venga liberato lo Stato della Chiesa dal potere temporale del papa, con conseguente trasferimento della capitale a Roma).
Ma ciò non bastava a Manzoni; quella del suo romanzo doveva  essere una autentica  lingua parlata; per questo parte da Milano e va a Firenze a “risciacquare in Arno” il testo; era quanto serviva per far sì che nel suo romanzo si riversasse davvero la lingua parlata dalla gente mediamente colta e che tutta l’Italia, una volta unita, potesse assumerla come lingua nazionale. Quando Manzoni finisce il romanzo, avendo dato l’ultima correzione linguistica, è l’anno 1840; nel 1848 inizieranno le guerre d’indipendenza per la libertà e l’unità d’Italia. Quando la politica comincia ad agire per costruire l’Italia, Manzoni ha già costruito nel suo romanzo la lingua per la nazione.
Dunque Manzoni è il punto d’inizio moderno (dico moderno perché la ricerca di una lingua nazionale inizia con Dante) del nostro parlare e del nostro modo di intendere il parlare, del nostro comunicare. Comunicare che cosa? Comunicare i fatti, gli avvenimenti, i problemi, le cose che riguardano tutti. Perché tali erano i fatti di cui parlava Manzoni (giustizie e ingiustizie, guerre, lavoro e carestie; profittatori e sfruttati). Dunque Manzoni crea un nuovo modello di lingua letteraria: una lingua letteraria che scende tra gli uomini e serve a comunicare le cose utili agli uomini, affinché essi nella stessa lingua riflettano e a loro volta comunichino.
Non una lingua d’élite, né una lingua di bassa quotidianità; egli dà la matrice di quella lingua che ancor oggi ci serve per parlare, nella comunità nazionale, delle cose di tutti, della cose di civile interesse.
Una buona lezione, a questo proposito, Manzoni l’aveva avuta dal «grande libro» della rivoluzione francese; ma  un’altrettanto buona  lezione l’aveva avuta dal «Grande Libro»  dei Vangeli portatore di una parola chiara, essenziale, priva di ridondanze auliche, narrativa dei fatti, degli eventi quotidiani; una lingua  per tutti,  e in questa sua essenzialità colma di significati, una lingua che nel vangelo si sintetizza nel Discorso della montagna, un discorso che Manzoni è pronto a riprendere anche nel suo contenuto: i primi della società e gli ultimi della società riscattati dal loro soffrire e penare.
Un romanzo sulla giustizia
Il terzo punto di forza del romanzo è il tema dominante di tutto il lungo racconto. Attorno a questo tema universalissimo non si potevano non coagulare gli interessi degli italiani del tempo di Manzoni; attorno ad esso si coagulano i pensieri e le riflessioni degli italiani di oggi, degli uomini di ogni tempo e di ogni luogo. E’ il tema della giustizia. Non dunque dell’amore, o dell’amore contrastato come in apparenza (davvero solo in apparenza) può sembrare. Tema questo troppo trito nella letteratura che, per giunta,  in mano a Manzoni, figlio e nipote di illuministi, gli avrebbe fatto rischiare  pessimi risultati.
Un figlio e nipote di illuministi, per giunta convertito al Cristianesimo, per giunta liberale, non poteva eludere il tema della giustizia; e I Promessi Sposi è un romanzo sulla giustizia.
La vicenda comincia con un’ingiustizia : a due persone qualsiasi (Renzo e Lucia sono i simboli dell’umanità) viene impedito di sposarsi, un diritto sacrosanto. Renzo e Lucia sono davvero increduli dinanzi a ciò, perché come tutte le persone molto comuni credono che a nessuno possa essere tolto di prepotenza ciò che gli spetta di diritto.
L’ingiustizia è agita da un potente che ha tutti i mezzi per darsi ragione quando non ce l’ha. Il potente da solo farebbe ben poco, ma si dispongono a suo servizio alcuni personaggi chiave che rappresentano le grandi istituzioni create dalla società civile per servire e difendere gli uomini: l’avvocato Azzeccagarbugli, losco emblema di una legge pronta a corrompersi; il podestà del paese, grigio rappresentante della politica;  don Abbondio, il padre superiore, la monaca di Monza, tutti figli di una Chiesa degenerata dai suoi principi evangelici di giustizia e carità. Questi ossequienti servitori del potente don Rodrigo compongono un variegato mondo di esseri schiavi del desiderio di non perdere il ruolo che nella società li rende garantisce, oppure schiavi delle loro passioni o delle loro paure: Azzeccagarbugli, il podestà, il padre superiore sono degli opportunisti; don Abbondio è schiavo della sua paura, la monaca di Monza della sua passione amorosa.
Molto di questo bel mondo si trova nel palazzotto di don Rodrigo attorno alla tavola imbandita nel capitolo V°. E’ un simbolico banchetto del potere: don Rodrigo ha da un lato Azzeccagarbugli ( la legge soggetta al potere), dall’altro il podestà (la politica  anch’essa assoggettata).
Renzo, l’uomo comune che subisce l’ingiustizia, mette in atto tutte le possibilità che conosce per difendersi e per ottenere giustizia. E così inizia il suo viaggio di conoscenza della storia e della vita.
 Il viaggio di Renzo assomiglia a un viaggio dantesco attraverso l’inferno e il purgatorio della storia. Prima ricorre alla legge; ne viene beffato; poi vuol farsi giustizia da solo;  viene dissuaso da Padre Cristoforo, il saggio che, per esperienza personale, sa come vanno queste cose. Allora organizza lo stratagemma del matrimonio a sorpresa; la risoluzione fallisce.
A questo punto accetta il consiglio che sia giusto “cambiare aria” per lui che è debole e va a Milano. Milano è il formicolìo della storia: lì c’è tutto, la politica di false promesse di Ferrer, la carestia del pane, la rabbia della gente che si crede beffata dai fornai e invece è ingannata dalla politica; l’ingiustizia e l’inganno  la fanno da padroni  e Renzo, in un batter d’occhio, diventa una sorta di leader facinoroso ( in realtà ingenuo) di un “sindacato della giustizia”. Cade in un ginepraio in cui ingenuamente crede amico chi è una spia e corre il rischio del patibolo. Ma la sua furbizia riesce a salvarlo e scappa, superato l’Adda, è libero,ma in terra straniera. E’ iniziato il suo purgatorio col suo divenire esule  o, meglio, profugo.
Nel romanzo gli uomini che collaborano al ristabilimento della giustizia o che, comunque sovrastano sopra questa vana ricerca di Renzo, sono gli uomini liberi o che, nella loro storia umana e spirituale, sono diventati liberi:   Lucia  fiduciosa non tanto degli strumenti degli uomini quanto in Dio e nella sua superiore   giustizia; padre Cristoforo che incarna l’anima pura del cristianesimo e che mai viene a patti con qualcuno; l’Innominato, l’uomo grande d’animo, libero sempre, nel male e nel bene; libero di uccidere se lo vuole, libero di convertirsi dinanzi alla pietà che gli incute  Lucia.
Cosa c’è di vecchio in tutto ciò? Nulla. E’ tutto perennemente attuale da che mondo è mondo. E’ la storia dell’uomo, di tutti gli uomini; da quella di Caino e Abele a quella di tangentopoli o di notissime mafie. Dall’Antico Testamento al telegiornale.
Attorno al tema della giustizia Manzoni ha saputo coagulare gli interessi di ogni epoca di lettori. I personaggi hanno un vestito di scena del loro tempo; ma i fatti e gli eventi sono universali. Manzoni ha snidato i meccanismi del potere e ha scritto il viaggio dell’uomo comune nel ginepraio di questi meccanismi.
In margine al tema della giustizia Manzoni, figlio di illuministi, progredisce di molto rispetto agli illuministi: passa dallo studio sociale alla riflessione morale . Dopo la lingua  è la seconda svolta sostanziale. Gli illuministi, razionalisti com’erano, pensavano che per migliorare la società, cioè per ristabilire la giustizia occorressero soltanto delle leggi giuste. Manzoni dice nei Promessi Sposi  e nella Storia della Colonna infame  che le buone leggi sono fondamentali, ma una volta emanate occorrono uomini giusti che le applichino. Gli illuministi avevano costruito le leggi per una società nuova; Manzoni ora prova a costruire l’uomo nuovo per una società più umana. Anche in questo caso è evidente come Manzoni mediti prima sui valori della rivoluzione francese e sugli effetti della stessa per approdare, infine, al  Vangelo.

La narrazione del dolore della storia
Quarto punto di forza del romanzo è il modo in cui Manzoni, come in un grande affresco realistico, estremamente più moderno di quello di Dante che deve fare uso della fantasia, affronti il tema del dolore nella storia.
Il romanticismo europeo, di natura molto più lirica di quello italiano, parlava di malinconia ( la struggente malinconia di un mondo perduto, l’infanzia, o la malinconia per qualcosa di sublime che si mostra irraggiungibile), parlava di noia (il senso di vuoto, di insoddisfazione, di perdita). Sono sentimenti chiusi in sé perché spostano l’attenzione dall’uomo a ciò che l’uomo ha perduto da sempre (il «Paradiso perduto» o Eden) o che non ha; pertanto in questa situazione i personaggi non progrediscono ( si veda il viaggio impossibile dell’albatro di Baudelaire).
Differentemente Manzoni parla del dolore, cioè di ferite, di lacerazioni che bloccano i personaggi nel loro comune e quotidiano cammino nella storia. Renzo e Lucia non vogliono la luna; vogliono solo sposarsi e in questo sono impediti. L’ostacolo li spinge a trovare la risoluzione; ed entrambi, secondo la loro diversa sensibilità (Renzo con le azioni, Lucia con le preghiere), attraversano il dolore, cercano strumenti e con essi  la via di scampo; camminano nella storia e fanno conoscenza della storia. Nella storia trovano il dolore privato ( l’impedimento, la fuga dal paese, la paura della morte); ma la loro storia privata si inserisce nel  Grande Teatro della storia pubblica dove accadono i grandi mali, la guerra, lo sfollamento di interi paesi, la povertà, la peste. Tutti camminano con la speranza concreta della risoluzione.
Se per il tema della giustizia l’autore era stato magistrale nel realizzare intrecci concatenantisi, qui l’autore è magistrale nel realizzare un grande quadro della storia e, in esso, il viaggio dell’umanità. Tutti i personaggi subiscono ferite, tutti sperano, tutti continuano, realisticamente, come possono, lungo le strade della storia, cercando di cavarne un senso.

Un punto d’inizio della modernità
Due ultime osservazioni. Si dice che Manzoni abbia capovolto gli schemi della letteratura perché ha affidato il ruolo di protagonisti a due ‘poveri cristi’, invece che a potenti o grandi della storia.
Non c’è dubbio che non potesse essere altrimenti secondo una concezione moderna della storia propria dell’epoca post-rivoluzionaria ( la storia fatta non solo dai grandi, ma anche dalle masse), ma è anche vero che chi più attraversa la storia, la patisce, la comprende profondamente, la sconta è proprio l’uomo comune, l’Ulisse sconosciuto di tutti i giorni. Manzoni ha il vanto di aver inaugurato i protagonisti ‘comuni’ del romanzo e della poesia del Novecento.  Ciò perché voleva proprio rappresentare il vero della storia.
Insieme all’obiettivo che abbiamo annunciato all’inizio e che era scrivere per molti, egli aveva l’obiettivo  di dire il vero.
Seconda considerazione. Il romanzo non ha un lieto fine. Finisce, veritieramente, come finiscono tutte le cose della storia; la fine della vicenda è agrodolce. Termina con la  quotidianità che non è fatta  di grandi ferite (i personaggi, tutti superstiti, eccetto il malvagio, don Rodrigo, e il santo, padre Cristoforo, hanno scampato la guerra e la peste),  ma di piccole infelicità, di pene comuni: Renzo e Lucia si sposano, ma devono vivere lontano dal paese.  Sono sempre esuli e sempre guardati un pò alla lontana, sempre considerati un pò diversi ( un pò extracomunitari oggi si direbbe). Avranno figli e questi porteranno lavoro e pene. Renzo sarà un pò geloso e così via... Manzoni chiude il romanzo dicendo che comunque i suoi personaggi hanno imparato la scienza della vita. E qui si ferma.

Dentro questa quotidiana piccola prigione i grandi scrittori del Novecento,   Pirandello ( Il fu Mattia Pascal),  Joyce ( l’Ulisse),  Kafka (Il processo) e con loro altri, scaveranno molto per capire i meccanismi della coscienza dell’uomo, tanto quanto Manzoni, con le categorie del suo tempo, aveva scavato per capire i grandi meccanismi della storia.
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