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Era il giorno ch’al sol si scoloraro (III), Francesco Petrarca

sabato 1 marzo 2014

Era il giorno ch’al sol si scoloraro
per la pietà del suo fattore i rai,
quando i’ fui preso, e non me ne guardai,
 ché i be’ vostr’occhi, donna, mi legaro.    4

Tempo non mi parea da far riparo
contra colpi d’Amor: però m’andai
secur, senza sospetto; onde i miei guai
 nel commune dolor s’incominciaro.          8

Trovommi Amor del tutto disarmato
ed aperta la via per gli occhi al core,
 che di lagrime son fatti uscio e varco:      11

però al mio parer non li fu onore
ferir me de saetta in quello stato,
 a voi armata non mostrar pur l’arco.      14

Glossario
Era ... rai: perifrasi per indicare il Venerdì Santo, in cui si commemora la Passione di Cristo, corrispondente al 6 aprile 1327: il giorno in cui i raggi (rai) del sole si oscurarono (si scoloraro) per il dolore e la pietà nei confronti del loro creatore (fattore). Si ricollega al Vangelo di Luca: «Et obscuratus sol est».

preso: catturato, in quanto i begli occhi della donna lo legarono, come indica la metafora ripresa nel verso successivo (mi legaro).

non ... guardai: non mi misi in guardia (ma ha piuttosto la funzione subordinata di: mentre non stavo in guardia). Riprendendo e variando l’immagine metaforica prima ricordata, il verbo ritorna, con calcolato procedimento simmetrico, all’inizio della seconda quartina: il poeta era privo di difese dal momento che il giorno, consacrato al lutto e al dolore, sembrava escludere ogni pericolo, inducendolo a non cercare riparo (nel senso, proprio della tecnica militare, di guardia difensiva), contro i colpi che Amore poteva portare.

 però: perciò (causale).

 senza sospetto: è variazione minima del proposito il v. 129 di Inferno, V («soli eravamo e sanza alcun sospetto»).

Analisi del testo
Il sonetto fu abbozzato il 30 novembre 1349, come apprendiamo da una nota del manoscritto degli abbozzi (Vaticano 3196).
Il sonetto rievoca il giorno dell’innamoramento per Laura, stabilendo una corrispondenza con il giorno della Passione, il Venerdì Santo. Alla base del discorso vi è dunque un parallelismo voluto: le sofferenze del poeta hanno inizio nel giorno della sofferenza di Cristo e di tutti i cristiani (vv. 7-8). Ma il parallelismo cela un’antitesi implicita: quello del poeta è un dolore vano e colpevole, a differenza di quello del Redentore e dei fedeli; quando Cristo muore per salvare gli uomini e tutti i cristiani sono afflitti, il poeta si fa prendere nei lacci di una passione profana e sensuale. La coincidenza assume un carattere quasi empio: siamo di nuovo di fronte ad una confessione e ad un’analisi della coscienza che va a fondo ad esplorare miserie e colpe (anche se il poeta adduce la scusante che è stato colto di sorpresa, nel momento in cui era più lontano dal sospettare un’insidia, cioè durante una mesta ricorrenza religiosa). Il parallelismo tra la sofferenza del poeta e quella di Cristo, se paragonato ai parallelismi simbolici che ricorrono nella poesia amorosa dantesca, permettono di cogliere la distanza che separa i due poeti.  Nella Vita nuova i segni che accompagnano la morte di Beatrice (nella visione premonitrice di Dante) sono gli stessi della morte di Gesù (cfr. cap. XXIII, T5): con questo Dante vuol sottolineare il significato mistico della donna, che è «figura» di Cristo. In Petrarca invece l’amore per la donna e l’immagine di Cristo sono in opposizione, anzi, l’amore è di ostacolo alla salvezza. Non solo, ma in Petrarca scompaiono i sensi teologici e simbolici attribuiti all’amore: domina la pura dimensione esistenziale, psicologica e morale, lo scavo accanito nella coscienza, a frugare debolezze umane e colpe.

Ma il parallelismo collocato nel cuore del sonetto è anche un chiaro indizio di un altro suo aspetto fondamentale, il suo carattere di sofisticata costruzione letteraria. Viene innanzitutto ripetuta qui tutta una serie di tópoi della poesia cortese e stilnovistica: i begli occhi della donna che legano l’amante, Amore personificato che ferisce con le sue saette il cuore, Amore che arriva al cuore attraverso gli occhi (cfr. Voi che per liocchi mi passaste ’l core di Cavalcanti). Spia del carattere tutto letterario del sonetto sono poi altre antitesi, che non hanno la valenza esistenziale e problematica di quella con la Passione di Cristo, ma rientrano solo in un compiaciuto gioco letterario: il poeta disarmato che viene ferito da Amore, mentre la donna armata viene risparmiata; gli occhi che sono la via al cuore, e al tempo stesso uscio e varco alle lacrime. Questi procedimenti formali rasentano il concettismo, cioè il gioco metaforico cerebrale e fine a se stesso. Non a caso questo aspetto artificioso fu poi sviluppato dal petrarchismo successivo. Il sonetto, insomma, è un esempio del Petrarca più “letterato” e manierato.

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