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Anton Čechov, La fidanzata (racconto, 1903)

lunedì 19 maggio 2014

Erano già all'incirca le dieci di sera, e in giardino splendeva la luna piena. In casa degli Šumin era appena terminata la funzione del vespro che la nonna Marfa Michàjlovna aveva fatto celebrare, e Nadja, uscita per un momento nel giardino, vedeva che nel salone veniva apparecchiata la tavola per gli antipasti e che nel suo sontuoso abito di seta la nonna era tutta affaccendata; il padre Andrèj, arciprete della cattedrale, stava discorrendo con la madre di Nadja, Nina Ivànovna, la quale ora, nella luce serale, attraverso i vetri della finestra, pareva, chissà perché, molto giovane; accanto a loro stava il figlio dell'ecclesiastico, Andrèj Andreič, e ascoltava attentamente. Nel giardino silenzioso l'aria era fresca e ombre scure e immobili si stendevano sul suolo. Lontano, molto lontano, probabilmente fuori città, si udiva un gracidare di rane. Si sentiva nell'aria il maggio, il caro maggio! Si respirava a pieni polmoni e veniva voglia di pensare che non quaggiù, ma in qualche luogo sotto il cielo, sopra gli alberi, lontano, fuori della città, nei campi e nei boschi, fioriva ora una propria vita primaverile, una vita misteriosa e bellissima, ricca e sacra, inaccessibile all'intendimento, della debole e peccaminosa creatura umana. E veniva voglia, chissà perché, di piangere.
Lei, Nadja, aveva già ventitré anni; fin dai suoi sedici anni aveva appassionatamente sognato il matrimonio, e ora, finalmente, era fidanzata a Andrèj Andreič, quello stesso che ora stava al di là della finestra. Il giovane le piaceva, le nozze erano già fissate per il sette di luglio, e tuttavia Nadja non provava alcuna gioia, di notte dormiva male e la sua allegria d'una volta era scomparsa...
Dal sottosuolo, dove si trovava la cucina, giungevano attraverso la finestra aperta lo scalpiccio affaccendato della servitù, il tintinnio di coltelli, lo sbattere di una porta; veniva l'odore di tacchino arrosto e di ciliegie marinate. E chissà perché, pareva che sarebbe stato così per tutta la vita, senza mutamenti, senza fine! Ecco che qualcuno è uscito dalla casa e si è fermato sulla scalinata; è Aleksàndr Timofeič, o più semplicemente Saša, un ospite arrivato da Mosca dieci giorni fa. Molti anni addietro veniva di tanto in tanto dalla nonna per aver un sussidio una sua lontana parente, Mar'ja Petrovna, una vedova di nobile famiglia, caduta in miseria, una donnetta piccola, magrolina, malata. Aveva un figlio, Saša. Si diceva di lui, chissà perché,  che aveva la stoffa d'un eccellente artista, e quando sua madre morì, la nonna, pensando alla salute della propria anima, lo mandò a Mosca, all'istituto Komissàrovskij; due anni dopo era passato però alla scuola di pittura, dove era rimasto quasi quindici anni, finendovi alla men peggio i corsi di architettura. Ma non si era messo a esercitare la professione di architetto e lavorava invece in una litografia di Mosca. Quasi ogni anno d'estate veniva, gravemente malato, a stare dalla nonna, per riposare e rimettersi in salute. Portava ora una giacca abbottonata e pantaloni di tela, lisi, sfilacciati in fondo. Anche la camicia non era stirata, e tutta la sua figura aveva qualcosa di logoro. Magrissimo, con occhi grandi, con delle dita lunghe e scarne, barbuto e scuro, aveva tuttavia un che di bello. Agli Šumin si era avvezzato come a dei parenti e si sentiva da loro come in casa sua. E la camera dove abitava, durante i suoi soggiorni estivi, già da tempo si chiamava la camera di Saša. Fermatosi sulla scalinata, scorse Nadja e le si avvicinò.
- Si sta bene qui da voi - disse.
- Certo che si sta bene. Dovreste rimanere qui fino all'autunno.
- Già, mi converrà forse far così. Può darsi che mi trattenga qui da voi fino a settembre.
Rise senza motivo e le si sedette accanto.
- Io ecco, me ne sto seduta qui e guardo la mamma - disse Nadja. Vista da qui sembra tanto giovane! La mia mamma, certo, ha le sue debolezze - aggiunse dopo un po' - tuttavia è una donna straordinaria.
- Sì, buona - acconsentì Saša. - La vostra mamma secondo me certo è una donna di cuore, e molto cara, ma ...come devo dirvelo? Stamani presto sono entrato un momento nella vostra cucina, e vedo che le vostre quattro domestiche dormono addirittura sul pavimento, non ci sono letti, e al posto dei letti ci sono dei mucchi di cenci, e un puzzo, cimici, scarafaggi...Tale e quale a vent'anni fa, nessun cambiamento. Bé, la nonna, che Dio l'abbia in pace, è della vecchia generazione; ma la mamma, mi pare, è diversa, parla francese, prende parte agli spettacoli. Certe cose si potrebbero anche capire, direi. Quando parlava, Saša aveva l'abitudine di protendere verso l'interlocutore due dita lunghe, scarne.
- Tutto qui ha per me qualcosa di strano, perché non ci sono più abituato - proseguì. - Diavolo, qui nessuno ha un'occupazione. La mammina non fa altro che passeggiare tutto il giorno, come una duchessa, e anche la nonna non ha nulla da fare, e voi lo stesso. E anche il vostro fidanzato, Andrèj Andreič, non si occupa di nulla. Questi discorsi Nadja li aveva sentiti anche l'anno passato, e già due anni prima, le pareva. Sapeva che Saša non era capace di ragionare diversamente ma mentre per l'innanzi essa ne rideva, ora invece, chissà perché, provò un senso di dispetto.
-Tutto questo ha fatto la muffa e mi è venuto a noia da un pezzo - disse alzandosi. - Almeno inventaste qualcosa di nuovo. Saša si mise a ridere, si alzò anch'egli, e ambedue si avviarono verso casa. Alta e slanciata, bella, la ragazza pareva ora accanto a lui piena di salute ed elegante; ella stessa se ne rendeva conto e sentì compassione e disagio.
- E poi dite molte cose superflue - proseguì. - Ecco, poco fa avete parlato del mio Andrèj...eppure non lo conoscete.
- Il mio Andrèj...Che Dio lo protegga, il vostro Andrèj! Mi rincresce per la vostra giovinezza, Nadja.
Quando entrarono nella sala, gli altri si stavano mettendo a tavola per cenare. La nonna, o, come la chiamavano in casa, la babulja, pingue e brutta, con sopracciglia folte e baffetti, parlava forte, e anche solo dalla sua voce e dalla maniera di discorrere, si capiva che qui in casa comandava lei. Era proprietari di intere file di negozi al mercato e di una vecchia casa con colonne e giardino, ma ogni mattina invocava Dio perché la salvasse dalla miseria e durante la preghiera versava lacrime. Sua nuora, la madre di Nadja, Nina Ivànovna, bionda, stretta nel busto, col pince-nez, con dei brillanti a ogni dito, e padre Andréj, un vecchio magro e sdentato e che aveva sempre un'espressione come se si accingesse a raccontare qualcosa di molto buffo; e suo figlio, Andrèj Andreič, il fidanzato di Nadja, un bel giovane ben in carne, dai capelli ricciuti, somigliante a un attore o a un artista, tutti e tre stavano discutendo di ipnotismo. 
- Tu qui in casa mia ti rimetterai in una settimana - disse la nonnetta volgendosi a Saša - però devi mangiare di più. Non vedi che aspetto hai? - sospirò. - Da far paura! tale e quale il figliuol prodigo, davvero. - Del dono paterno avendo dissipato la ricchezza - proferì padre Andrèj lentamente, con gli occhi ridenti - si ridusse lo sciagurato con gli animali insensati...
- Che bene gli voglio al mio papà - disse Andrèj Andreič e toccò la spalla di suo padre. - Un bravo vecchio. E di buon cuore. Tutti tacquero. Saša d'un tratto si mise a ridere premendosi il tovagliolo sulla bocca. - Dunque voi credete nell'ipnotismo? - domandò padre Andrèj a Nina Ivànovna, assumendo un'espressione molto grave, anzi severa - ma devo riconoscere che nella natura c'è molto di misterioso e d'incomprensibile. - Sono perfettamente d'accordo con voi, anche se devo aggiungere da parte mia che la fede ci riduce notevolmente il campo del misterioso. Fu servito un tacchino grande e molto grasso. Padre Andrèj e Nina Ivànovna continuarono la loro conversazione, I brillanti luccicarono sulle dita di Nina Ivànovna, ma a un certo punto, quando si commosse, luccicarono anche le lacrime nei suoi occhi.
- Sebbene non osi discutere con voi - disse - dovete però convenire che nella vita ci sono tanti enigmi insolubili. - Nemmeno uno, oso assicurarvi. Dopo cena Andrèj Andreič si mise a suonare il violino, accompagnato al pianoforte da Nina Ivànovna. Egli aveva finito dieci anni prima gli studi alla Facoltà Filologica, ma non aveva assunto nessun impiego, non si dedicava a nessuna occupazione determinata, e solo di tanto in tanto prendeva parte a qualche concerto per beneficenza; e in città passava per artista. Mentre Andrèj Andreič suonava, tutti ascoltavano in silenzio. Sulla tavola il samovàr bolliva pian piano, e Saša, solo, beveva il tè. Poi, passata da poco la mezzanotte, una corda del violino si ruppe; tutti si misero a ridere, a muoversi, ad accomiatarsi. Dopo aver accompagnato il fidanzato, Nadja salì in camera sua, al piano superiore, dove abitava con la madre (mentre la nonna occupava il piano di sotto). Giù, nella sala, cominciavano a spegnere i lumi, ma Saša continuava a sedere a tavola e a bere tè. Aveva l'abitudine di bere a lungo, all'uso moscovita, circa sette bicchieri uno dopo l'altro. Quando si fu spogliata e coricata, Nadja ancora per molto tempo udì da basso il rumore che faceva la servitù sparecchiando, e il brontolio della nonnetta. Alla fine tutto si fece silenzio e solo di quando in quando si udirono ancora i colpi di tosse cavernosi di Saša, dalla sua camera al piano inferiore.

II.

Quando Nadja si svegliò, dovevano essere press'a poco le due di notte, spuntava l'alba. Chissà dove, lontano, il guardiano batteva le ore. Nadja non aveva più voglia di dormire, e neppure di rimanere coricata, perché si sentiva a disagio nel letto troppo soffice.Come nelle altre notti di quel maggio, si raddrizzò a sedere nel letto e si mise a pensare. Erano sempre le stesse riflessioni, monotone, inutili, insistenti; ripensava come Andrèj Andreič aveva cominciato a farle la corte e poi le aveva proposto il matrimonio, come essa aveva accettato e poi a poco a poco aveva sentito crescere la stima per quell'uomo buono, intelligente. Ma ora, che alle nozze mancava appena un mese, essa cominciava chissà perché, a provare paura, inquietudine, come se l'attendesse qualcosa di indeterminato e grave. «Tic-toc, tic-toc...- risuonavano i colpi del guardiano notturno. - Tic-toc».
Attraverso la grande vecchia finestra si vede il giardino, e più in là i folti arbusti, fiorenti di lillà assonnati e fiacchi per il freddo; e la nebbia, bianca, densa, striscia lentamente verso gli arbusti e pare voglia avvolgerli. Sugli alberi lontani gracchiano sonnolente delle cornacchie.
«Dio mio, perché mi sento così oppressa?».
Forse ogni fidanzata prova gli stessi sentimenti prima del matrimonio. Chi losa? O forse è l'influsso di Saša? Ma Saša già da diversi anni di seguito ripete le medesime cose, come leggesse un libro stampato, e quando parla, appare ingenuo e strano. ma perché ciò nonostante il pensiero di Saša le rimane fitto come un chiodo nella mente? Perché?
Già da un pezzo il guardiano aveva cessato di battere i suoi colpi. Sotto le finestre e nel giardino gli uccelli hanno cominciato a far chiasso, la nebbia si è dileguata, e tutto intorno si è illuminato di una luce primaverile, come di un sorriso. E poco dopo tutto il giardino, intiepidito, accarezzato dal sole, si è avviato, e stille di rugiada, come diamanti, scintillano sulle foglie; il vecchio giardino, da tempo inselvatichito, in quella mattina appare tanto giovane e adorno. La babulja si è già svegliata. E Saša ha tossito con la sua intonazione roca di basso. Si ode come da basso  hanno servito il samovàr, come si smuovono le sedie. Le ore passano lente. Già da un pezzo Nadja si è alzata, da un pezzo ha fatto una passeggiata nel giardino, e la mattina si trascina ancora. Ecco arrivare Nina Ivànovna, con gli occhi arrossati dal pianto, con il bicchiere d'acqua minerale in mano. Si occupava di spiritismo, di omeopatia, leggeva molto, amava parlare dei dubbi che la invadevano, e tutto questo sembrava a Nadja che racchiudesse un significato profondo e misterioso. Ora Nadja andò a baciare sua madre e si accompagnò a lei.
- Di che hai pianto, mamma? - domandò.
- Ieri notte mi son messa a leggere una novella in cui si descrive un vecchio che vive con sua figlia. Il vecchio è impiegato in qualche posto, ed ecco, il suo superiore s'innamora della figlia. Non ho letto la novella fino in fondo, ma c'è lì un punto, dove non son riuscita a trattenere le lacrime - disse Nina Ivànovna, e bevve un sorso d'acqua. - Stamani me ne sono ricordata e di nuovo m'è venuto da piangere.  - E io in tutti questi giorni mi sento così poco allegra - disse Nadja dopo qualche istante di silenzio. - Perché non riesco a dormire la notte? - Non so, mia cara. Io, quando non dormo di notte, serro le palpebre, forte forte, ecco così, e mi immagino Anna Karènina, come cammina e come parla, o mi immagino qualcosa di storico, del mondo antico...Nadja sentì che sua madre non la capiva e non poteva capirla. Lo avvertì per la prima volta in vita sua, ed ebbe paura perfino, e le venne voglia di nascondersi, e si rifugiò nella sua camera. Alle due ci si mise a tavola per la colazione. Era un mercoledì, giorno di magro, e perciò alla nonna fu servito un boršč senza carne e un muggine con della kaša. Per burlarsi della nonna Saša mangiò tanto la sua minestra di brodo di carne quanto il boršč di magro. Scherzava durante tutta la colazione, ma le sue celie riuscivano pesanti, immancabilmente tese verso un fine morale, e quando egli, prima di lanciare una spiritosaggine, levava in alto le sue dita lunghe, scarne, come morte, passava ogni voglia di ridere; veniva in mente che era molto malato, che gli rimaneva forse non molto tempo da vivere in questo mondo, e allora si provava compassione di lui fino alle lacrime. Dopo la colazione la nonna si ritirò nella sua camera per riposare, Nina Ivànovna rimase un poco a suonare il pianoforte, ma poi se ne andò pure lei. - Ah, cara Nadja - cominciò Saša la sua solita conversazione del dopo pranzo - se voleste darmi retta! Se!
Ella sedeva sprofondata nella vecchia poltrona, con gli occhi chiusi, mentre egli camminava per la stanza, da un angolo all'altro. - Se andaste a fare degli studi! - continuava. - Solo le persone istruite e sante sono interessanti, solo queste sono necessarie. Quanto più saranno numerose simili persone, tanto più presto verrà il regno di Dio in terra. della vostra città a poco a poco non rimarrà più una pietra sull'altra, tutto andrà sottosopra, tutto si trasformerà, come per incanto. E ci saranno allora qui degli edifici immensi, magnifici, dei giardini meravigliosi, fontane straordinarie, e una quantità di uomini di gran valore...Ma non è questa la cosa più importante. L'essenziale è che non esisterà più "la folla" nel senso nostro, così come esiste ora, questo gran male in terra, perché ogni essere umano avrà una fede e ciascuno saprà per quale scopo vive, e nessuno cercherà più un sostegno nella massa. Cara, golubka, partite! Mostrate a tutti che questa vita immobile, grigia, peccaminosa, vi è venuta a noia. Mostratelo se non altro a voi stessa! 
- Non è possibile, Saša. Sto per maritarmi.
- Via basta! A chi serve questo?
Uscirono nel giardino e camminarono un poco.
- Comunque sia mia cara bisogna riflettere, bisogna capire quanto sia impura, immorale questa vostra esistenza oziosa - continuò Saša. - Capite dunque, che se per esempio voi e vostra madre e la vostra babulja non fate nulla tutto il giorno, questo significa che per voi lavora qualcun altro, che voi tre divorate la vita altrui, e forse che questo è onesto, o non è invece una cosa sporca?
Nadja avrebbe voluto dire: "sì, questo è vero"; avrebbe voluto dire che capiva; ma le lacrime le salirono agli occhi, ella d'un tratto si fece silenziosa, si strinse tutta in sé, e tornò nella sua camera.
Prima di sera venne Andrèj Andreič e, secondo il suo solito, suonò a lungo il violino. In genere era taciturno e amava il violino, forse perché suonando poteva tacere. Verso le undici, accomiatandosi, già col pastrano indosso, abbracciò Nadja e si mise a coprirle di baci avidamente il viso, le spalle, le mani. 
- Cara, amor mio, bella! - mormorava - Oh, come sono felice! Sono pazzo dalla gioia!
E a lei sembrava di aver udito queste parole già da molto tempo, in epoca lontana, lontana, oppure di averle lette da qualche parte...in un romanzo, in un vecchio romanzo squinternato, già da tempo buttato via. Nella sala da pranzo Saša sedeva a tavola e beveva il tè reggendo il piattino sulle lunghe cinque dita; la nonnetta disponeva le carte per il solitario, mentre Nina Ivànovna stava leggendo. La fiammella della lampada crepitava e tutto pareva spirare pace e contentezza. Nadja diede la buonanotte e si recò sopra, e subito dopo essersi coricata si addormentò. Ma come nella notte precedente si svegliò non appena fu spuntato il primo chiarore. Non aveva più voglia di dormire e si sentiva l'animo inquieto, oppresso. Stava seduta, col capo poggiato sulle ginocchia, e pensava la fidanzato, alle nozze...Si ricordò, chissà perché, che sua madre non aveva voluto bene al defunto marito e ora non possedeva nulla e viveva in completa dipendenza dalla suocera, la nonnetta. E per quanto si sforzasse, non riusciva  a comprendere perché mai fino ad allora avesse veduto in sua madre un essere singolare, fuori dell'ordinario, perché non avesse invece notato ch'era una donna semplice, mediocre, infelice. 
Anche Saša, al piano di sotto, non dormiva, e si poteva udirlo ogni tanto tossire. È un uomo strano, ingenuo, pensava Nadja, e nelle sue fantasticherie, in tutti quei giardini meravigliosi, in quelle fontane straordinarie si avverte qualcosa di assurdo; eppure, chissà perché nella sua ingenuità e in quelle sue assurdità c'è tanto di affascinante, che non appena, ecco, ella comincia a riflettere se non le convenga partire per dedicarsi a degli studi, tutto il suo cuore, tutto il petto sono inondati da un senso di brivido, da un sentimento di gioia, di entusiasmo?
- Ma è meglio non pensarci, meglio non pensarci - ella bisbigliava. - Non bisogna pensare a queste cose. «Tic-toc...- batteva le ore in lontananza il guardiano notturno. - Tic-toc, tic-toc». 

III

Saša d'un tratto, a metà giugno, cominciò ad annoiarsi e si accinse a ripartire per Mosca.
- Non posso vivere in questa città - diceva tetro. - Non ci sono né acquedotti né fognature! Mi sento disgustato quando mangio: in cucina c'è una sporcizia indescrivibile...
- Ma aspetta ancora, figliuol prodigo! - cercava di persuaderlo la nonna, parlando, chissà perché, a voce bassa. - Il sette si farà il matrimonio!
- Non ne ho voglia.
- Ma non avevi intenzione di star da noi fino a settembre?
- Già, però non ho più voglia. Ho bisogno di lavorare.
L'estate si fece umida e fredda, gli alberi erano bagnati, e tutto il giardino aveva un aspetto poco accogliente, melanconico, e veniva davvero voglia di lavorare. Nelle stanze, in basso e in alto risuonavano voci femminili sconosciute, in quella della nonna strepitava la macchina da cucire: si lavorava in fretta per allestire il corredo. Di sole pellicce ne davano in dote sei, e la meno costosa, a quel che diceva la nonna, veniva già a costare trecento rubli! Tutto quel tramestio in casa irritava Saša; se ne stava seduto nella sua camera, di cattivo umore; tuttavia era stato persuaso a rimanere e aveva dato la parola che sarebbe partito il primo luglio, non prima.
Il tempo passava rapidamente. Il giorno di San Pietro e Paolo, dopo colazione, Andrèj Andreič si recò con Nadja nella Moskòvskaja, per dare ancora una volta un'occhiata alla casa che era stata presa in affitto e da lungo tempo preparata ad accogliere i giovani sposi. Era una casa a due piani, ma per il momento solo il piano superiore era stato messo a posto. Nella sala l'impiantito era lucido, a parquet, e c'erano sedie viennesi, il pianoforte, un leggio per il violino. C'era ancora odore di vernice. Sulla parete, in cornice dorata, pendeva un grande quadro a olio raffigurante una donna nuda accanto a un vaso color viola dall'ansa rotta. 
- Un quadro stupendo - esclamò Andrèj Andreič e sospirò in segno di stima. - È del pittore Šišmačevskij. Seguiva il salotto con una tavola rotonda, un divano e alcune poltrone ricoperte di una sgargiante stoffa azzurra. Sopra il divano era appeso un grande ritratto fotografico di padre Andrèj con la calotta e le decorazioni. Entrarono poi nella sala da pranzo, fornita di una dispensa, e poi nella camera da letto; qui nella penombra stavano uno accanto all'altro due letti, e si aveva l'impressione che arredando questa camera ci si era lasciati guidare dall'idea che in essa avrebbe sempre regnato la felicità e che non poteva mai essere diversamente. Andrèj Andreič guidava Nadja per l'appartamento cingendole sempre la vita col braccio; ed ella si sentiva debole, colpevole, detestava tutte quelle stanze , i letti, le poltrone, e alla vista della dama nuda quasi si sentiva male. Ormai per lei era chiaro che non aveva cessato di amare Andrèj Andreič o, forse, non lo aveva mai amato; ma come dirlo, a chi dirlo e a che scopo, questo non le riusciva comprensibile, sebbene ci avesse pensato in tutti quei giorni, tutte quelle notti...Egli le cingeva la vita, parlava con tanta dolcezza e modestia, era così felice aggirandosi per quell'appartamento; mentre ella scorgeva in tutto unicamente la banalità, il lato volgare, sciocco, ingenuo, insopportabile, e il braccio che la teneva per la vita le sembrava ruvido e freddo come un cerchio di ferro. Ad ogni istante sentiva in sé l'impulso a fuggire, a scoppiare in singhiozzi, a gettarsi dalla finestra. Andrèj Andreič la condusse nella stanza da bagno, toccò il rubinetto infisso nella parete, e d'un tratto l'acqua sgorgò. - Che ne dici?- domandò ridendo. - Ho ordinato che in soffitta fosse sistemato un serbatoio per cento secchi, e così noi due avremo sempre dell'acqua. Fecero qualche passo nel cortile, poi uscirono sulla strada e presero una vettura. La polvere si levava in nubi e pareva che da un momento all'altro dovesse piovere. - Non senti freddo? - domandò Andrèj Andreič strizzando le palpebre per la polvere. Ella non rispose. - Ieri Saša, ti ricordi, mi ha rimproverato perché non faccio nulla - riprese Andrèj Andreič dopo un po' di silenzio. - Che devo dire? Ha ragione! Ha pienamente ragione! Non faccio nulla e non so fare nulla. Mia cara, perché è così? Perché mi è odioso perfino il pensiero ch'io possa un bel giorno attaccarmi una coccarda al berretto e andar ad assumere un impiego? Perché mi sento tanto a disagio quando vedo un avvocato o un professore di latino o un membro dell'amministrazione dello zemstvo? Oh, matuška Russia! Oh, matuška Russia, quanti uomini oziosi e inutili gravano su di te! Quanti ce ne sono come me, o grande sofferente! 
Egli in tal modo generalizzava la sua esistenza inattiva e vedeva in ciò un segno dei tempi.
- Quando ci saremo sposati - continuò - andremo insieme in campagna, mia cara, e ci metteremo a lavorare! Compreremo un piccolo lembo di terra con un giardino, un fiumicello, faticheremo, osserveremo la vita...Oh, come sarà bello! Si era tolto il cappello, sì che il vento scompigliava la sua chioma, e Nadja stava ad ascoltare e pensava: «Dio mio, tornare a casa, Dio mio!». A pochi passi da casa si imbatterono in padre Andrèj. - Ecco il papà che arriva! - esclamò lieto Andrèj Andreič e agitò il cappello. - Gli voglio bene al mio babbino, davvero - disse, mentre pagava il vetturino. - Un bravo vecchio. Un vecchio di buon cuore. Nadja entrò in casa irritata, malata, pensando che per tutta la serata ci sarebbero stati ospiti, che avrebbe dovuto intrattenerli, sorridere, ascoltare i suoni del violino, prestare orecchio a ogni genere di insulsaggini, e parlare unicamente delle nozze. La nonna, dignitosa tronfia nel suo abito di seta, con quell'aria di altezzosità che assumeva in presenza di ospiti, era seduta presso il samovàr. Entrò padre Andrèj col suo sorriso furbo.
- Ho il piacere e la benefica consolazione di vedervi in ottima salute - disse alla nonna, ed era difficile capire se egli volesse scherzare o parlasse sul serio.
IV

Il vento picchiava alle finestre, sul tetto; lo si udiva fischiare e nei caminetti lo spirito della casa cantava triste e lamentoso la sua canzoncian. Era l'una di notte. Tutti già erano coricati, ma nessuno dormiva, e a Nadja pareva continuamente che in basso qualcuno ancora suonasse il violino. si udì un colpo secco: certamente si era staccata un'imposta. Pochi istanti dopo comparve Nina Ivànovna, in camicia, con una candela in mano. 
- Cos'è stato quel colpo, Nadja? - domandò. La madre, coi capelli annodati in una treccia, con il suo sorriso timido, sembrava in quella notte di burrasca più vecchia, più brutta e più piccola. Nadja si rammentò che ancora poco tempo prima considerava sua madre una persona fuor dell'ordinario e soleva ascoltare con orgoglio le parole che proferiva; ma ora di quelle parole non riusciva neppure a ricordarsi e tutto quel che le veniva in mente era tanto insignificante, superfluo. Nella gola del camino si udì il canto di alcune voci di basso e sembrò perfino di udire: "A-ah, D-io mio!". Nadja si rialzò a sedere nel letto e d'un tratto si afferrò per i capelli e proruppe in singhiozzi. 
- Mamma, mamma -esclamò - mia cara, se tu sapessi che cosa succede in me! Ti prego, ti supplico, permettimi di partire! Ti supplico! - Per dove? - domandò Nina Ivànovna, che non capiva, e si sedette sul letto. - Partire per dove? Nadja continuò a lungo a singhiozzare senza poter dire una parola.
- Permettimi di andar via di qui! - proferì finalmente. - Il matrimonio non si deve fare, e non si farà, capisci! Non voglio bene a quell'uomo...Non posso neanche parlare di lui.
- No, cara mia, no - esclamò rapidamente Nina Ivànovna, tutta sgomenta . - Calmati, è una indisposizione dell'animo che ti è venuta. Vedrai, passerà. Son cose che capitano. Probabilmente ti sei bisticciata con Andrèj, per gli innamorati litigare è un passatempo.
- Ti prego, vattene, mamma, vattene! - singhiozzò Nadja. 
- Eh, sì - disse dopo un momento di silenzio Nina Ivànovna. - Sembra ieri che tu eri ancora una bimbetta, una ragazzina, e ora sei già fidanzata. Nella natura è un continuo mutamento delle cose. E non ti accorgerai come tu stessa diventerai madre e vecchia e avrai anche tu una figlia testarda, come è capitata a me.
- Mia cara, mia buona mammina, eppure sei intelligente, sei infelice - disse Nadja - sei molto infelice, ma perché dire delle banalità? Per amor di Dio, perché? Nina Ivànovna voleva replicare qualcosa, ma non riuscì a pronunciare una parola, singhiozzò e tornò nella sua camera. Di nuovo le voci di basso rombarono nella gola del camino e Nadja d'un tratto ebbe paura. Saltò dal letto e a rapidi passi andò dalla madre. Nina Ivànovna, con gli occhi gonfi di pianto, giaceva in letto, sotto una coperta azzurra e teneva in mano un libro.
- Mamma, dammi retta! - esclamò Nadja. - Ti supplico, rifletti un poco, cerca di capire! Cerca di capire fino a che punto è meschina e umiliante la nostra vita. Ho aperto gli occhi e ora vedo tutto. Che cos'è quel tuo Andrèj Andreič? Ma non è punto intelligente mamma! Signore, Dio mio! Capisci, mamma, è uno sciocco! Nina Ivànovna bruscamente balzò a sedere sul letto.
- Tu e la tua babulja mi torturate! - disse, singhiozzando. - Voglio vivere anch'io! Vivere! - ripeté percotendosi più volte il petto col suo piccolo pugno. - Datemi alla fine un po' di libertà! Sono ancora giovane, voglio vivere, e voi invece avete fatto di me una vecchia! Si mise a pingere amaramente, si sdraiò di nuovo e si raggomitolò tutta sotto la coperta. Apparve allora tanto piccola, misera, sciocchina! Nadja tornò nella sua camera, si vestì e, sedutasi presso la finestra attese il mattino. Tutta la notte rimase così seduta in meditazione, mentre dal cortile qualcuno continuava a picchiare alle imposte e fischiare. Al mattino la nonna si lamentò che nel giardino il vento durante la notte aveva buttato giù le mele e schiantato un vecchio susino. Il tempo era grigio, scialbo, desolante, sì che veniva voglia di accendere i lumi; tutti si lagnavano del freddo, e la pioggia picchiava ai vetri.
Dopo il tè Nadja entrò nella camera di Saša e, senza dire una parola, s'inginocchiò in un angolo presso la poltrona coprendosi il viso con le mani.
- Che c'è? - domandò Saša.
- Non posso...-ella disse. - Come ho potuto vivere qui finora non lo capisco, non arrivo a capire! Il fidanzamento lo disprezzo, disprezzo me stessa, disprezzo tutta questa esistenza oziosa, senza scopo...
- Be', be'...- proferì Saša non comprendendo ancora di che si trattasse. - Non è nulla...è un buon segno.
- Questa esistenza mi è diventata odiosa - continuò Nadja - Non ci resisto più neanche un giorno. Domani stesso voglio partire di qui. Prendetemi con voi, per amor di Dio! Saša per un po' stette a guardarla stupito e si rallegrò come un bambino. Agitò le braccia e si mise a battere in terra i piedi infilati nelle pantofole, come ballando dalla gioia.
- Magnifico! - diceva, stropicciandosi le mani. - dio mio, che bella cosa! Ella intanto lo osservava senza batter ciglio, con grandi occhi innamorati, come incantata, aspettando che da un momento all'altro le dicesse qualcosa di decisivo, di immensamente importante; egli non aveva ancora detto nulla, ma le pareva già che davanti a lei si spalancasse un mondo nuovo e vasto, che finora le era rimasto ignoto, e già lo contemplava piena di attesa, pronta a tutto, anche alla morte.
- Domani io parto - egli disse, dopo aver riflettuto - e voi verrete ad accompagnarmi alla stazione...La vostra roba la riporrò nel mio baule e prenderò per voi il biglietto; e quando il treno starà per partire salirete nella vettura, e ci metteremo in viaggio insieme. Accompagnatemi fino a Mosca e poi proseguite per Pietroburgo sola. Avete il passaporto?
-Sì, ce l'ho.
- Vi giuro, non rimpiangerete nulla, non vi pentirete - esclamò Saša con entusiasmo. - Partirete, vi metterete a studiare, e poi lasciate che il destino vi porti. L'essenziale è dare una nuova svolta alla vita, e tutto il resto non conta. Dunque, domani partiamo, va bene?
- Oh sì! Per amor di Dio!
A Nadja pareva di essere molto agitata, di avere un gran peso nel cuore, come non mai, che ora, fino alla partenza, avrebbe dovuto soffrire e meditare tormentosamente; e invece, non appena fu salita nella sua camera, e si fu coricata sul letto, ella si assopì subito e dormì profondamente, col viso ancora in lacrime e con un sorriso, fino alla sera.
V

Mandarono a prendere una carrozza. Nadja, già col cappello in testa e col mantello, salì al piano di sopra per dare ancora uno sgurado a sua madre e a tutto ciò che finora era stato suo; si fermò nella sua camera accanto al letto ancora tiepido, volse gli occhi intorno, poi si recò dalla madre. Nina Ivànovna dormiva, la stanza era silenziosa. Nadja baciò sua madre, le ravviò i capelli, stette immobile un paio di minuti...Poi, senza fretta, tornò in basso. Nel cortile la pioggia scrosciava. La vettura col mantice rialzato, tutta bagnata, era ferma presso il portone.
- Non ci sarà posto per te, Nadja - disse la nonna quando la domestica cominciò a sistemare il bagaglio. - Che voglia t'è venuta d'accompagnarlo con questo tempaccio! Faresti meglio a star a casa. Non vedi come piove? Nadja voleva replicare qualcosa, ma non poté. Ecco che Saša ha aiutato Nadja a salire in carrozza, le ha disteso una coperta sulle gambe. Ecco che Saša si è seduto accanto a lei.
- Che l'ora ti sia propizia! Che Dio ti benedica! - gridava dalla scalinata la nonna - E tu Saša, scrivici da Mosca!
- Sta bene. Addio, babulja!
- Che la Regina dei cieli ti protegga!
- Ma guarda che tempaccio! -esclamò Saša.
Solo ora Nadja si mise a piangere. Ormai per lei fu chiaro che sarebbe partita immancabilmente, cosa alla quale non aveva ancora voluto creder, mentre si accomiatava dalla nonna, mentre guardava sua madre. Addio, città! E tutto ora le tornò in mente: Andrèj e il padre di lui, e il nuovo appartamento e la dama nuda con il vaso; ma tutto questo, ormai non spaventava, non opprimeva, ma appariva ingenuo, meschino e si allontanava da lei, restava sempre più indietro. Quando poi presero posto nello scompartimento e il treno si mise in moto, tutto quel passato, così grande e grave, si restrinse come in un mucchietto e si aprì largo, immenso il futuro, che finora era stato appena percettibile. La pioggia picchiava ai finestrini, si vedevano solo campi verdi, apparivano e dileguavano i pali del telegrafo e degli uccelli sui fili, e d'un tratto la gioia le mozzò il respiro: ricordò che viaggiava verso la libertà, andava a compiere degli studi, ed era la stessa cosa che in tempi lontani andar verso le regioni dei cosacchi. E le veniva da ridere e da piangere, e ogni tanto essa pregava.
- Non è nu-ulla! - ripeteva Saša, con una largo sorriso. - Non è nu-ulla!
VI

Passò l'autunno, e poi passò l'inverno. Già Nadja provava una forte nostalgia e ogni giorno pensava alla madre e alla nonna, pensava a Saša. Le lettere da casa arrivavano pacate, affettuose e pareva che tutto ormai fosse stato perdonato e dimenticato. In maggio, dopo gli esami, Nadja, sana e allegra, si mise in viaggio per visitare i suoi e di pasaggio si fermò a Mosca per incontrarsi con Saša. Era sempre lo stesso, come nell'estate precedente: barbuto, con la testa arruffata, e sempre con la medesima giubba e i medesimi pantaloni di tela, sempre con quegli occhi grandi, bellissimi; ma aveva un aspetto malato, esausto, ed era anche invecchiato e dimagrito e tossiva continuamente. Chissà perché, a Nadja fece l'impressione d'un essere scialbo, provinciale.
- Dio mio, è arrivata Nadja! - esclamò ridendo allegro. - Mia cara, golubka! Stettero un po' a sedere nella litografia, dove l'aria era tutta impregnata di odore di tabacco, d'inchiostro e di colori, da soffocare; poi si recarono nella camera di Saša. Anche qui odore di tabacco e sputi; sulla tavola un samovàr spento e accanto un piatto rotto, con una carta di colore scuro, e sulla tavola e in terra si vedeva una quantità di mosche morte. Tutto qui indicava che la sua vita privata Saša l'aveva sistemata negligentemente, a casaccio, che viveva con un totale disprezzo per le comodità, e se qualcuno gli avesse parlato della sua felicità personale, della sua vita privata, del proprio amore verso di lui, non avrebbe capito nulla e si sarebbe messo a ridere.
- Non c'è male. Tutto si è accomodato - raccontava Nadja in fretta. - La mamma è venuta a trovarmi a Pietroburgo in autunno, e mi diceva che la nonna non era arrabbiata e soltanto andava continuamente nella mia camera a benedire con segni di croce le pareti. Saša aveva un'aria allegra, ma tossiva e parlava con voce fessa, e Nadja lo scrutava continuamente non riuscendo a capire se egli fosse davvero gravemente malato o se così paresse solo a lei.
  • Saša, caro - ella diceva - ma voi siete certo malato!

    - No, non è nulla. Sono malato, sì, ma non seriamente.

    - Ah, Dio mio - si agitò Nadja - perché non vi curate, perché non avete riguardo per la vostra salute? Caro, mio caro Saša - esclamò, e le lacrime sgorgarono improvvisamente, e, chissà perché, si affacciarono alla sua fantasia Andrèj Andreič e la dama nuda col vaso, e tutto il suo passato, che le pareva ora così remoto come la sua infanzia; e le venne da piangere per il fatto che Saša ormai non le sembrava più così nuovo, intelligente, interessante, come aveva creduto un anno prima. - Caro Saša, ma voi siete molto, molto malato. Non so cosa farei, per non vedervi così pallido e magro. Vi devo tanto! Non potete neanche immaginanarvi quanto avete fatto per me, mio buon Saša! In fondo, voi siete la persona a me più vicina, quella a cui mi sento più legata.

    Rimasero così, seduti, a discorrere: e ora, dopo che Nadja aveva trascorso l'inverno a Pietroburgo, le pareva che da Saša, dalle sue parole, dal suo sorriso e da tutta la sua figura emanasse qualcosa di antiquato, di stantìo; qualcosa di logorato da molto tempo ormai e, fors'anche, già morto e sepolto.

    - Dopodomani me ne vado sul Volga - raccontava Saša - e poi me ne andrò a fare una cura di kumyš. Viene con me un amico con la moglie. È una donna ammirevole; io cerco continuamente di metterla sulla buona strada, di convincerla, perché compia degli studi. Voglio che dia una svolta alla sua vita.

    Dopo aver ragionato a lungo, si recarono alla stazione. Saša le offrì del tè e delle mele, e quando il treno si mosse ed egli, sorridendo, agitò il fazzoletto, già solo dalle sue gambe si poteva vedere che era molto malato e che difficilmente avrebbe avuto vita lunga. Nadja arrivò nella sua città a mezzogiorno. Mentre dalla stazione la vettura la portava a casa, le strade le parvero molto larghe, e le case piccole, appiattite; non c'era gente per le vie; e incontrò solo un tedesco accordatore nel suo pastrano rossiccio. Tutte le case sembravano coperte di polvere. La nonna, ormai diventata proprio una vecchia, ma come sempre grassa e brutta, cinse Nadja fra le braccia e pianse a lungo, premendo il viso contro una spalla di lei e non riusciva a staccarsi. Anche Nina Ivànovna era assai invecchiata e imbruttita, sembrava rinsecchiata tutta, ma come al solito era stretta nel busto e sulle sue dita luccicavano i brillanti. - Mia cara! - diceva, tremando in tutto il corpo - mia cara! Poi rimasero a lungo sedute, piangendo. Era evidente che tutte e due, la nonna e la madre, sentivano che il passato era perduto per sempre, irreparabilmente: non c'era più la posizione d'una volta nella società, né l'onoratezza di prima, né il diritto di invitare ospiti in casa; così accade, quando in mezzo ad una vita facile, spensierata, d'un tratto irrompe la polizia, opera una perquisizione, e risulta che il padrone di casa ha dilapidato, falsificato, e addio allora per sempre vita facile e spensierata! Nadja salì al piano di sopra e vide lo stesso letto, le stesse finestre con le tende bianche, ingenue, e dalle finestre lo stesso giardino, inondato di sole, gaio, rumoroso. Toccò il suo tavolino, si mise a sedere, rimase così meditabonda. E pranzò bene, e bevve il tè con la panna densa, saporita, ma pure qualcosa ormai mancava, si avvertiva il vuoto nelle stanze e i soffitti sembravano più bassi. Alla sera si coricò, si rannicchiò sotto la coperta, e , chissà perché, le parve buffo giacere in quel letto tiepido, così soffice.
    Entrò per un momento Nina Ivànovna, si sedette come si seggono dei colpevoli, timidamente e sbirciando dai lati-
    - Ebbene, come va, Nadja? - domandò dopo qualche attimo di silenzio. - Sei contenta? Molto contenta?
    - Sono contenta, mamma. Nina Ivànovna si levò e fece dei segni di croce in direzione di Nadja e delle finestre.
    - E io, come vedi, sono diventata religiosa - disse. - Sai, mi occupo ora di filosofia e penso, penso continuamente...E molte cose mi son diventate chiare come la luce del sole. Prima di tutto occorre, mi pare, che tutta la vita passi come attraverso un prisma.
    - Dimmi, mamma, come va la salute della nonna?
    - Pare che non abbia nulla. Allora, quando partisti con Saša e venne il tuo telegramma, la nonna, appena lo lesse, cadde di schianto; tre giorni rimase senza muoversi. Poi non faceva che pregare Dio e piangere. Ma ora non c'è male. Si alzò e camminò per la camera.
    «Tic-toc...-batteva il guardiano notturno - tic-toc, tic-toc...».
    - Prima di tutto occorre che tutta la vita passi come attraverso un prisma - ella ripetè - cioè, in altre parole, bisogna che la vita nella coscienza si divida nei suoi elementi più semplici, come nei sei colori fondamentali, e ogni elemento va studiato separatamente.
    Che altro ancora dicesse Nina Ivànovna e quando uscisse, Nadja non udì, perché presto si addormentò. Trascorse il maggio, venne il giugno. Nadja già si era abituata alla casa. La nonna si affaccendanva intorno al samovàr, sospirava profondamente; Nina Ivànovna la sera esponeva la sua filosofia; come prima, la sua posizione in casa era simile a quella di una povera accolta per misericordia, e per ogni venti copechi doveva rivolgersi alla nonna. C'erano molte mosche in casa e i soffitti nelle stanze pareva che diventassero sempre più bassi. La nonnetta e la madre non uscivano in strada per paura d'imbattersi in padre Andrèj o in Andrèj Andreič. Nadja passeggiava per il giardino, per le vie, osservava le case, gli steccati grigi, e le sembrava che in città tutto fosse invecchiato, decrepito, e aspettasse non si sapeva se la fine o il principio di qualcosa di giovane e fresco. Oh, giungesse al più presto questa vita nuova, luminosa; una vita in cui sia dato guardare diritto, arditamento negli occhi la propria sorte, aver la coscienza di trovarsi dalla parte della ragione, essere lieti, liberi! E una tale vita presto o tardi dovrà sorgere! Perché dovrà pure venire un tempo, in cui di questa casa della nonna, nella quale tutto è sistemato in modo che quattro domestiche devono per forza dormire in una sola camera del sottosuolo, nella sporcizia, dovrà pure venire un tempo, in cui di questa casa non rimarrà più traccia, e nessuno se ne ricorderà più. Distraevano Nadja solo i monelli del cortile vicino: quando passeggiava nel giardino, picchiavano allo steccato e ridevano sbeffeggiandola: - Fidanzata! Fidanzata!
    Arrivò da Saratov una lettera di Saša. Con la sua scrittura tutta slancio allegro, come danzante, raccontava che il viaggio sul Volga era pienamente riuscito, ma che a Saratov si era sentito non troppo bene, che aveva perduto la voce e che ormai da due settimane era ricoverato all'ospedale. Ella capì che cosa significava tutto ciò, e un presentimento simile alla certezza si impossessò di lei. E le rincresceva che un tale presentimento e il pensiero di Saša non l'agitassero come sarebbe accaduto prima. Sentiva un desiderio appassionato di vivere, di tronare a Pietroburgo e la sua amicizia con Saša le si presentava ormai come un passato caro, ma lontano, lontano! Non dormì tutta la notte e al mattino si sedette alla finestra con l'orecchio teso. E infatti, a un certo punto, si udirono in basso due voci; la nonna allarmata domandava qualcosa precipitosamente. Poi qualcuno si mise a piangere...Quando Nadja scese, la nonna stava in un angolo pregando e il suo viso era bagnato di lacrime. Sulla tavola era spiegato un telegramma. Nadja a lungo camminò su e giù per la stanza, ascoltando il pianto della nonna, poi prese il telegramma e lesse. Vi si comunicava che la mattina prima a Saratov era morto di tubercolosi Aleksàndr Timofeič o, più semplicemente, Saša. La nonna e Nina Ivànovna si recarono in chiesa per ordianre una messa di requiem, e Nadja intanto continuò ancora a lungo a camminare per le stanze, immersa nelle sue riflessioni. Sentiva lucidamente che la sua esitenza aveva preso quella svolta che Saša aveva desiderato, che essa era qui sola, estranea, inutile, e che tutto qui era inutile per lei, tutto ciò che era stato una volta era strappato dalla sua vita, era scomparso, come bruciato, e le ceneri ne erano sparse al vento. Entrò nella camera di Saša e si fermò lì, in piedi. « Addio, caro Saša» pensava, e davanti a lei si disegnava una vita nuova, ampia, sconfinata, e questa vita, ancora vaga, piena di mistero, la attraeva, la chiamava a sé. Salì nella sua camera a preparare il bagaglio, e il giorno dopo, al mattino, si accomiatò dai suoi e, vivace, gaia, abbandonò la città, come ella prevedeva, per sempre.

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