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Chi non avesse mai veduto foco di Jacopo da Lentini

mercoledì 28 maggio 2014

Chi non avesse mai veduto foco   
no crederia che cocere potesse,  
anti li sembraria solazzo e gioco   
lo so isprendore, quando lo vedesse.


Ma s’ello lo tocasse in alcun loco,
belli sembrara che forte cocesse:
quello d’Amore m’à tocato un poco,   
molto me coce - Deo, che s’aprendesse!
     

Che s’aprendesse in voi, madonna mia,  
che mi mostrate dar solazzo amando,

e voi mi date pur pen’e tormento.

Certo l’Amore fa gran vilania,
che no distringe te che vai gabando,
a me che servo non dà isbaldimento.

Glossario
1. no crederia ... potesse: non crederebbe che può scottare. Crederia è condizionale siciliano, come sembraria (sembrerebbe) al verso 3.
2. anti: anzi.
3. lo so isprendore: il suo splendore.
4. belli ... cocesse: ben gli sembrerebbe che scotta molto.
5. Deo, che s’apprendesse!: Dio, magari si appiccasse!
6. che mi mostrate ... tormento: che dimostrate di dar piacere amando, mentre a me imponete solo sofferenza.
7. vilania: ingiustizia.
8. vai gabando: ti prendi gioco (dell’amore).
9. a me ... isbaldimento: a me che sono suo servo non concede
gioia.

Parafrasi
Chi non conoscesse il fuoco, chi non l’avesse mai visto, non potrebbe credere che potesse bruciare e far male. Anzi, guarderebbe lo splendore delle sue fiamme e ci troverebbe piacere, gli sembrerebbe solazzo e gioco
Ma solo se questi lo toccasse, capirebbe quanto potesse far male. Così come il poeta è stato toccato dal fuoco dell’amore e sente il dolore che esso gli ha provocato bruciandolo fortemente. 
Al fuoco viene poi paragonata la donna amata: anche lei, infatti, sa dare non solo sollazzo, ma anche pene e tormento. L’amore dunque fa torto se non distringe quella che si fa il gioco dei sentimenti del cavaliere e non rallegra quello che è servo d’amore.
Commento:

Metrica: [C]hi non avesse mai veduto foco è un sonetto dallo schema rimico abab/abab//cde/cde. I versi sono per il sonetto tipici endecasillabi. Per quanto riguarda la rima, possiamo affermare la presenza di rime piane, ricche (tormento isbaldimento; vedesses’aprendesse) e grammaticali (potesse vedessecocesse s’aprendesse; amandogabando).

Se il motivo del fuoco è molto popolare nella letteratura delle origini, tutto un componimento centrato sullo sviluppo di una variazione intorno alla fiamma d’amore è senz’altro singolare. Eduard Vilella dice a tal proposito: « Sembra che nel sonetto in questione si parta da un generico spunto ‘fiamme d’amore’ su cui si costruisce una vera variazione sul tema nell’ambito delle possibilità offerte dal fenomeno fuoco in quanto diviso fra la sua apparenza attraente e la sua realtà bruciante.»
In questo sonetto del Notaro assistiamo dunque allo sviluppo graduale dell’immagine del fuoco verso quella del fuoco d’amore; il poeta sfrutta a tal scopo i connotati dell’espressione fuoco creando così un forte parallelo tra le due immagini.
Dopo questa equazione fuoco-amore, il poeta arriva a riconoscere il suo “ardere d’amore” per poi passare all’espressione del dolore per un amore non corrisposto (sviluppato nella sestina finale) e del desiderio che anche nella sua donna s’aprendesse il fuoco d’amore da lui sofferto. «E così il propagarsi del fuoco diviene una derivazione dell’immagine che permette al sonetto di collegare la sfera intima delle due terzine […] alla speculazione fenomenica che lo apre.»

Figure retoriche: L’intero componimento è basato su un gioco di parallelismi e antitesi. Il parallelo essenziale è quello tra il fuoco inteso come un fenomeno della natura e tra il fuoco d’amore: il fuoco, come l’amore, attira e spaventa, sa dar gioia e dolore. Tutte e due le immagini sono caratterizzate dalle espressioni solazzo e cocere, dal senso del dolore (che forte cocessemi date pur pen’e tormento) e dal senso del gioco (li sembraria solazzo e giocote che vai gabando). Ma, come abbiamo detto, nel componimento sono presenti anche antitesi e contrasti. Le antitesi più importanti sono quelle che mettono in contrasto le qualità del fuoco e del sentimento amoroso. A base di questo fenomeno è costruita anche l’ultima terzina del sonetto: qui il poeta mette in contrasto il proprio servizio d’amore e l’atteggiamento della donna amata che gioca con i suoi sentimenti:
Certo l’Amor[e] fa gran vilania,
che no distringe te che vai gabando;
a me che servo non dà isbaldimento.
Un altro contrasto individuiamo al confine tra il settimo e l’ottavo verso dove sono messi in un rapporto molto stretto gli avverbi che esprimono intensità, poco e molto. Qui il contrasto è intensificato dalla posizione delle due espressioni: una si trova nella parte finale del verso, l’altra all’inizio del verso seguente:
Quello d’Amore m’à toccato un poco,
molto me coce – Deo, che s’aprendesse!
Invece tra l’ottavo e il nono verso notiamo la presenza di un’anadiplosi, cioè di un raddoppiamento, che nel nostro caso consiste nella ripetizione dell’esclamazione finale dell’ottavo verso (che s’aprendesse) all’inizio del verso seguente:
molto me coce – Deo, che s’aprendesse!
Che s’aprendesse in voi, [ma]donna mia
Agli strumenti poetici da noi citati aggiungiamo anche quello dell’enjambement:
anti li sembraria solazzo e gioco
lo so isprendore quando lo vedesse.

Linguaggio: Per quanto riguarda il piano lessicale, notiamo nel componimento tre forme verbali tipicamente meridionali: due condizionali in –ìa (crederia e sembraria) e un condizionale in –ara (se[m]brara). Dal carattere siciliano sono anche le parole foco, loco e cocere. D’origine provenzale sono poi le espressioni solazzo, madonna e isbaldimento.


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