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Epistola “Posteritati” (Alla posterità), F. Petrarca

lunedì 19 maggio 2014

Ti capiterà, forse, di udire qualcosa di me; anche se dubito che questo mio nome modesto e oscuro possa giungere lontano nello spazio e nel tempo. E questo, forse, ti piacerà sapere: che tipo d’uomo io sia stato, o quale sorte delle mie opere, di quelle, soprattutto, di cui ti sia pervenuta la fama o una vaga notizia. Fui uno della vostra specie, un piccolo uomo mortale, di stirpe né nobile né vile, di famiglia, come dice di sé Cesare Augusto, antica, di animo, per natura non malvagio. L’adolescenza m’illuse, la gioventù mi traviò, ma la vecchiaia mi corresse e mi convinse, con l’esperienza, che era vero ciò che tanto tempo prima avevo letto: che le brame della prima giovinezza sono vane. Anzi me ne convinse il Creatore di tutte le età e di tutti i tempi, che permette talvolta ai miseri mortali, superbi del loro nulla, di andar fuori strada, affinché possano conoscere se stessi, ricordando, sia pur tardi, i loro peccati. M’era toccato, da giovane, un corpo di non grande vigore, ma agile. Non mi vanto di avere avuto grande bellezza, ma in gioventù potevo piacere. La vecchiaia aggredì un corpo che era stato sempre sano e lo circondò con la schiera dei soliti acciacchi.
Ebbi sempre gran disprezzo del denaro: non perché non desiderassi essere ricco, ma perché odiavo gli affanni e le preoccupazioni che sono compagni inseparabili della ricchezza. Sempre mi dispiacquero quelli che vengono chiamati banchetti e sono invece gozzoviglie contrarie alla moderazione e ai buoni costumi, e ho giudicato fatica inutile invitarvi altri ed esservi invitato; ma mi piacque tanto pranzare con amici, che sempre mi fu graditissimo invitarli; né mai, di mia volontà, ho mangiato senza compagnia. Nulla mi dispiacque tanto quanto il lusso, non solo perché peccaminoso e contrario all’umiltà, ma perché complicato e avverso alla tranquillità. Mi travagliò, in gioventù, un amore appassionato, ma fu il solo e fu puro; e più a lungo ne sarei stato travagliato se la morte, crudele ma provvidenziale, non avesse estinto la fiamma ormai affievolita. Certo, vorrei potermi dire del tutto privo di lussuria, ma se lo dicessi mentirei. Questo dirò con certezza: che sebbene vi fossi spinto dal calore dell’età e del temperamento, sempre nell’animo esecrai questa bassezza. Poi, quando mi avvicinavo ai quarant’anni, e quando avevo ancora sufficiente calore e forza, non solo ripudiai quell’atto osceno, ma ogni memoria di esso, come se mai avessi guardato una donna. Pongo questa fra le mie più grandi fortune, ringraziando Dio che liberò me, ancora integro e vigoroso, da questa vile a me sempre odiosa schiavitù. Ma passo ad altro.
La superbia l’ho avvertita negli altri, ma non in me; ed essendo un uomo di poco conto, sempre mi considerai ancor da meno. La mia iracondia nocque assai spesso a me, mai agli altri. Ebbi la fortuna di godere la famigliarità di principi e di re e l’amicizia di nobili, fino ad essere invidiato. Mi tenni lontano, tuttavia, da molti di coloro che amavo; fu tanto radicato in me l’amore della libertà che evitai con ogni cura coloro il cui semplice nome sembrasse a essa contrario.
Fui d’intelligenza equilibrata, piuttosto che acuta, portata ad ogni studio buono e salutare, ma soprattutto inclinatissima alla filosofia morale e alla poesia. Studiai singolarmente il mondo antico, perché sempre mi dispiacque questa nostra età. Mi curo ben poco della mia eloquenza; è una gloria vana cercare la fama soltanto nello splendore delle parole.
Venni in Italia varie volte e certamente, dopo diverso peregrinare, altrettante tornai in Francia, incapace di star fermo non tanto per il desiderio di rivedere cose viste mille volte, quanto per cercare, come fanno i malati, di rimediare alla smania e al dolore cambiando posizione.


Il primo sonetto del Canzoniere “Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono”, percorre la linea autobiografica tanto cara al nostro poeta: l’atteggiamento è quello di chi vuol trarre un bilancio esistenziale e poetico della sua vita, ma nel contempo quello di analizzarsi e scrutarsi in un oscillare incoerente, in una dispersione dell’anima che racchiude un giudizio negativo di se stesso.
Tutto il sonetto è impostato sul confronto fra un io del passato e un io del presente, distribuito tra i versi con fluidi passaggi. Ma il contrasto pervade tutta la lirica, come anche il conflitto e il dissidio interiore nel sonetto successivo “Pace non trovo e non ho da far guerra”: il poeta si presenta come un uomo che ha raggiunto la saggezza, ripudiando la vanità dell’amore, delle sue emozioni e di tutto quanto piace al mondo, e tuttavia introduce il libro dove la poesia di quelle vanità è amorosamente raccolta e ordinata, rifinita nella forma. La contraddizione tra il valore e la vanità dell’amore e della sua espressione poetica sta nel cuore della poesia petrarchesca.
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