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Essere e fare: tu non sei nulla di ciò che pensi!

venerdì 16 maggio 2014

 Pier ha scritto: Ciao Dadrim, quale differenza si cela fra “essere” e “fare”? Il fare è legato al carattere, quindi a come ci comportiamo quotidianamente nelle relazioni, dunque, se non erro, è relato alla parte più materiale di noi. L'essere invece? Cos'è l'essere? Il dubbio mi è nato proprio ascoltandomi nella vita quotidiana. Il mio amico “fa l'avvocato” e non “il mio amico è un avvocato”. A me piacerebbe “fare il commercialista” e non “essere un commercialista”. Forse perché il mio essere mi porta altrove? Dunque che relazione o che differenza esiste fra i due "termini"? Sono per caso complementari?
Cari saluti
Pier
Dadrim ha risposto: Complementare, secondo il dizionario “Sabatini Coletti”, significa: “che si aggiunge a qualcosa completandolo, anche se non è necessario”. Premesso ciò, dal mio punto di vista l'Essere e il fare possono divenire complementari, ma raramente ciò accade. Inoltre è sempre il fare che può divenire complementare all'Essere e mai viceversa perché l'Essere è assoluto mentre il fare contingente. Metaforicamente l'essere è l'oceano, il fare, le sue onde. L'oceano può esistere senza onde, ma non viceversa.

Di norma, però, l'uomo è inconsapevole del suo Essere, di guisa vive il fare entro una dimensione allucinatoria e angosciante. L'uomo medio si identifica continuamente a ciò che fa e che ha, pertanto, ogni volta che perde ciò che possiede, o la possibilità di fare ciò in cui si identifica, percepisce una sensazione di annientamento e spaesamento. Pensiamo alla perdita del lavoro, di un amore o del denaro. “Io sono un maestro di scuola, un idraulico, un ladro, un santo, una mamma, ho una villa, ho una baracca, una macchina”, di conseguenza penso “sono ricco o povero, sono buono o cattivo, sono riuscito o fallito, sono questo e quello”. Mille onde impazzite senza nessun oceano che ci sostiene: questo siamo noi uomini oggi. No! Come è possibile tutto ciò?! Quando siamo nati avevamo un lavoro, una macchina, avevamo figli, mogli, mariti, possedimenti? No! Nulla. Allora cos'eravamo? Niente? Lungo il percorso di una vita mille cose possediamo e perdiamo, facciamo e poi smettiamo! Mille persone incontriamo e perdiamo, in molte relazioni entriamo e da altrettante ne usciamo. Perché ogni volta che entriamo in un'esperienza ci perdiamo totalmente in essa? Perché non siamo consapevoli di chi siamo realmente, perché continuiamo a inseguire le ombre del mondo fenomenologico come sciocchi bambini che rincorrono fiocchi di neve e piangono quando questi si sciolgono a contatto con la terra.

Il mondo fenomenologico (tutto ciò che appare ai nostri sensi) è mutevole, impermanente: meraviglioso se vissuto consapevoli della sua natura contingente, straziante se esperito nel desiderio di poterlo possedere eternamente e secondo proprio sghiribizzo. Ci attacchiamo alle cose e a ciò che facciamo quando seguiamo il sentiero dell'espansione e del potenziamento della nostra idea di “IO”.  Quanto ci fa sentire forti e appagati possedere denaro, prestigio, una bella casa, una bella donna o un bell'uomo, un lavoro influente... Quanto ci fa sentire “Io sono speciale, fondamentale, potente, determinante”. L'identificazione dell'idea di “Io” con le cose e le azione nasce a causa del piacere che ciò dà in principio. Peccato però che nulla di tutto ciò duri, di guisa, tanto più ci identifichiamo a qualcosa, tanto più soffriamo quando questa ci viene sottratta. Pensiamo, per esempio, a un ricco che si suicida a causa della perdita dei suoi beni.

Che senso ha tutto ciò? Non sarebbe dovuto morire ugualmente entro un po' di anni?! Ha perso tutti i soldi, va bene, capisco che sia giù di morale, ma perché suicidarsi? Non era meglio godersi gli ultimi anni di vita con poco denaro ma perlomeno vivo? No! Per lui no! Perché? Perché la sua idea di “Io” si era così ingigantita e identificata al pensiero di “essere” ricco e potente da provocargli, una volta finita, un'idea di sé talmente dolorosa non poter essere sopportata. “Io ricco e potente ora povero e miserabile? No mai, meglio morto, perché questo non sono io!” Così pensano troppe persone: chi con il denaro, chi con le relazioni, chi con il lavoro o la posizione sociale. Gli oggetti cambiano ma la causa è sempre la stessa: l'identificazione. Questa è anche la causa dell'enorme paura che la morte esercita sulle persone, poiché rappresenta la possibilità di perdere tutto definitivamente, irrimediabilmente. Il piacere che dà l'idea di “Io” quando si identifica a qualcosa di esaltante è grande quanto il dolore che lo attende, ma questo l'uomo sembra non averlo ancora capito, se non inconsciamente. A cosa servono poliziotti, eserciti, leggi, armi, cancelli, inferiate, se non a dimostrare quanto l'essere umano desideri proteggere e mantenere il più a lungo possibile i sui possedimenti. Molta gente quando sente queste parole passa subito a dire: ma senza leggi, polizia ecc., vivremmo nel caos, nella violenza. Sicuramente, dico io, ma non è certo investendo sempre più le nostre risorse in questo genere di cose che otterremo pace.
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