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Giovanbattista Marino, A l'aura il crin ch'a l'auro il pregio ha tolto

martedì 20 maggio 2014





A l'aura il crin ch'a l'auro il pregio ha tolto,
sorgendo il mio bel sol del suo oriente,
per doppiar forse luce al dì nascente,
da' suoi biondi volumi avea disciolto.

5



Parte, scherzando in ricco nembo e folto,
piovea sovra i begli omeri cadente,
parte con globi d'or sen gìa serpente
tra' fiori, or del bel seno or del bel volto.


10

Amor vid'io, che fra' lucenti rami
de l'aurea selva sua, pur come sòle,
tendea mille al mio cor lacciuoli ed ami;



14
e, nel sol de le luci uniche e sole,
intento, e preso dagli aurati stami,
volgersi quasi un girasole il sole!


1-4. La donna amata dal poeta ha sciolto i suoi capelli d'oro, quasi per aumentare la luminosità dell'al­ba. La quartina, estremamente elabo­rata e ricca di inver­sioni sintattiche, è centrata sulla metafo­ra donna / sole: il sog­getto della frase prin­cipale (il mio bel sol) è al v. 2; il verbo reg­gente al v. 4 (avea di­sciolto). 1. il crin... tolto: i capelli che (per il loro splendore) hanno tolto all’oro il suo pregio. 2. sorgendo... orien­te: la mia donna (il mio bel sol), alzando­si dal letto (sorgendo… dal suo oriente). 4. volumi: le crocchie in cui li aveva raccol­ti per la notte. 5. Parte: dei capelli. nembo: nuvola. 6. omeri: spalle. 7. globi d'or: riccioli biondi. sen gìa ser­pente: andava ser­peggiando. 8. tra' fiori: fra le bel­lezze. 9-10. fra' lucenti... selva: fra i suoi capel­li luminosi. Ora la chioma della donna è diventata una selva. 10. pur... sole: pro­prio come è solito. 11. lacciuoli ed ami: trappole e ami per catturare il cuore del poeta. 12-14. La terzina è retta dal vid'io del v. 9. 12. luci uniche e sole: gli occhi della donna, gli unici che contano per il poeta (uniche e sole). 13-14. intento... sole: (vidi) il sole, assorto (intento), e catturato da quei fili (stami) d'oro, volgersi (verso la mia donna) come il girasole (si volge ver­so il sole).

Il tema dei capelli biondi della donna sparsi al vento è tradizionale («Erano i capei d'oro a l'aura sparsi» è il primo verso di uno dei più famosi sonetti di Petrarca, ri­preso in infinite varianti dai petrarchisti del Cinquecento). Ma fin dal gioco di paro­le "aura"/"auro" del v. 1 Marino immette i lettori in un clima nuovo: l'immagine ini­ziale dei capelli della donna è solo il punto di partenza per un acrobatico proliferare di immagini e di suoni che si rispecchiano labirinticamente gli uni negli altri, lascian­dosi alle spalle l'armonia e l'equilibrio petrarcheschi in nome della poetica dell'arti­ficio e della "meraviglia"; il sonetto culmina nell'ultima terzina, dove la metafora finale, condita di una girandola di giochi di parole, suggella l'effetto di stu­pore che il poeta vuole produrre sugli spettatori.
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