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lunedì 19 maggio 2014

Almo Sol, quella fronde ch'io sola amo,
tu prima amasti, or sola al bel soggiorno
verdeggia, e senza par poi che l'addorno
suo male e nostro vide in prima Adamo.

Stiamo a mirarla: i' ti pur prego e chiamo,
o Sole; e tu pur fuggi, e fai d'intorno
ombrare i poggi, e te ne porti il giorno,
e fuggendo mi toi quel ch'i' più bramo.

L'ombra che cade da quell'umil colle,
ove favilla il mio soave foco,
ove il gran lauro fu picciola verga,

crescendo mentr'io parlo, agli occhi tolle
la dolce vista del beato loco,
ove 'l mio cor co la sua donna alberga.

ANALISI
La prima quartina espone lo schema concettuale che poi si animerà nel seguito del sonetto. La fronde del v. 1 indica contemporaneamente il lauro come risultato della mitica metamorfosi di Dafne e come senhal di Laura. Essa si trova in mezzo tra l'almo Sol, identificato con Apollo, già innamorato di Dafne, e l'affermazione dell'unicità dell'amore del Petrarca per Laura. Simmetria accentuata dal fatto che sola amo è quasi speculare ad almo Sol. Questi gruppi sillabici ritornano nel v. 2 (amasti, or sola), ma a cavallo d'una frattura cronologica e prosodica, tra i due amori, di Apollo e del Petrarca, sottolineata dall'opposizione tra prima ed or. Il doppio simbolo della fronde e i suoi legami bivalenti con Apollo e col poeta son posti sullo stesso piano attraverso la consecuzione dei pronomi e dei verbi di prima e seconda persona: io sola amo, tu prima amasti. Solo in questo statico rigore la quartina poteva palesare il suo complesso schema inventivo : pertanto l'enjambement tra i vv. 2 e 3 (al bel soggiorno / verdeggia), sottolineato dalle due doppie g, rassoda il blocco sintattico dei versi, come pure il richiamo tra prima (v. 2) e in prima (v. 4).

Diverso lo schema della seconda quartina. Prima la breve esortazione Stiamo a mirarla, dove il plurale mantiene per un'ultima volta l'equivalenza dei due innamorati. Poi la frase in prima persona i' ti pur prego e chiamo, il cui affanno ha il culmine nello sporgersi asimmetrico dell'invocazione o Sole nel v. 6. Infine le quattro brevi proposizioni legate paratatticamente dalla congiunzione e. Queste proposizioni sono tutte in seconda persona: tu... fuggi, fai, te ne porti, mi toi, e ribadiscono l'inflessibilità del sole che tramontando impedisce al poeta di contemplare la collina su cui abita Laura. Il contrasto fra il secondo e il terzo momento è accentuato dall'opposizione tra ti pur prego e tu pur fuggi. L'unità del terzo momento si esprime tra l'altro con la variazione fuggi... fuggendo, le cui doppie palatali son pure presenti in poggi. E non è forse casuale il richiamo, a contrasto, fra l'enjambement centrale della prima quartina e quello centrale della seconda (fai d'intorno / ombrare i poggi).

La situazione esposta nella seconda quartina ritorna con tono più elegiaco e descrittivo nelle terzine, il cui inizio si lega con la fine della quartina attraverso l'anagramma bramo-ombra. In verità le terzine oggettivano e ampliano il tema dell'ombra, enunciato soggettivamente nei vv. 6-7 (fai d'intorno / ombrare i poggi): esse costituiscono un grande periodo con l'ombra come soggetto, e come verbo quel torre che chiudeva le quartine, con parallelismo anche sintattico tra i vv. 8 e 12: e fuggendo mi toi quel ch'i' più bramo; crescendo mentr'io parlo, agli occhi tolle. Le terzine sono caratterizzate dalla frequenza della lettera l : pari a quella dei primi due versi del sonetto: quasi un'allusione all'iniziale di Laura; solo il v. 10, con la sua abbondanza di v, svolge una funzione imitativa, in senso luministico : ove favilla il mio soave foco.

Stilisticamente, le terzine sono legate attraverso gli ove all'inizio dei vv. 10, 11, 14: ove è come una freccia indicatrice verso il colle ove dimora Laura. C'è poi un gioco di simmetrie e alternanze tra le coppie aggettivo più sostantivo : una nei vv. 9 (umil colle) e 10 (soave foco), due nel v. 11 che chiude la prima terzina (gran lauro ; picciola verga) ; mentre il v. 13 della seconda terzina, che ha ancora due coppie (dolce vista; beato loco), è chiuso tra due versi a base complemento più verbo (agli occhi tolle; co la sua donna alberga). Non a caso i vv. 11 e 13, i soli con due coppie aggettivo più sostantivo, son quelli in cui domina la presenza di Laura (ove 'l gran lauro fu picciola verga) e della sua dimora collinare (la dolce vista del beato loco): esplicitazione della fronda e del bel soggiorno allusivamente anticipati ai vv. 1 e 2. Né a caso le coppie aggettivo più sostantivo dei versi centrali delle terzine sono in rima e contengono ognuno uno iato (soave; beato).

C. SEGRE, La critica strutturalistica, in I metodi attuali della critica in Italia, a cura di M. Corti e C. Segre, ERI, Ediz. Radiotelevisione Italiana, 1970, p. 328 sg.
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