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Scuola poetica siciliana

mercoledì 28 maggio 2014

La Scuola poetica siciliana si sviluppa alla corte di Federico II di Svevia attorno all’anno 1230 ed è destinata a durare per circa un trentennio.
Alla base di questo movimento letterario sta una condizione politico-culturale nuova1, una cultura laica, in cui influiscono elementi di varie culture: alla corte di Federico II s’incontra l’Occidente con l’Oriente, il Settentrione europeo con la civiltà araba e bizantina.
I Siciliani non sono i primi sul territorio italiano a esprimersi in una lingua volgare, sono stati preceduti ad esempio da Francesco d’Assisi che pochi anni prima scrive un grande testo in volgare, Cantico di Frate Sole; ma esso si colloca in ambito diverso, legato alle esigenze pratiche dell’edificazione religiosa. Soltanto a proposito dei Siciliani si può parlare per la prima volta di una “scuola” poetica. La produzione dei poeti della corte sveva è unitaria per stile e per lingua. Si tratta di uno stile elevato e di una lingua letteraria alta, ricreata a partire da una base linguistica siciliana, arricchita di calchi dal latino e dalle lingue letterarie d’oc e d’oïl.
È importante sottolineare il fatto che i siciliani s’ispirano a tutto il mondo poetico provenzale, non è solamente il linguaggio che in un certo modo si rifà ai modelli verificati in tempo, ma anche la tematica. I temi della poesia trobadorica e dei poemi francesi raggiungono molta fama in questo periodo e per questo motivo anche presso i siciliani possiamo trovare un richiamo a questa tradizione poetica occidentale.
Come abbiamo detto, la culla della letteratura italiana è la corte – in latino aula, ma un ruolo essenziale rappresenta anche la curia, ovvero l’alta corte di giustizia e massimo organo d’amministrazione del regno. Sono i termini che usa anche Dante nel De vulgari eloquentia a proposito delle quattro caratteristiche che dovrebbe avere una lingua unitaria italiana2 e che così sottolineano il primato dei Siciliani sul territorio italiano perché i protagonisti della Scuola sono sia personaggi di corte che funzionari dell’amministrazione, rappresentanti del potere dell’imperatore.
Non dobbiamo dimenticare, però, i diretti continuatori dei Siciliani, poeti toscani, che ne hanno assicurato la tradizione. Le poesie composte alla corte normanna, infatti, hanno durante il Duecento un grande successo in tutta l’Italia. Sono molti i poeti che prendono lo spunto proprio dalla produzione letteraria dei siciliani per comporre in volgare. È soprattutto nell’Italia centrale che si sviluppa questo tipo di poesia e la Toscana così diventa un nuovo centro culturale. Qui compongono le loro poesie Guittone d’Arezzo o Bonagiunta Orbicciani (i cosiddetti poeti siculo-toscani) o Chiaro Davanzati (appartenente alla cosiddetta scuola di transizione).
Il merito di questi poeti sono anche le sillogi, in altre parole, raccolte di poesia che contengono componimenti di più di un autore e la cui forma finale viene elaborata da un solo compilatore. Il compito del compilatore non è solamente quello di unire le poesie di vari autori in una sola opera, ma anche quello di adattare le poesie siciliane all’ambiente toscano. In conseguenza, i versi dei Siciliani si diffondono nelle versioni più o meno toscanizzate. E anche lo stesso Dante conosce la produzione dei Siciliani in questa maniera; solo molto più tardi viene ricostruita la forma originale delle poesie. La silloge più nota che contiene le opere dei poeti siciliani è il codice Vaticano Latino 3793 al quale si rivolgono fin oggi tutti i ricercatori del campo.
NOTE
1. Avendo riorganizzato l’amministrazione dello Stato e combattuto i feudatori ribelli, Federico II fonda una forma di monarchia assoluta e prefigura così le forme dello Stato moderno.

2. Cfr. Dante, De vulgari eloquentia I, XIV-XIX: le quattro caratteristiche sono illustre, cardinale, aulico,

curiale.
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