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Copa del Mondo: Gli Azzurri in Argentina 1978

giovedì 12 giugno 2014

di GIOVANNI ARPINO
L'unico azzurro che si è visto in Argentina, durante il campionato mondiale di calcio, era italiano. A giugno, infatti, tra Buenos Aires e le pampas senza fine, tra Mar del Piata e la Patagonia, cade un lun­go autunno-inverno, l'umidità rag­giunge e supera il novanta per cento, le piogge precipitano in mo­do diluviale, i venti astrali e oceanici tagliano gli orecchi.

E così, mentre le immense man­drie dei bovini delle « estancias » si radunano per resistere al gelo, i calciatori scendono in campo. Debbono disputare, tutti insieme, trentotto partite culminanti in finale che decreterà il campione per l'anno 1978: è l'undicesimo titolo mondiale, e i pretendenti sono molti, dai brasiliani ai tedeschi che vinsero quattro anni p ma, dagli argentini padroni di casa (e quindi favoriti) agli olandesi, detentori di una « nuova scuola » basata sulla forza atletica e i combattimento.
Gli Azzurri, chi sono? All'imbarco da Roma raccolgono previsioni funeste. Alcuni solenni critici hanno persino consigliato di non attraversare lo stretto di Gibilterra. Altri hanno prenotato il i torno in patria entro un paio di settimane. Altri ancora seguitano a ripetere le loro anticipazioni critiche più deleterie. Il calciatore italiano - secondo preconcetti antichi - al finire della stagione è atleta ormai privo di midollo, è un uomo stanco, non gode di stimoli agonistici, non ha « animus pu­gnandi ».

Enzo Bearzot
Smentendo tutti (o quasi: perché qualcuno che li conosceva bene e si fidava del loro carattere) i gio­catori guidati dal commissario Enzo Bearzot infilano una serie positiva di risultati: battono Fran­cia, Ungheria, Argentina, Austria, pareggiano con la Germania umi­liandola con novanta minuti d'as­sedio, cadono nelle ultime due gare, con l'Olanda incattivita e furiosa fino alla rissa, con il Bra­sile (per la finale tra « terzi » e « quarti ») quando ormai la squa­dra azzurra è decimata. Il « mundial argentino '78 » va ri­cordato come una data storica per il calcio e lo sport italiani. Ha sconvolto i giochi di carte tra co­loro che predicano sulle nostre supposte «debolezze atletiche», ha dimostrato che un piccolo grup­po di ragazzi, ben preparati e con­sapevoli, sa reggere al ritmo di una competizione mostruosa e racco­gliere un alloro (anche minimo) pur non godendo di protezioni e tutele.

Perché in un campionato del mondo di calcio, le tutele esistono, eccome. Non per nulla, negli ulti­mi anni, hanno conseguito il lauro finale i padroni di casa: nel '66 vinsero gli inglesi scippando let­teralmente i tedeschi a Wembley, ma lo scandalo non gli cancellò il titolo; nel '70 il Brasile giocò praticamente in casa sull'erba mes­sicana; nel '74 toccò ai tedeschi prendersi una vistosa rivincita a Monaco di Baviera a spese del­l'Olanda che tutti vedevano chiara e possente depositaria della mi­gliore formula di gioco. Chi orga­nizza, chi tende le reti casalinghe di una struttura così forte e così influente qual è un « mondiale », è praticamente certo di arrivare in ogni caso alla finale, se non pro­prio di vincerla.


E che cos'è un « mondiale », oggi? È una competizione che dura un mese, si sostiene attraverso i mer­canti (neppur troppo occulti) che fabbricano e vendono indumenti sportivi, si nutre di pubblicità, si appoggia agli introiti radiotelevi­sivi, che raggiungono cifre da ca­pogiro. Due miliardi di persone se­guono questo torneo, e costitui­scono un pubblico che va « condi­zionato » da pubblicità di bibite gassose, di scarpe da ginnastica, di aperitivi, magliette, simboli d'ogni genere.
 
In più è un « affare politico » di dimensioni abnormi. L'Argentina ha saputo condurlo in porto, que­sto « affare », con uno spiegamen­to di forze molto oculato, che com­prendeva l'esercito, la polizia, un apparato dispendioso ma alla lun­ga profittevole: perché il rilancio di un Paese, dopo un « mondiale » - ed il Messico del '70 ne è testi­mone - si basa su una certa im­magine di efficienza, di capacità turistica, di vigoria vitale. E a que­sto i governanti argentini hanno puntato, certo non fallendo l'ob­biettivo, malgrado la spesa insopportabile per i loro bilanci, m grado le difficoltà logistiche e i mori di un'avventura che non sa mai bene a quale incognite va incontro.

Hanno vinto gli argentini d l'allenatore Luis Cesar Menot In un certo senso, se badiam alle storie sportive, questi stesa argentini si meritavano il titolo. Per oltre mezzo secolo la pedata « gaucha » ha dovuto battere gramigne europee, nutrendo squadroni spagnoli o italiani: noi stessi, nel '34 e nel '38, quando conquistammo i titoli mondiali, mettemmo in squadra certi « oriundi di notevole peso, dai Monti agli Orsi. La lunga avventura del calciò argentino ha sfornato campioni come Pedernera, Di Stefano, Sivori, Angelillo, che mai vinsero una Coppa del Mondo, e sempre dovettero battersi negli stadi altrui.



Questa stessa squadra argentina - subito disintegratasi dopo la vit­toria finale: alla ricerca di ingaggi i neo-campioni hanno firmato con­tratti dall'Inghilterra alla Spagna - non avrebbe però superato il turno iniziale, se non avesse giocato tra il pubblico amico, sul­l'erba amica e soprattutto sotto lo sguardo benevolo degli arbitri, che una palpebra la abbassano sem­pre, per dovere di ospiti.
Ma non vogliamo essere accusati di ragionare come la volpe di fronte all'uva. Enzo Bearzot, il commissario azzurro, il « Vecio » di tante battaglie pedatorie, sostie­ne ancora oggi, a ragione, che la sua squadra, imperniata su Bettega, Rossi, Cabrini, era in ogni caso una formazione degna della finale. E tuttavia, pur essendo ar­rivati quarti, questi Azzurri non hanno raccolto pomodori, al ritor­no, come accadde dopo la Corea del '66 e persino quando si arrivò secondi in Messico nel '70 dietro il Brasile del signor Pelè.

 La gente ha capito, la gente ha vi­sto. Gli Azzurri sono riusciti ad imporsi malgrado i pronostici ve­lenosi, hanno battuto, prima an­cora degli avversari sul campo, la critica maligna nostrana, sempre felice di abbandonarsi ad un'orgia di masochismo. Proprio i Bettega, i Cabrini, i Rossi, i Gentile, gli Zaccarelli, i Causio, sono apparsi rinati nel clima invernale di Bue­nos Aires e Mar del Piata, e certo ancora ringraziano quei venti fre­schi, le famose bistecche argen­tine e le cure del medico Vecchiet che avrebbe dovuto amministrare dei « cadaveri » e si ritrovò tra le mani atleti vogliosissimi. 

La squadra italiana, ben disegnata dal « Vecio » Bearzot, ha svilup­pato un gioco veemente, d'attacco, dopo anni di difensivismo che ci avevano procacciato accuse di « non gioco » in ogni angolo del globo. Ha addirittura costruito una valanga di palloni-gol, sba­gliandone disgraziatamente molti e proprio nella frazione di partita più significativa: cioè nel primo tempo contro gli olandesi. Bettega ha colpito quattro traverse in due soli incontri. Non ha mai fruito di un calcio di rigore, pur potendone rivendicare almeno due. Non si è mai « chiusa » per periodi di gio­co troppo lunghi, ma sempre ha dato il meglio nella costruzione anziché nella semplice e rozza « di­struzione » della manovra altrui. Perché Bearzot ha saputo pren­dere atto, con grande tempismo, di cosa va cambiando nel football italiano, dove ormai nascono più « punteros » che non terzini, dove la lezione di un gioco « a tutto campo » ha ridistribuito forze geometrie tattiche. 

Innervata sullo schema della Juventus campione d'Italia (otto o nove uomini del club torinese hanno rivestito la maglia azzurra) con apporti importanti dati dal Rossi vicentino e dallo Zaccarelli granata, purtroppo lamentando ancora la scarsa maturità di un Antognoni che si poteva sperare un protagonista al « mundial », la squadra italiana ha fornito i migliori scampoli di gioco. Lo hanno riconosciuto i giornali di tutto il mondo e solo alcuni tra quelli italiani: dobbiamo sottolinearlo perché che questa è una verità storica nostro ipercriticismo è diventato quasi un complesso di autocastrazione. Ma la spedizione in Argentina conterà ugualmente, proprio mentre la storia del calcio italiano va delineandosi in proiezioni futura.

Enzo Bearzot è un autentico « missionario della pedata», è uno che sa osare, sa assumersi le responsabilità necessarie, sa te desta la scintilla della fede nel mestiere. Lui può rimpiangere mancanza di « un gradino in più in questo ultimo campionato mondo. Ma la tifoseria Italia] deve ringraziarlo. Un gruppetti di ragazzi ha fatto il dover s all'estero e in nome nostro. Chi sa imitare, nell'esercizio quotidiano del proprio lavoro?
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