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Il Neorealismo in Italia

lunedì 9 giugno 2014


Il neorealismo come dice il termine stesso significa nuovo realismo: parte da alcune componenti del nostro realismo (cioè il Verismo) rivissuto attraverso le nuove esperienze di vita sociale e politica del I novecento. Cronologicamente si potrebbe porre questo movimento tra il 43 e il 50, cioè negli anni della guerra di resistenza fino alla formazione del nuovo stato italiano. Ma alcune premesse, come la visione reale della società, possiamo riscontrarle nel romanzo “Gli indifferenti” del giovane Moravia(1927) e quindi in pieno ventennio fascista. Con questo romanzo infatti egli mette a nudo la borghesia e la vita dell’epoca attraverso il personaggio centrale di Michele che non riesce a staccarsi, a ribellarsi alla corruzione e alla ipocrisia della sua famiglia e del suo ambiente :la madre Maria Grazia è innamorata di Leo un affarista che si è preso tutti i suoi beni e vuole ora anche Carla sua sorella che alla fine gli cede. Lui tenta di ostacolare Leo, compra una pistola ma dimentica di caricarla per cui non riesce ad ucciderlo e la vita continua con l’ ipocrisia di sempre e l’ apparente felicità come accade nelle famiglie borghesi dell’epoca . Dopo l’ennesimo fallimento Michele esce per le strade, cammina fra la gente, ma rimane indifferente a tutto quanto lo circonda: “Gli pareva di essere solo, miserabile, indifferente”. Moravia denuncia quindi l’incapacità dell’uomo di sottrarsi agli schemi convenzionali, la verità e il cinismo di certa classe borghese, l’amore visto come erotismo disperato e infine l’indifferenza di fronte al tale realtà e non vede per l’uomo alcuna possibilità di salvezza.
Moravia parte dall’idea che l’intellettuale non è altro che il testimone del suo tempo, il suo compito non è cambiare il mondo, ma rappresentarlo così com’è. Egli afferma di essere nato in ambiente borghese di conoscere meglio quel mondo e quindi quello vuole descrivere .Un autore scomodo che secondo i critici manifesta troppa monotonia delle problematiche presentate ed una mancanza di ideali alternativi e positivi. A 20 anni, mentre la cultura ufficiale era impegnata a rappresentare una borghesia rispettabile e di sana moralità, egli fa uscire il suo primo romanzo (subito ritirato dalla censura fascista ) svelando invece la corruzione e il disfacimento della società alto-borghese, denunciando la realtà sociale del tempo e profetizzando uno dei mali più grandi del nostro ultimo decennio: l’indifferenza. Egli capisce che nessuno nella società contemporanea si sente parte di un contesto globale per cui si abitua alla passività e alla delega per scarsa fiducia in se stessi e perché non ci si riconosce nella realtà in cui si vive.
La descrizione della realtà continuerà con “La noia”, in cui rappresenta l’intellettuale alienato che non sa contrapporre nulla alla società, ormai adattata a questi “bassi valori” (“Il conformista”, “La romana”).Le tematiche più strettamente neorealiste vengono riprese ne”La Ciociara”dove mette in luce il dramma della guerra, la ricostruzione dopo la guerra, dove tutto ritorna come prima, come se nulla sia cambiato.

Il Neorealismo degli anni 40/50
Si svolge nella rappresentazione della lotta partigiana, nella constatazione della situazione di miseria sociale e dei problemi connessi al dopoguerra. In effetti questi scrittori spinti ancora “dall’euforia” della lotta partigiana, sono portati a verificare attraverso i problemi dell’Italia, la possibilità di progresso, di ricominciare veramente una nuova vita. Come premesse letterarie quindi abbiamo un rifiuto di quella cultura che non si era ribellata a quella ufficiale e che aveva, secondo loro, avvallato certe idealità che porteranno alla guerra. Ora bisogna guardare questa realtà, studiarla, capirla, non porsi come un intellettuale che parla di queste cose ma non le capisce perché rimane saldato al suo piedistallo culturale. Bisogna entrare in mezzo al popolo, vivere insieme ad esso e rappresentarlo. Già Gramsci si era accorto di questa mancanza di identità di concezione tra scrittori e popolo cioè i sentimenti popolari, diceva, non sono vissuti come propri dagli scrittori.
Lo scoprì anche Pavese che portò il linguaggio vivo, sincero del popolo perché bisognava calarsi in esso, farne parte e acquisirne quindi la parola. Le esperienze letterarie raccontate devono derivare da un contatto diretto col reale da parte dello scrittore. Anche lo stile riflette questo ideale che porterà a volte all’uso crudo di termini gergali e di parolacce che servono a sbloccare il lettore , ed imporgli uno sforzo di interpretazione.
Altri interpreti di questa stagione letteraria furono Ignazio Silone con “Fontamara” ambientato in Abruzzo e Carlo Levi con “Cristo si è fermato ad Eboli” ambientato in un paesino della Lucania dove sono messi in evidenza le culture i drammi, la lotta della povera gente meridionale e il loro desiderio di riscatto.

Altro grande interprete del neorealismo nella letteratura e a cinema fu Pier Paolo Pasolini.
Nato a Bologna nel 1922, dopo la laurea con una tesi su Pascoli, esercita l’insegnamento nei primi anni dopo la guerra in Friuli, dove incomincia a scrivere poesie in friulano e i primi romanzi.
Nel 1950 viene accusato di corruzione di minori ed espulso dal Partito Comunista. Si trasferisce a Roma, dove incontra la realtà delle borgate. Proprio la pubblicazione di Ragazzi di vita nel 1955 gli dà notorietà. Negli anni seguenti sceneggia Le notti di Cabiria di Fellini e pubblica un altro romanzo sulla vita delle borgate romane, Una vita violenta, nel 1959. Negli anni sessanta diventerà un famoso cineasta (per Pasolini la forma linguistica comune era il cinema, non l’italiano) e scriverà sei tragedie di impianto classico. Diventa anche affermato opinionisti. Nel 1975 viene però assassinato in circostanze misteriose nella zona dell’Idroscalo di Ostia.
Con i romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta Pasolini ha dato, con grande sensibilità e senso della realtà, espressione letteraria al sottoproletariato dell’estrema periferia romana, una realtà sociale formatasi dopo le distruzioni imposte alla città dai bombardamenti subiti durante la seconda guerra mondiale e alimentata anche dalle grandi ondate migratorie dell’immediato dopoguerra, quella stessa realtà che il Poeta descriverà con mano sicura e partecipe anche nei suoi film Accattone e Mamma Roma, e che sarà guida costante di tutta la sua vita e delle sue creazioni artistiche. 
Ragazzi di Vita
È la storia della giovinezza di Ricetto (dai dieci ai vent’anni). Ricetto è un ragazzo di borgata. Tuttavia, a differenza di Una vita violenta in cui sarà più evidente la centralità del protagonista Tommaso e il filo conduttore dell’intreccio, in Ragazzi di vita Pasolini vuole soprattutto descrivere un mondo, pertanto i personaggi e le situazioni si accavallano con minore organicità.
Il narratore è esterno, ma non impersonale, come nei romanzi veristi. Egli infatti è commosso spettatore, proiezione di Pasolini stesso, che soffre con il protagonista. Il dolore è infatti ciò che connota il legame di Pasolini con la realtà.
L’arco di tempo va dal 1944 al 1954 e corrisponde alla giovinezza di Ricetto. Sono presenti pause, scene ed ellissi.
Ovviamente in questo romanzo prevalgono gli spazi aperti, anche perché le baracche a Ricetto e ai suoi amici servono a malapena per dormire, e neanche per mangiare. Lo scenario è quello delle periferie romane con strade, salite, viottoli e abitazioni piuttosto squallide. Il fiume (l’Aniene, per esempio) è, invece, luogo benevolo, dove si costruiscono le avventure dei ragazzi e si sfoga il loro desiderio di libertà. Anche se, bisogna dire, può essere anche luogo di morte.
Il lessico di Pasolini è decisamente condizionato dal dialetto romanesco, e tocca in più punti il turpiloquio (paraculo, ecc…).
La cosa drammatica che connota la vita di questi ragazzi è che ogni fatto non ha una continuazione, non si proietta verso il futuro, ma si consuma nel momento stesso in cui è vissuto e trova lì tutto il suo significato (se pure esiste un significato). Di fatto la cosa potrebbe anche non essere così tragica. In quegli stessi anni, negli U.S.A., c’è chi fa dell’esistenza alla giornata la propria filosofia di vita: è la cosiddetta generazione on the road descritta nel romanzo Sulla strada di Jack Kerouac. Negli Stati Uniti, però, questo avviene per una scelta, mentre i protagonisti di Ragazzi di vita sono costretti a vivere così, perché non ci sono alternative, che possano rendere la loro esistenza meno precaria.  
Il lavoro non esiste, ci sono solo stratagemmi (piccole truffe, ruberie), mentre i protagonisti vedono il lavoro, quello vero, come una gabbia, che contrasta il loro modo di vivere senza prospettive, senza provvidenza, senza futuro e senza progetti. Il loro stile di vita è quello dell’accattonaggio. Questo romanzo e il seguente Una vita violenta (1959) ispireranno il primo film di Pasolini L’accattone (1961).
Il sesso è animalesco: bisogna fare all’amore per sfogare un istinto. Non importa con chi lo si fa (generalmente con prostitute, talvolta con omosessuali). Questi ragazzi non sanno cos’è l’amore, né cos’è un rapporto di fidanzamento.

In Una vita violenta la rappresentazione pasoliniana, pur crudamente realistica, evidenzia pietà e amore per un mondo miserabile i cui personaggi possono essere cinici e amorali ma al tempo stesso pienamente innocenti per la loro infantile, primitiva, quasi istintiva umanità. 
Strettamente aderenti alla materia trattata sono le scelte linguistico-espressive che utilizzano largamente
il dialetto romanesco, tanto che quasi tutte le battute di dialogo sono costituite da una fedele e spesso cruda trascrizione del gergo delle borgate. I passi di carattere narrativo e descrittivo presentano invece, con felice esito espressivo, un singolare intarsio di lingua italiana e dialetto. 
Ambientato fra il sottoproletariato romano degli anni Cinquanta il romanzo delinea un vasto affresco realistico in cui emerge la vicenda esemplare di Tommaso Puzzilli, un "ragazzo di vita" che arriva attraverso le sue esperienze ad acquisire consapevolezza umana e politica.
Nato fra le baracche dell’estrema periferia, da una famiglia miserabile, Tommaso, violento e amorale, vive di sordidi espedienti e partecipa anche a spedizioni teppistiche. Per una rissa in cui ha accoltellato un altro giovane, Tommaso viene condannato a due anni di carcere e, uscendo di prigione, trova la famiglia insediata in un appartamentino dell’Ina case, finalmente ottenuto dopo tante richieste. 
A Tommaso, affascinato dal "lusso" quasi "borghese" della sua nuova abitazione, sembra di poter ora intraprendere una vita nuova e rispettabile, ma il suo sogno di elevazione sociale è destinato a fallire. Alla visita militare, Tommaso risulta ammalato di tubercolosi ed è perciò costretto a un lungo ricovero che vanifica ogni possibilità di lavoro e di guadagno. Entrerà in un ospedale. Proprio all’interno del tubercolosario, però, a contatto con un gruppo di degenti politicizzati, comincia per Tommaso un processo di maturazione che lo porta a prendere coscienza della sua condizione individuale e sociale. 
Una volta dimesso dall’ospedale Tommaso dà la sua adesione al Partito comunista e, quando l’Aniene inonda un quartiere di baraccati, egli accoglie prontamente l’invito dei compagni della sezione gettandosi fra l’acqua e il fango per aiutare i pompieri impegnati nei soccorsi. 
Questo gesto generoso è però fatale a Tommaso, in quanto gli procura un nuovo, violento attacco della sua malattia polmonare. Poche, dimesse parole, a conclusione del romanzo, annunciano la sua morte: «...tossì, tossì... e addio Tommaso». 
Pasolini contestatore

Pasolini, poeta, scrittore, regista, giornalista, saggista tragediografo
Definito “l’intellettuale corsaro” perché è contro la massificazione che con la televisione ha omologato tutti, egli si sente” un corsaro” in territorio nemico costretto a servirsi dei mass media per combatterli . Scrive articoli sui giornali contro i varietà dell’epoca che secondo lui hanno effetti devastanti sulle famiglie .Negli “Scritti Corsari” contro la televisione la accusa di essere lo strumento del potere che distrugge ogni forma di cultura autentica .La televisione è riuscita ad una centralizzazione che neppure il fascismo aveva saputo realizzare (il miracolo economico degli anni 50 Pasolini lo definì” nuovo fascismo”). Nel Saggio “Empirismo eretico” afferma che si sta creando una nuova lingua per mezzo dei mass media che unifica i parlanti ,una lingua non espressiva che cancella e omologa tutte le altre forme di espressività linguistica.
Rifiuta la politica, si allontana dal partito comunista e dopo la stagione dei romanzi si dedica al cinema

La poesia contestata uscita sull’Espresso dopo gli scontri di Valle Giulia a Roma nel giugno del 68

"Pagine corsare" Il Pci ai giovani!!, di Pier Paolo Pasolini
.

È triste. La polemica contro
il PCI andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati...
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccolo borghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
e lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.
[...]
Pier Paolo Pasolini
Una parte di questa poesia venne trascritta dal giornale l’Espresso e divenne oggetto di una critica feroce da parte della sinistra che si sentì tradita. Lo stesso Pasolini intervenne e precisò:
"[...] Proprio un anno fa ho scritto una poesia sugli studenti, che la massa degli studenti, innocentemente, ha "ricevuto" come si riceve un prodotto di massa: cioè alienandolo dalla sua natura, attraverso la più elementare semplificazione. Infatti quei miei versi, che avevo scritto per una rivista "per pochi", "Nuovi Argomenti", erano stati proditoriamente pubblicati da un rotocalco, "L'Espresso" (io avevo dato il mio consenso solo per qualche estratto): il titolo dato dal rotocalco non era il mio, ma era uno slogan inventato dal rotocalco stesso, slogan ("Vi odio, cari studenti") che si è impresso nella testa vuota della massa consumatrice come se fosse cosa mia. Potrei analizzare a uno a uno quei versi nella loro oggettiva trasformazione da ciò che erano (per "Nuovi Argomenti") a ciò che sono divenuti attraverso un medium di massa ("L'Espresso"). Mi limiterò a una nota per quel che riguarda il passo sui poliziotti. Nella mia poesia dicevo, in due versi, di simpatizzare per i poliziotti, figli di poveri, piuttosto che per i signorini della facoltà di architettura di Roma [...]; nessuno dei consumatori si è accorto che questa non era che una boutade, una piccola furberia oratoria paradossale, per richiamare l'attenzione del lettore, e dirigerla su ciò che veniva dopo, in una dozzina di versi, dove i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescia, in quanto il potere oltre che additare all'odio razziale i poveri - gli spossessati del mondo - ha la possibilità anche di fare di questi poveri degli strumenti, creando verso di loro un'altra specie di odio razziale; le caserme dei poliziotti vi erano dunque viste come "ghetti" particolari, in cui Ia "qualità di vita" è ingiusta, più gravemente ingiusta ancora che nelle università".
"[…] Sia dunque chiaro che questi brutti versi io li ho scritti su più registri contemporaneamente: e quindi sono tutti 'sdoppiati' cioè ironici e autoironici. Tutto è detto tra virgolette. Il pezzo sui poliziotti è un pezzo di ars retorica, che un notaio bolognese impazzito potrebbe definire, nella fattispecie, una 'captatio malevolentiae': le virgolette sono perciò quelle della provocazione. […]".
Ecco il punto: la provocazione. Provocando gli studenti ("in che altro modo mettermi in rapporto con loro, se non così?") Pasolini intendeva stimolarli ad analizzare, "al di fuori così della sociologia come dei classici del marxismo", la loro condizione di piccolo-borghesi; a togliersi di dosso tale loro condizione utilizzando la loro intelligenza in senso critico ("abbandonando la propria autodefinizione ontologica e tautologica di 'studenti' e accettando di essere semplicemente degli 'intellettuali'") e "operando l’ultima scelta ancora possibile […] in favore di ciò che non è borghese". Sapeva, in altre parole, che sicuramente esistevano poliziotti "buoni" e poliziotti "cattivi", ma che, in quanto tutori di un dato ordine costituito, TUTTI i poliziotti rappresentavano un'unica entità omogenea, usata come strumento di repressione. La divisione del mondo fra ricchi e poveri andava inasprendosi, ed il vero nemico (il Potere) era abbastanza scaltro da riuscire ad utilizzare strumentalmente anche "certi" poveri verso "altri" poveri: nella sua poesia Pasolini intendeva sottolineare quanto di paradossale e pericoloso ci fosse in tutto questo.

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