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INDIFFERENTI E CONFORMISTI: LETTERATURA E FASCISMO IN ALBERTO MORAVIA

lunedì 9 giugno 2014

Nel 1929 esce in Italia (a spese dell’ autore, Alberto Moravia) un romanzo di straordinario interesse, un esordio veramente eccezionale per un scrittore di appena 22 anni, Gli indifferenti.
Con stile drammaturgico (unita’ di luogo – un interno borghese – e di tempo – solo 48 ore) Moravia introduce il lettore in un desolante panorama di miseria morale mettendo in scena quattro personaggi principali : Mariagrazia, la madre, simbolo di decadenza e superficialita’ con la sua ossessione per il denaro e le apparenze, il suo sentimentalismo kitsch; la figlia Carla, annoiata da una esistenza mediocre e senza prospettive, e pronta a tutto per evadere; il figlio Michele, debole e capace solo di sogni di riscatto che non riuscira’ mai a tradurre in azione; Leo, un avventuriero che, attraverso il suo legame sentimentale con Mariagrazia, si inserisce con spregiudicatezza in una famiglia da cui non solo vuole trarre vantaggio economico, impadronendosi dei suoi beni, ma di cui vuole controllare i deboli componenti.
E’ il personaggio di Carla, con la sua sensibilita’ frustrata, a darci la misura piu’ completa dell’ ambiente in cui i personaggi si muovono. Leggiamo Moravia:
Carla sedeva alla tavola familiare, come tutte le altre sere; c’ erano i soliti discorsi, le solite cose, piu’ forti del tempo, e soprattutto la solita luce senza illusioni e senza speranze, particolarmente abitudinaria, consumata dall’ uso come la stoffa di un vestito e tanto inseparabile dalle loro facce, che qualche volta accendendola bruscamente sulla tavola vuota ella aveva avuto la netta impressione di vedere i loro quattro volti, della madre, del fratello, di Leo e di se stessa, la’ , sospesi in quel meschino alone; c’erano dunque tutti gli oggetti della noia”.

L’ interesse del romanzo di Moravia va comunque ben oltre i ritratti dei personaggi, ma costituisce uno straordinario ritratto di una classe sociale e di un contesto politico che non entra mai in scena, nemmeno per allusione, ma che e’ inequivocabilmente presente sullo sfondo.
L’ assenza di valori che caratterizza i personaggi del romanzo non si puo’ infatti ridurre a una mera caratteristica etico-psicologica individuale. Questi individui infatti appartengono pienamente al loro gruppo sociale e al loro momento storico. La loro indifferenza, la loro apatia morale in cui si inseriscono tutte le bassezze, tutti i vergognosi compromessi, corrisponde alla caduta di ogni progettualita’, di ogni responsabilita’ nei confronti degli altri, a una chiusura che e’ non solo morale, ma anche sociale e politica. Il male che e’ in loro non e’ il prodotto di passioni debordanti, di superamento di regole per un eccesso di volonta’, ma, al contrario, un male per difetto, il prodotto di un vuoto, di una carenza. Sono, appunto, indifferenti.
La conclusione del romanzo costituisce una crudele conferma di questa pochezza: raggiunto il punto piu’ basso di degrado, ci si accinge ad entrare in una vita di assoluta normalita’ borghese. Particolarmente spietato e’ quello che Moravia scrive di Carla, che dopo essere stata sedotta dallo spregevole Leo, si accinge a sposarlo piu’ per mancanza di alternative che per convenienza:
Carla avrebbe sposato Leo…vita in comune, dormire insieme, mangiare insieme, uscire insieme, viaggi, sofferenze, gioie….avrebbero avuto una bella casa, un bell’appartamento in un quartiere elegante della citta’…qualcheduno entra nel salotto arredato con lusso e buon gusto, e’ una signora sua amica, ella le viene incontro…prendono il te’ insieme, poi escono; la sua macchina la aspetta alla porta, salgono, partono…Ella si sarebbe chiamata signora, signora Merumeci.”

A vent’ anni Moravia non aveva una dimensione politica, quella che, di segno progressista, manifesto’ molti anni dopo. In un’ intervista concessa alla fine degli anni 50, Moravia diceva: “ Non m’occupavo di politica: non sapevo nemmeno che esistesse il fascismo, allora. Leggevo, scrivevo e basta…..” Eppure Gli indifferenti e’ un romanzo che viene letto da tutti i critici, e direi con ragione, in chiave politica. Anzi, lo si ritiene un ritratto particolarmente efficace e incisivo della societa’ italiana durante il periodo fascista.
La caduta della speranza che e’ la necessaria premessa dell’ indifferenza e dell’ inerzia morale non e’ mai un dato puramente psicologico e individuale, e nemmeno soltanto il prodotto di un determinato ambiente sociale.
La demoralizzazione, soprattutto delle giovani generazioni, proviene dalla caduta di prospettive, dalla assenza di ipotesi di partecipazione non solo professionale, ma anche politica, alla vita collettiva. Alcuni possono optare per la chiusura per egoismo, ma quando l’ indifferenza e la chiusura diventano generalizzate allora dobbiamo rivolgere lo sguardo oltre la cerchia individuale, familiare, sociale, per abbracciare il tutto. Il romanzo coglie infatti l’ ethos di una nazione che viveva sotto il fascismo, la sua retorica che suscita doppiezza e scetticismo, la sua corruzione occulta ma che corrode la capacita’ dei singoli di agire con dignita’ e onore.
Citiamo ancora Moravia, in un testo degli anni 60: “la coscienza morale si era incallita al punto in cui gli uomini, muovendosi per solo appetito, tendono sempre piu’ ad assomigliare ad automi.”

Dopo questo spettacolare esordio giovanile, Moravia ritorno’ ancora sul nodo etico, psicologico e sociale del fascismo.
Con il consolidarsi del regime, negli anni 30, infatti, gli indifferenti diventano i conformisti. Nel suo romanzo pubblicato nel 1951, appunto Il conformista, Moravia rappresenta un ulteriore passo di degrado morale. Il protagonista, Marcello, anche lui animato da un’ esigenza di agio e normalita’ borghese la persegue mettendosi a disposizione del regime per le sue piu’ basse e criminali finalita’: l’ omicidio di un oppositore politico del fascismo. Non per passione politica, non per adesione ideologica, non per seguire gli impulsi di un carattere violento o feroce, che non e’ il suo – ma semplicemente per conformismo, per adeguarsi a quello che da lui ci si attende, e che da lui ci si attende per accettarlo come soggetto “normale” in quel tempo e in quel regime.
Emerge qui, tragica, l’incapacita’ di dire di no.

Romanziere e non politico, Moravia riesce tuttavia molto meglio di chi scrive di politica a renderci il senso umano, sociale e anche politico di un’epoca. Lontano dalla didatticita’ degli scrittori “impegnati”, mette in campo profili umani e intrecci narrativi che fanno emergere la condizione umana, l’ eterna problematicita’ morale di tutti i tempi e di tutti i luoghi.
Mai indifferente, mai conformista, Moravia ci esorta tutti a non essere noi stessi ne’ indifferenti, ne’ conformisti.


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