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La Tregua, Primo Levi

mercoledì 25 giugno 2014

In 17 brevi capitoli Levi rievoca, in prima persona, la liberazione e il viaggio di ritorno dal lager con un gruppo di compagni di prigionia; viaggio che risulterà assai travagliato e che si compirà attraverso la Bielorussia, la Romania, l’Ucraina, la Romania, l’Ungheria, l’Austria, la Germania, da giugno del 1945 ad ottobre dello stesso anno.
E’ la descrizione del periodo che l’autore, alla fine del libro, definirà “la tregua”, una sorta di pausa tra il passato dalla ferocia inaudita e il futuro tanto incerto per individui così profondamente segnati e straziati dall’esperienza disumana dei campi di sterminio.

Trama
Il racconto ha inizio con l’arrivo dell’armata russa, il 27 gennaio 1945, dopo laBuna-Monowitz, nel quale si trova anche Levi.
ritirata dei tedeschi che hanno abbandonato i prigionieri ammalati al loro destino nel campo di
La gioia per la liberazione è grandemente limitata dalla pietà, dal ritegno, dalla vergogna, dal pudore, dalla pena per il male commesso dai tedeschi, dalla compassione per coloro che ingiustamente l’hanno subito, dal dolore per i morti e dall’impossibilità di estinguere l’offesa: questi sentimenti sono comuni ai prigionieri e ai russi liberatori.
Da Buna i superstiti vengono condotti al “campo grande”, il tristemente famoso lager di Auschwitz.
Levi, malato e febbricitante, viene issato sul carro che lo trasporterà dagli amici Charles ed Arthur.

Giunti nella “smisurata dimora” con i suoi “tetri edifici quadrati di mattoni nudi”, i russi conducono tutti a fare un bagno “purificatore”, quasi a levar loro di dosso le vestigia del modello tedesco e conformarli al loro.
Levi viene condotto nel reparto infettivo di un’immensa infermeria, dove i malati muoiono a dozzine, poi in un locale più piccolo, dove rimane incosciente per cinque giorni. Dopo essersi miracolosamente ripreso, ha il permesso di uscire dall’infermeria e riesce a rifugiarsi in un Block; ma al mattino dopo incappa in un trasporto russo diretto verso un misterioso campo di sosta. Dopo due ore di viaggio viene scaricato presso una linea ferroviaria con i suoi compagni, una decina di uomini, tra cui il greco Mordo Nahum, col quale stringerà un amichevole sodalizio.

Sopravvissuti ad una lunga notte di gelo, riescono a prendere un treno per Cracovia e, dopo aver sofferto ancora una nottata di fame e di freddo, riescono a giungere a piedi, non senza difficoltà per l’italiano che non ha scarpe, a 7 chilometri dalla città. Raggiunto il centro con un tranvai, riescono, corrompendo un maresciallo, a farsi ammettere in una caserma di italiani, nella quale vi è un’atmosfera calda e gioiosa e dove il greco, alquanto scontroso con il suo compagno di viaggio, sostiene una brillante conversazione.
Al mattino successivo Mordo costringe Levi a seguirlo al mercato, dove riesce a procurarsi denaro per il cibo vendendo una camicia contenuta nel grande sacco che si portava sempre dietro.
Dopo due notti nella caserma italiana, i due partono per Katowice, dove arrivano in tre giorni dopo aver percorso 80 chilometri. Nel campo di Bogucice si separano: Mordo raggiunge i greci, mentre Levi è indirizzato nel capannone degli italiani, che vivevano sotto la direzione del ragionier Rovi e quasi senza nessun controllo da parte dei russi. In questo campo Levi lavorerà in infermeria col medico Leonardo e con l’infermiera Maria Fjodorovna e sarà aiutato a redigere i verbali da una giovane e graziosa ragazza ucraina, Galina. Qui, però, la più grande amicizia viene allacciata con Cesare, un ragazzo romano, capace, come il greco, di ogni tipo di traffico, ma più solare, più generoso ed abile.
Nel campo di Bogucice la vita è del tutto sopportabile, tuttavia Levi, come tanti altri, comincia a provare disagio, nostalgia, noia; ma l’8 maggio, finalmente, arriva l’annuncio della fine della guerra, che viene festeggiato con rappresentazioni teatrali e una partita di calcio. La pioggia presa dopo la partita fa ammalare Levi di pleurite secca, dalla quale viene guarito dall’ambiguo e intelligente dottor Gottlieb. Guidati da quest’ultimo, gli italiani inizieranno il viaggio di ritorno in Italia.


Dopo una sosta di tre giorni a Zmerinka, dove si sono aggiunti altri 600 italiani piuttosto agiati, provenienti dalla Romania e dove gli 800 superstiti sono costretti a sopravvivere con espedienti di ogni tipo, il viaggio riprende.
La destinazione però è un nuovo campo di raccolta profughi, quello di Sluzk, nel quale rimarranno una decina di giorni per poi essere trasferiti a Staryje Doroghi, dove sosteranno per ben due mesi.
L’attesa, nonostante alcune proiezioni filmiche e una rivista teatrale messa in scena dai “rumeni”, è assai lunga e produce sentimenti di nostalgia e di noia e desideri di contatti umani, di lavoro fisico e mentale e di novità per allontanarsi dall’ozio forzato.
Il 15 settembre, gli italiani possono finalmente partire per la loro casa. Il viaggio si preannuncia lentissimo e non privo di imprevisti, poichè segue un percorso piuttosto disordinato, ma dopo varie peripezie, i profughi giungono in Moldavia, dove tutti si sentono immersi in una dimensione più familiare per il paesaggio, la lingua, le persone, tutti elementi che hanno caratteristiche simili a quelle degli italiani.
Al confine con l’Ungheria, a Curtici, sono costretti a rimanere fermi per 7 giorni; per questo Cesare abbandona i compagni e decide di tornare in Italia da solo.
L’8 ottobre sono a Vienna, dove sono trattenuti per tre giorni. Vedere la città disfatta e i tedeschi piegati non produce nelle vittime nessuna gioia.
L’ 11 ottobre lasciano Vienna e raggiungono il campo di St.Valentin, vicino Linz, nel quale saranno lavati e disinfettati col DDT.
Il 15 ottobre giungono a Monaco: essere in terra tedesca suscita insofferenza, tensione, rancori e fa porre domande su quanto i tedeschi “sapessero” delle atrocità vergognosamente commesse a danno di milioni di persone.
Dopo Monaco, un altro gruppo di giovani ebrei provenienti da tutta Europa si aggiunge ai 1400 italiani. In tutti i modi vogliono giungere in Israele: hanno acquistato un vagone, lo hanno agganciato al treno; una nave li attende a Bari.
Passato il Brennero, una folla di tristi ricordi per coloro che non sarebbero più tornati e di domande sull’avvenire invadono l’animo dell’autore e gli fanno, in qualche modo, rimpiangere questi mesi di vagabondaggio e di peripezie, questa “tregua” fra il triste passato e l’incerto futuro, questo periodo in cui non aveva dovuto attuare scelte personali e aveva potuto, talora, anche fluttuare nella dimensione dolce-amara della vittima: ora occorreva veramente rientrare nella vita!
Il 17 ottobre, a Verona, Levi si separa dai compagni, dopo aver ricevuto la benedizione del Moro, il bestemmiatore, impartita a lui e a Leonardo.
Dopo 35 giorni di viaggio, il 19 ottobre, Levi giunge a Torino dove trova la sua casa intatta e i suoi sani e salvi. L’incubo pare finito, se non fosse per un sogno ricorrente che lo perseguita: da una situazione di gioia e di quiete si passa di nuovo al caos: è di nuovo il lager con le sue atroci brutture!

I PERSONAGGI
Lungo tutto il romanzo si snoda una interminabile galleria di personaggi, taluni appena accennati, altri descritti minuziosamente nelle loro caratteristiche fisiche e psicologiche. Su ciascuno di essi pesa la tragica esperienza dei campi di sterminio, dalla quale qualcuno si è lasciato schiacciare per sempre e che qualche altro tenta di cancellare e superare per poter ricominciare in qualche modo a vivere.
I primi due che si incontrano nel libro sono Charles ed Arthur, i due amici francesi che l’autore aveva già descritto in “Se questo è un uomo” e che ora aiutano amorevolmente Levi, malato, a salire sul carro del russo Yankel, incaricato del trasferimento dei superstiti al campo di Auschwitz (qui si separeranno dall’amico per raggiungere il gruppo francese).
A Buna, la pietosa attenzione di Levi è rivolta anche a Thylle, un prigioniero tedesco che, dopo la ritirata dei suoi, ha assunto il ruolo di severo capobaracca del Block 20 e che la sera della liberazione, inaspettatamente, rivela la sua fragilità psicologica piangendo per la sua condizione di disperata solitudine e intonando, pateticamente, l’Internazionale.
Nell’infermeria di Auschwitz l’autore incontra numerose persone: uomini, donne, bambini di ogni nazionalità. Tra questi il piccolo Hurbinek, di tre anni, paralizzato, incapace di parlare, che morirà a marzo, dopo essere stato teneramente accudito da Henek, un ragazzo ungherese di quindici anni. Questi viene descritto in maniera alquanto precisa e gode sicuramente delle simpatie dell’autore e degli altri malati, verso i quali è sempre disponibile e servizievole: è piccolo, sano, robusto, affettuoso; ha un aspetto mite, ma nutre istinti pacatamente sanguinari, “appresi” alla “scuola” del lager. Riuscito a diventare Kapo dei ragazzi a Birkenau, è diventato capace di escogitare ogni espediente per sopravvivere, tanto che possiede una sacco pieno di cibo perduto dai tedeschi durante la ritirata e da lui nascostamente raccolto. Henek è oggetto di desiderio di due infermiere, Hanka, una ventiquattrenne dalla carnagione olivastra e dai lineamenti duri e volgari, e Jadzia, una giovane ragazza piccola e timida alla continua ricerca di contatto con qualche uomo. Amico di Henek è Noah, sovraintendente alla pulizia delle latrine e dei pozzi neri; egli è spirito libero, forte, vorace e appassionato amante di gran parte delle donne del campo.
Oltre che da Henek, i malati sono aiutati da Frau Vita, una vedova triestina, dal viso dolce e dal corpo disfatto che, ferita profondamente dalla vita del lager dove era stata incaricata del trasporto dei cadaveri, si è data ad una attività frenetica per esorcizzare le terribili immagini impresse in modo indelebile nella sua mente.
Allontanatosi dall’infermeria, dove aveva conosciuto tante altre persone come il piccolo Peter Pavel, l’ambiguo dodicenne Kleine Kiepura, la partigiana ebrea croata Olga, André e Antoine, due giovani francesi morti di difterite, Levi incontra il greco Mordo Nahum, grazie al quale riuscirà a superare numerose difficoltà. E’ un uomo di quarant’anni, alto, curvo, rosso di capelli e di pelle, ha occhi scialbi e acquosi, il naso ricurvo. Parla numerose lingue, ha scarpe nuove ai piedi e viaggia con un voluminoso sacco pieno di ogni mercanzia. Con lui Levi si avventura verso Cracovia e stabilisce un rapporto di conflittuale amicizia, fondata più sulla convenienza e l’ammirazione che su affinità intellettuali o morali. I due, infatti, sono profondamente diversi: il greco è uomo forte, solitario, freddo, razionale ed è capace di cavarsela in ogni situazione e con ogni espediente; Levi è più sensibile e riflessivo, profondamente toccato dall’esperienza del lager, che aveva rappresentato per lui uno stravolgimento mostruoso e anomalo della storia individuale e collettiva.

Insieme, comunque, riescono a procurarsi denaro per il cibo e a raggiungere Katowice, dove si separano per dirigersi nei capannoni loro assegnati in base alla nazionalità. Si saluteranno quando i greci partiranno per la loro terra e si rivedranno nel campo di Sluzk, dove Mordo “commercia” in donne.
A Katowice Levi conosce Leonardo, medico proveniente da Buna e fortunosamente campato per tre volte alla camera a gas. E’ persona capace di sopportare ogni sventura, è coraggioso e paziente. Con lui lavora l’nfermiera Maria Fjodorovna, una quarantenne energica, arruffona e sbrigativa, che si procurava i medicinali in ogni modo possibile. In seguito, nell’infermeria, dove anche Levi è stato impiegato, giunge Galina, una diciottenne ucraina graziosa e spensierata, non molto seria, ma con un sentimento positivo della vita. E’ in grado di tradurre dal tedesco al russo ed ha il compito di redigere i verbali su medicinali e malati. Tornerà a casa a maggio, “lasciando dietro di sè un profumo aspro di terra, di giovinezza e di gioia”. Quando la rivedrà alla stazione di Kazatin durante il viaggio di ritorno, Levi si renderà conto di essere stato attratto da lei e di aver perso l’occasione di amarla.
L’amicizia più profonda che l’autore stabilisce a Katowice è però quella con Cesare. E’ un giovanissimo ragazzo romano già conosciuto a Buna, dove, tormentato dalla dissenteria, era stato aiutato dall’amico torinese. Scampato al campo era stato poi messo dai russi a scavar trincee. Cesare, col quale Levi vive numerose e talora divertenti avventure, è come il greco, abile nei più disparati traffici tesi alla sopravvivenza, ma è più solare, più generoso, più allegro; affascinante ed astuto, ha addosso una gran voglia di vivere. A Curtici, al confine con l’Ungheria, Cesare abbandonerà i compagni per tornarsene a Roma con altri mezzi, lasciando in tutti una situazione di grande vuoto. In questo campo Levi conosce altre numerose persone: il dottor Gottlieb, misteriosamente scampato ad Auschwitz ed ora affermato medico di Katowice, che lo guarisce dalla pleurite; il Moro di Verona, muratore di settant’anni, iracondo, sdegnato e bestemmiatore, che ha sempre vissuto e lavorato per una figlia disabile; alcuni delinquenti come il Ferrari (il pidocchioso), il Trovati (ex barbiere truffato, attorucolo e assassino), il Cravero (ladro, rapinatore, truffatore), il vecchio triestino Unverdorben (musicista fallito e viaggiatore), D’Agata (ossessionato dalle cimici).
Durante il viaggio fino a Staryje Doroghi gli incontri sono del tutto occasionali e
superficiali: sfilano sotto i nostri occhi due giovani ragazze ebree, i 600 italiani rumeni, un gruppo di nomadi, una dozzina di tedeschi abbandonati, uomini e donne su tradotte militari e civili che rientrano in patria distrutti nell’intimo dalla terribile esperienza, numerosi russi.
A Staryje Doroghi Levi conosce altre persone: l’ascetico, ma produttivo Cantarella, che fabbrica pentole; due prostitute tedesche; l’ebreo Velletrano, l’omone russo che vuole a tutti i costi insegnargli la sua lingua; il delirante soldatino russo che ha ucciso cinque tedeschi; lo scontroso e tenebroso Tenente; la disperata Flora che lo aveva sfamato a Buna. E poi ancora, sulla via del ritorno, gli ebrei di Iasi; Vincenzo, il ragazzo epilettico; l’ungherese Pista; i ragazzi ebrei.
Accanto a tutti questi personaggi si muovono per tutto il romanzo altri numerosi individui, la maggior parte dei quali senza nome e senza volto, ma, se non sono russi o tedeschi, sempre con un atroce numero tatuato sul braccio e con lo strazio nel cuore e nella mente.

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