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Lia LEVI, Una bambina e basta

martedì 10 giugno 2014

Lia LEVI
Trama

Il racconto parla della storia di una bambina italiana cresciuta in un periodo un po' sfortunato.

Questa sfortuna non è dovuta solamente al fatto che vi è la seconda guerra mondiale, ma anche dal fatto che lei, come altri suoi coetanei, deve portare con sé un "handicap", un qualcosa che la distingue dai comuni bambini , quello di essere ebrea, perchè in Germania vi è un certo Hitler che ce l'ha con gli ebrei; quindi insieme alla sua famiglia è costretta a scappare da Torino per trasferirsi inizialmente a Milano e successivamente a Roma dove, per sfuggire alla deportazione insieme alla sorella e alla madre, viene nascosta in un convento cattolico, Maria Cristina Cavaldi .

In questo luogo si trova al sicuro anche se la paura è all'ordine del giorno; per esempio quando vede dalla finestra dei soldati tedeschi con il fucile spianato, lei pensa che abbiano scoperto che nel convento sono nascosti degli ebrei.

Vivendo in questo ambiente, arriva al punto in cui vuole cambiare fede perchè è attratta da quel "mondo cattolico" non minacciato; però a questo punto interviene la madre la quale è furibonda con lei e soprattutto con le suore che l'hanno influenzata, non perchè le importi molto della religione ebraica, ma perchè l'ebraismo è un'identità che vuole difendere .

Con la madre non ha un buon rapporto, perchè non ha tempo per le carezze e altri gesti affettuosi, ma è afflitta dalla preoccupazione di dover proteggere le sue bambine da quelle persone tanto crudeli che impediscono loro di vivere una vita normale.

Con il padre, invece ha rapporto più sereno perchè è più dolce e più affabile; però è meno stretto perchè lui, non vive in convento insieme alla famiglia ,anche se saltuariamente va a fargli visita.

A guerra finita, libera dalla preoccupazione, è proprio la madre che riesce a far capire alla figlia che da quel momento l’essere ebrea non rappresenta più un handicap perchè non esiste distinzione fra una bambina ed una bambina ebrea.



Pagina esemplare

La pagina che mi ha colpito di più è la 120-21.

´Ecco, siamo nella nostra casa striminzita e rappezzata e con Maria, la nonna e i loro litigi ora siamo davvero stretti. La sera ci lasciano restare un po’ alzate con loro come se fossimo diventate più grandi, mentre in verità è passato appena un anno da quando correvamo a piedi scalzi a Villa Sciarra. Nella penombra soffice e calda, quando c’è la corrente elettrica ascoltiamo tutti i nsieme la radio. Risuonano frasi misteriose scandite regolarmente a spezzare i nostri programmi preferiti. "Il nonno ha la barba bianca… ripetiamo… il nonno ha la barba bianca…". Sono messaggi che vanno lontano, dove ancora combattono… meglio non sapere, non capire troppo cosa succede prima di addormentarsi quando tutto si confonde: è più dolce la nebbiolina ed essere cullati da quella nenia magica amica.

Alla radio scrivo un giorno una lettera per partecipare ad un gioco, forse un concorso. Sono ancora nel cerchio di mia madre e così corro a fargliela leggere, prima di inbucare il foglietto nitido dove ho sforzato la scrittura a meglio.

"Cara radio" comincia la letterina, "sono una bambina ebrea…". Mia madre legge e con un grande gesto come di teatro comincia a strappare il foglio scritto in pezzi sempre più piccoli. La guardo sbalordita: che grande errore ci può mai essere? E’ anche se c' è da correggere, perchè questo insolito rompere tutto? Dispetti così la mamma non me li aveva mai fatti. Mamma non sembra arrabiata, anzi, è quasi allegra e butta i pezzetti del mio lavoro in aria come se fossero coriandoli di carnevale. La guardo ariosa e offesa. Anche mamma mi guarda, ma con una speciedi ilare indulgenza: "non sei una bambina ebrea, hai capito? Hai capito? Sei una bambina. Una bambina e basta".

Una bambina e basta. Ho scelto questa pagina perchè si distingue da tutte le altre per la serenità che la pervade, poichè la guerra è finita e tutta la famiglia si trova riunita nella "vecchia" casa a Torino .

Quello che mi ha maggiormente colpito è la frase con la quale termina il libro che è anche la frase che lo ha intitolato, perchè la madre con queste parole vuole "entrare nella mente" della figlia per "abbattere quel muro" che la distingue da una bambina normale.



I PERSONAGGI


La bambina che è la protagonista del racconto, ed è descritta come una bambina molto timida, ma intelligente e molto sensibile.


La madre che è vista come una donna molto forte, severa e arrogante anche se alla fine mostra alla figlia un lato di sè che lei non ha mai conosciuto.


Il padre che è una figura distante dalla bambina, ma ha con lei un rapporto senza tensioni. Non vive nel convento, ma talvolta va a trovare moglie e figlie.


Tra le suore che hanno influenza sulla piccola protagonista c'è soprattutto Suor Maria Speranza, la sua insegnante.


ANALISI DEL LIBRO
Questo breve ma intenso libro autobiografico racconta alcuni anni della storia dell’autrice Lia Levi, dall’infanzia all’adolescenza. Sullo sfondo stanno le drammatiche vicende storiche: dalle discriminazioni delle leggi razziali, allo svolgersi della seconda guerra mondiale fino allo sbarco degli alleati ed alla sua conclusione.

Le persecuzioni, i bombardamenti, i rastrellamenti, fanno da motore rispetto alla storia della famiglia Levi in fuga. Il piano principale del racconto è costituito dalla narrazione dei tanti piccoli eventi vissuti e narrati dalla bambina, momenti che nel loro insieme costituiscono lo svolgersi della storia personale della piccola Lia all’interno di quella familiare e di quella storica.

La consapevolezza della reale portata degli eventi, cresce nella bambina a poco a poco, impedita inizialmente sia dalla sua visione infantile, ingenua e limpida sia dagli schermi e dalle omissione che i suoi familiari frappongono tra lei e la realtà, nella volontà di proteggerla:

“- Mamma, perché comprate sempre i giornali in questo periodo?”; “- Perché non posso più tornare alla mia scuola?”. Deve imparare nuove abitudini con un papà che diventa disoccupato e “non esce più alla mattina”.


L’antisemitismo è il primo dramma che incornicia la sua vita, inizia con una persistente sensazione di colpa. La discriminazione delle leggi razziali, che subisce, che non le consente di seguire le stesse semplici abitudini delle compagne, nei giochi e negli orari, diventa ai suoi occhi una vergogna da nascondere: - “C’è come una colpa nella mia vita, qualcosa di riprovevole e segreto di insensato e pauroso”.

L’entrata in guerra della Francia ed il tentativo di espatrio fallito, da parte della sua famiglia, diventano l’impossibilità di ritrovare le sue cose: -“La nostra casa è partita per la Francia e noi siamo qui (…) come lumache senza guscio, vermiciattoli, senza stanze, senza cassetti da aprire per prendere le cose che servono”.

Iniziano i trasferimenti della famiglia Levi, da Torino a Milano, poi a Roma inseguendo la possibilità di un lavoro per suo padre, e forse, la salvezza. Ma i tedeschi entrano a Roma. In questa fase del racconto, l’oscuro senso di colpa per la condizione di perseguitati, lascia il posto alla paura. La paura che legge nei volti dei suoi genitori. Le notti non sono più serene, la bimba ascolta parlottii sommessi: - “Mamma, perché non mi svegli, perché non mi aiuti spiegandomi che tutto va a posto?” Si chiede con la tipica ingenuità infantile, con la speranza che una semplice formula possa cacciare via la mostruosità di ciò che accade, rimettendo “a posto” i pezzi del suo mondo nel quale ogni sicurezza sembra perduta.

I tedeschi incominciano i rastrellamenti “a portar via gli ebrei”. Ed ecco la famiglia di nuovo in strada, ciascuno con una valigia: - “Ci guardano sbieco, non è il percorso della stazione.”

La famiglia subisce anche il dramma della separazione: -“Mamma, dov’è papà? I papà non scompaiono così, che uno non sa dove siano.” … da ogni incertezza scaturiscono nuove paure.


Il rifugio nel convento di suore, malgrado il freddo e la scarsità del cibo, sembra dare momenti di consolazione nella vita comune con altre bambine, più piccole e più grandi, ma non mette mai al riparo dalla paura. La paura prende corpo e cresce. Che sapore ha? “Ha un sapore di ferro in bocca, come le medicine. Ti stringe la gola, ti fa sprofondare e risalire. Ti lascia traballante come un insetto senza zampe”.

La paura è anche una “nebbiolina che si infila in tutti gli spazi della giornata e non ti lascia più”. Una paura che diventa orrore di fronte al mancato rientro di due piccole amiche cadute con la loro famiglia in una retata delle SS. “L’orrore è una montagna nera così grande che non si può guardare”. Una visione non nitida di tanti fatti, propria dei bambini, protegge Lia, come nell’episodio dell’arresto e del processo dell’amata zia che avrà come epilogo la fucilazione.


Nel convento la ragazza, ormai tredicenne, si pone dubbi riguardo alla propria fede, che le è imposta dalla nascita, e che è per lei come il suo stesso corpo, come la sua faccia: “qualcosa che mi è stato dato”. “Preferisco un dio che ama ad uno che si impunta sull’occhio per occhio” dice a sua madre. Si tratta forse del bisogno di un rifugio sicuro in “un dio buono” che, finalmente, non metta in pericolo ma che protegga.
La speranza arriva con i soldati americani, ma non ci sono i soldi per il mangiare, anche la casa cui si torna con tanto desiderio sembra estranea. Alla fine emerge anche nel cuore di sua madre, che l’ha sempre costretta a rispettare le regole della propria religione ed a mantenere la propria diversità, la volontà di farla sentire finalmente in pace, di liberarla dal peso di questa identità, di farla sentire “una bambina e basta”. Lia non è però più una bambina soltanto, lo dimostra nel corso del racconto con la sua capacità di farsi carico delle esigenze di altre piccole, spaventate o sconvolte, che ha intorno a sé e che riesce a proteggere e rassicurare, nella cresciuta capacità di capire l’effettiva portata degli eventi. Quella forza, che riconosce peculiare delle donne, “delle madri ebree”, tigri nel difendere i propri figli, le appartiene.
Il coraggio e la forza femminili nel contrastare le avversità, nel difendere i familiari dai pericoli, rimane una costante che attraversa il racconto, più dell’identità religiosa, resa in fin dei conti evanescente specie nel finale con la figura del Rabbino che dopo una solenne benedizione, “è corso in Vaticano per convertirsi al cristianesimo”, e l’epilogo con la voce della madre che le dice”Non sei una bambina ebrea, hai capito? Sei una bambina. Una bambina e basta”.

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