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L’interferenza come fenomeno linguistico

giovedì 5 giugno 2014


Il fatto dell’ influenza, semplice o reciproca, tra due lingue si chiama interferenza linguistica. Prima di occuparsi dei prestiti francesi nel linguaggio della moda, si avvicinerà sommariamente il fenomeno ricorrendo alla teoria di Leonard Bloomfield, linguista statunitense, il quale, pur abbordando il problema dell’interferenza linguistica dal punto di vista della lingua inglese, è riuscito a formulare alcune teorie che sono applicabili a qualsiasi lingua.

Ogni comunità linguistica impara dai suoi vicini. Oggetti – naturali o fatti da l’uomo – passano da una comunità all’altra, nella stessa maniera anche modi di comportamento, processi tecnologici, abitudini militari, riti religiosi o maniere sociali. Questa estensione di oggetti ed abitudini è stata chiamata da etnologi diffusione culturale1. Assieme alle cose e alle usanze vengono diffusi anche i loro nomi. Così per esempio un italofono, o una persona bilingue o con una conoscenza del francese come lingua straniera, introducendo un oggetto francese ai suoi compatrioti lo designa con il suo nome francese2. La diffusione culturale è dunque strettamente legata con la diffusione linguistica.

Se la persona introducente una nuova parola o un utente posteriore ha una buona conoscenza della lingua straniera, può pronunciare la parola nella sua forma foneticamente originaria anche nel contesto della lingua ricevente. Comunque, molto più spesso succede che il locutore ricorre a un adattamento muscolare3 sostituendo un suono proprio alla sua lingua madre al suono straniero, ad esempio in una frase italiana, egli pronuncia la parola francese roulotte con una r alveolare invece dell’r uvulare francese. Nella sostituzione fonetica, i locutori permutano suoni stranieri con i fonemi della lingua madre.

Se i membri della comunità linguistica che accettano i prestiti conoscono più o meno il sistema fonetico della lingua straniera o se i prestiti sono relativamente numerosi, i suoni stranieri possono essere mantenuti nella loro forma originaria a costo di violare il proprio sistema fonetico. In questo aspetto esistono molte differenze locali e soprattutto sociali. Bloomfield rapporta gli esempi dell’inglese che ha spesso conservato la pronuncia dei nasali nei prestiti francesi, come per esempio nella parola salon [sa'lɔ̃], rendez-vous [rɑ̃de-vu] o enveloppe [ɑ̃v(ə)lɔp]. Dove la conoscenza della lingua straniera cresce, si approssima anche la maniera della pronuncia alla forma corretta nella lingua straniera. Lo stesso adattamento può arrivare in un tempo molto più lungo in caso che la lingua ricevente sviluppa un nuovo fonema che corrisponde meglio al fonema della lingua straniera da cui si presta. 4

In tutti i momenti del processo, l’assimilazione dei prestiti pone i problemi. Si devono considerare diversi fattori, da un adattamento basato sulle abitudini individuali di ogni locutore, fino a un tale cambiamento fonetico e morfologico che si oscura la comprensibilità della parola. Dopo un certo numero di prestiti di una lingua però se ne deriva una relazione abbastanza regolare, per esempio delle forme adattate dei prestiti francesi in italiano verso le forme originarie in francese, che tutte le parole arrivate nell’epoca recente possono esser adattate secondo il modello dei prestiti più vecchi.5

Le parole assunte da un sistema linguistico straniero sono sottoposte al sistema sintattico e morfologico della lingua ricevente (in inglese per esempio il funzionamento del prestito rouge: some rouge, this rouge), così come all’inflessione (in inglese garages) o alla formazione di composizioni e di derivati (di nuovo in inglese: rouge-pot, rouging).6 D’altra parte, se i prestiti di una lingua sono numerosi, la loro forma può suscitare una nuova regola grammaticale riguardante esclusivamente i prestiti di tale lingua.7



Note
1. Leonard Bloomfield, op. cit., p. 445.
2. Ibidem.
3. Ibidem.
4. Leonard Bloomfield, op. cit., pp. 447-448.
5. Leonard Bloomfield, op. cit., p. 450.
6. Cfr. Leonard Bloomfield, op. cit., p. 453.
7. Leonard Bloomfield, op. cit., p. 454.
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