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Natalia GINZBURG, Lessico famigliare

martedì 10 giugno 2014

"Nella mia casa paterna, quand'ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: - Non fate malagrazie!(1)
Se inzuppavamo il pane nella salsa, gridava: - Non leccate i piatti! Non fate sbrodeghezzi!(2) non fate potacci!(2) Sbrodeghezzi e potacci erano, per mio padre, anche i quadri moderni, che non poteva soffrire.(3)
Diceva: - Voialtri non sapete stare a tavola! Non siete gente da portare nei loghi!(4)
E diceva: - Voialtri che fate tanti sbrodeghezzi, se foste a una "table d'hôte"
in Inghilterra, vi manderebbero subito via.
Aveva, dell'Inghilterra, la più alta stima. Trovava che era, nel mondo, il più grande esempio di civiltà.
Soleva(5) commentare, a pranzo, le persone che aveva visto nella giornata. Era molto severo nei suoi giudizi, e dava dello stupido a tutti. Uno stupido era, per lui, "un sempio"(6) - Mi è sembrato un bel sempio, - diceva, commentando qualche sua nuova conoscenza. (...)
Passavamo sempre l'estate in montagna. Prendevamo una casa in affitto,bper tre mesi, da luglio a settembre. Di solito, erano case lontane dall'abitato;be mio padre e i miei fratelli andavano ogni giorno, col sacco da montagna sulle spalle, a far la spesa in paese. Non c'era sorta di divertimenti o distrazioni. Passavamo la sera in casa, attorno alla tavola, noi fratelli e mia madre.
Quanto a mio padre, se ne stava a leggere nella parte opposta della casa; e, di tanto in tanto, s'affacciava alla stanza, dove eravamo raccolti a chiacchierare e a giocare. S'affacciava sospettoso, accigliato; e si lamentava con mia madre della nostra serva Natalina, che gli aveva messo in disordine certi libri; "la tua cara Natalina", diceva. "Una demente" diceva, incurante(7) del fatto che la Natalina, in cucina, potesse udirlo. D'altronde alla frase "quella demente della Natalina" la Natalina c'era abituata, e non se ne offendeva affatto.

A volte la sera, in montagna, mio padre si preparava per gite o ascensioni. Inginocchiato a terra, ungeva le scarpe sue e dei miei fratelli con del grasso di balena; pensava che lui solo sapeva ungere le scarpe con quel grasso.
Poi si sentiva per tutta la casa un gran rumore di ferraglia: era lui che cercava i ramponi, i chiodi, le piccozze . - Dove avete cacciato la mia piccozza? - tuonava. - Lidia! Lidia! dove avete cacciato la mia piccozza ?
Partiva per le ascensioni alle quattro del mattino, a volte solo, a volte con guide di cui era amico, a volte con i miei fratelli; e il giorno dopo le ascensioni era, per la stanchezza, intrattabile; col viso rosso e gonfio per il riverbero
del sole sui ghiacciai, le labbra screpolate e sanguinanti, il naso spalmato di una pomata gialla che sembrava burro, le sopracciglia aggrottate sulla fronte solcata e tempestosa, mio padre stava a leggere il giornale, senza pronunciare verbo: e bastava un nonnulla a farlo esplodere in una collera spaventosa.
Al ritorno dalle ascensioni con i miei fratelli, mio padre diceva che i miei fratelli erano "dei salami e "dei negri"(8), e che nessuno dei suoi figli aveva ereditato da lui la passione della montagna; escluso Gino, il maggiore di noi, che era un grande alpinista, e che insieme a un amico faceva punte (9) difficilissime; di Gino e di quell'amico, mio padre parlava con una mescolanza (10) di orgoglio e di invidia, e diceva che lui ormai non aveva più tanto fiato perchè andava invecchiando.
Questo mio fratello Gino era, del resto, il suo prediletto e lo soddisfaceva in ogni cosa; s'interessava di storia naturale, faceva collezioni d'insetti, di cristalli e d'altri minerali, ed era molto studioso. Gino si iscrisse poi in ingegneria; e quando tornava a casa dopo un esame, e diceva che aveva preso un trenta, mio padre chiedeva: - Com'è che hai preso trenta? Com'è che non hai preso trenta e lode?(11) E se aveva preso trenta e lode, mio padre diceva:
- Uh, ma era un esame facile.-

In montagna, quando non andava a fare ascensioni, o gite che duravano fino alla sera, mio padre andava però tutti i giorni "a camminare"; partiva, al mattino presto, vestito nel modo identico di quando partiva per le ascensioni, ma senza corda, ramponi o piccozza; se ne andava spesso da solo, perché noi
e mia madre eravamo, a suo dire, "dei poltroni, dei salami, e dei negri"; se ne andava con le mani dietro la schiena, col passo pesante delle sue scarpe chiodate, con la pipa fra i denti. Qualche volta, obbligava mia madre a seguirlo; - Lidia! Lidia! - tuonava al mattino, - andiamo a camminare! Sennò t'impigrisci a star sempre sui prati! -Mia madre allora, docile, lo seguiva; di qualche passo più indietro, col suo bastoncello, il golf legato sui fianchi, e scrollando i ricciuti capelli grigi, che portava tagliati cortissimi, benché mio padre ce l'avesse molto(12) con la moda dei capelli corti, tanto che le aveva fatto, il giorno che se li era tagliati, una sfuriata da far venir giù la casa.
- Ti sei di nuovo tagliata i capelli! Che asina che sei! - le diceva mio padre,
ogni volta che lei tornava a casa dal parrucchiere. "Asino" voleva dire, nel linguaggio di mio padre, non un ignorante, ma uno che faceva villanie o sgarbi; noi suoi figli eravamo "degli asini" quando parlavamo poco o rispondevamo male.
-Ti sarai fatta metter su dalla Frances!(13) - diceva mio padre a mia madre, vedendo che s'era ancora tagliata i capelli; difatti questa Frances, amica di
mia madre, era da mio padre molto amata e stimata, fra l'altro essendo la moglie d'un suo amico d'infanzia e compagno di studi; ma aveva agli occhi
di mio padre il solo torto d'avere iniziato mia madre alla moda dei capelli corti; la Frances andava spesso a Parigi, avendo là dei parenti, ed era tornata da Parigi un inverno dicendo: - A Parigi si usano i capelli corti. A Parigi la moda è sportiva. - - A Parigi la moda è sportiva, - avevano ripetuto mia sorella e mia madre tutto l'inverno, rifacendo un po' il verso alla Frances che parlava con l'erre; si erano accorciate tutti i vestiti e mia madre s'era tagliata i capelli,
mia sorella no, perché li aveva lunghi fino in fondo alla schiena, biondi e bellissimi; e perchè aveva troppo paura di mio padre. (...)

Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all'estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c'incontriamo, possiamo essere, l'uno con l'altro, indifferenti o distratti. Ma basta, fra noi, una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia (...) per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti,
e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole ci farebbe riconoscere l'uno con l'altro, noi fratelli, nel buio d'una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiro-babilonesi, la testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo.
Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare che sussisterà finchè saremo al mondo (...)

Come mai da quella stirpe di banchieri, che erano gli antenati e i parenti di mio padre, siano usciti fuori mio padre e suo fratello Cesare, del tutto destituiti d'ogni senso degli affari, non so.
Mio padre spese la sua vita nella ricerca scientifica, professione che non gli fruttava denaro; e aveva del denaro un'idea quanto mai vaga e confusa, dominata da una sostanziale indifferenza; per cui, quando gli capitò d'avere
da fare col denaro, lo perdette sempre, o almeno si condusse in modo da doverlo perdere, e se non lo perdette e gli andò liscia(14), fu un semplice caso. Lo accompagnò per tutta la vita la preoccupazione di trovarsi, da un momento all'altro, sul lastrico; preoccupazione irrazionale, che abitava in lui unita ad altri malumori e pessimismi, come il pessimismo sulla riuscita e sulla fortuna dei suoi figli; preoccupazione (...), che tuttavia non toccava, nelle profondità del suo spirito, la sua sostanziale, assoluta, intima indifferenza al denaro. Diceva "una forte somma" parlando di cinquanta lire, o anzi, come diceva lui, cinquanta franchi, perchè la sua unità di misura monetaria era il franco, e non la lira. La sera faceva il giro delle stanze, tuonando contro di noi che lasciavamo le luci accese; ma gli accadde poi di perdere milioni senza quasi accorgersene, o con certi titoli, che comprava e vendeva a caso, o con editori, ai quali cedeva i suoi lavori trascurando(15) di chiederne un equo compenso(16).

Dopo Firenze, i miei genitori se ne andarono a stare in Sardegna, perché mio padre era stato nominato professore a Sassari; e, per alcuni anni, vissero là. Poi si trasferirono a Palermo, dove sono nata io: l'ultima, di cinque fratelli. Mio padre andò in guerra, come ufficiale medico, sul Carso. E infine venimmo ad abitare a Torino.
Furono, i primi anni di Torino, per mia madre, anni difficili; era appena finita la prima guerra mondiale; c'era il dopoguerra, il caroviveri(17), avevamo pochi denari. A Torino, faceva freddo, e mia madre si lamentava del freddo,
e della casa che mio padre aveva trovato prima che noi arrivassimo senza consultare nessuno, e che era umida e buia"... 

Lessico
1) disastri 
2) porcherie
3) sopportare
4) da portare in società
5) aveva l'abitudine 
6) "un simplet"
7) "una pazza" diceva senza preoccuparsi ...
8) (N.B. in questo testo "negro e negrigura" non hanno un senso razzista)
9) "des sommets"
10) "un mélange"
11) "note maximale avec mention bien"
12) "il en voulait beaucoup à la mode..."
13) "tu t'es fait monter la tête par Frances"
14) gli andò bene
15) "en négligeant"
16) un giusto salario
17) l'aumento dei prezzi


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