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"Quel pasticciaccio brutto de via Merulana" di Carlo Emilio Gadda

giovedì 19 giugno 2014

AUTORE: Carlo Emilio Gadda nasce a Milano, in via Manzoni 5, il 14 novembre 1893,( il 14 è il numero fortunato di Gadda, un numero-destino: tra l’altro, il 14 di marzo è il giorno del furto Menegazzi da cui si dipana la vicenda del Pasticciaccio)da una famiglia della media borghesia lombarda, caduta in gravi difficoltà a causa dei disastrosi investimenti economici del padre («industriale idealista» che si rovina «in parte con gli esperimenti di coltivazione del baco da seta», e in parte facendo costruire una villa a Longone, in Brianza). Così Carlo Emilio Gadda trascorre «un'infanzia tormentata e un'adolescenza anche più dolorosa». Dopo la morte del padre (1909), la madre provvede al mantenimento della famiglia a prezzo di gravi sacrifici, pur senza disfarsi della villa di Longone. Per volontà materna è costretto a rinunciare agli studi letterari, e ad iscriversi alla più proficua Facoltà di ingegneria del Politecnico di Milano. Con la vana speranza di dare ordine, senso e forza, alla sua vita «orribilmente tormentata» si arruola volontario nella grande guerra, durante la quale scrive una serie di diari, editi nel 1950, e in forma più completa nel 1965, con il titolo Giornale di guerra e di prigionia. Al rientro a casa nel 1919, la notizia della morte del fratello aviatore, precipitato con il suo apparecchio durante un combattimento, lo getta in un stato di profonda depressione, da cui si riprende assai lentamente. Laureatosi in ingegneria elettrotecnica, lavora come ingegnere prima in Sardegna e in Lombardia, e poi tra il 1922 e il 1924 in Argentina.“Ingegner fantasia “,con folgorante ossimoro, si autodefinì il Gadda ibrido di questi anni, diviso tra passione letteraria e professione, a cui lo legavano non solo necessità economiche, ma anche il gusto del concreto, del contatto con la “marmaglia””: vivendo fuori del campo letterario, in un campo di azioni noiose e diligenti,posso portare qualche cosa della mentalità zotica del mestiere nelle regioni degli specialisti e dei raffinati: ne verrà un pasticcio curioso. Ritornato a Milano, si iscrive alla Facoltà di filosofia (ma non discuterà mai la tesi), e si mantiene insegnando matematica e fisica al liceo Parini. Nel 1925 riprende l'attività di ingegnere; e nel 1926 inizia a collaborare alla rivista fiorentina «Solaria», pubblicandovi saggi e racconti. Gadda visse a Roma negli anni 1926-27, l’epoca del  Pasticciaccio,perfetto romanzo-mappa della città e dei dintorni albani, nei qual si colgono gli echi dei curiosi e vigili itinerari dello scrittore. Tra il 1928 e il 1929, durante un lungo riposo dovuto a motivi di salute, elabora vari testi rimasti incompiuti. Nel 1931appare il suo primo libro La Madonna dei filosofi. Nel 1931 intraprende a scrivere Un fulmine sul 220, una novella, divenuta racconto lungo, poi romanzo in cinque capitoli, e infine abbandonato quando, dalle carte accumulate inizierà a profilarsi il contorno robusto dei Disegni milanesi dell'Adalgisa. Il romanzo incompiuto verrà successivamente ricostruito per l'editore Garzanti da Dante Isella (2000) sulle carte e i quaderni autografi di Gadda. Fallito il tentativo di vivere solamente con il suo lavoro letterario, torna all'ingegneria, ma continuando ad intensificare il suo impegno in campo letterario. Nel 1934 esce il suo secondo volume Il Castello di Udine, che vince il premio Bagutta. Nel 1936, in seguito alla morte della madre, vende la villa di Longone ed inizia a scrivere il romanzo La cognizione del dolore, l’altro suo capolavoro-sofferto travestimento del rapporto con la madre- iniziato dopo la morte di lei,che verrà pubblicato incompleto su «Letteratura» tra il 1938 e il 1941, mentre in volume uscirà nel 1963 (ottenendo il Prix International de Littérature), e poi nel 1970 con l'aggiunta di due capitoli inediti. Abbandonata definitivamente la professione di ingegnere, dal 1940 al 1950 vive a Firenze, dove si lega a scrittori e critici, come Bonsanti, Montale, Bo, Landolfi e molti altri. Negli anni della guerra escono Le meraviglie d'Italia (1939), Gli anni (1943), e la raccolta L'Adalgisa (1944). Nel '50 l'incarico di redattore dei programmi culturali della Rai viene a migliorare la sua disperata situazione economica. Nel 1953 ottiene il premio Viareggio con Le novelle del Ducato in fiamme; inoltre, sempre nello stesso anno, l'editore Livio Garzanti lo persuade a portare a termine Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (pubblicato parzialmente su «Letteratura» dal 1946 al '47), che uscirà nel 1957 ottenendo un vasto consenso di pubblico. Il lavoro di completamento, riscrittura e rifinitura del romanzo fu estenuante: ma, gradevolmente fu anche occasione di escursioni (sovente motociclistiche, lui così timoroso ed ormai anziano) ai Castelli e per la campagna romana lungo la via Appia; Gadda intendeva cogliere particolari e toponimi, ritrovare e ricreare cieli e paesaggi: da questa scrupolosa rilevazione germineranno gli scenari delle scorribande albane del brigadiere Pestalozzi sulla “Motoguzzi”(cap 59), o del suo sudato procedere sulla bicicletta “miracolo” verso il casello di Casal Bruciato (cap 9), o, ancora quelli del viaggio di Ingravallo sulla nera 1200, “una bara”. Da Roma a Marino e, infine, a Or di Gheppio, dove termina il romanzo. Negli anni successivi cresce notevolmente la sua fama. Diviene modello per gli scrittori della Neoavanguardia; e vengono pubblicate molte sue opere rare o inedite: la raccolta di saggi I viaggi e la morte (1958), Verso la certosa (1961), la raccolta di novelle Accoppiamenti giudiziosi (1963), Eros e Priapo (1967), La meccanica (1970), Novella seconda (1971). Ciò nonostante non muta il suo distaccato e traumatico rapporto con il mondo: Gadda continua a vivere nel suo doloroso e tormentato isolamento accudito da una fida governante-segretaria Giuseppina l’assistente ,come lui la chiamava:”E’ bravissima,mi ha salvato la vita in più occasioni. Io sono vivo grazie a lei e lei vive per me. Vuol dire che creperemo insieme” E a lei , alla morte, che lo coglie a Roma il 21 maggio 1973, lascerà i suoi beni. Nel corso dei funerali che si svolsero nelle vicinanze della chiesa di San Luigi dei Francesi, qualcuno fece accendere la lampada che nella Cappella Contarelli illumina gli stupendi dipinti di Caravaggio, una delle mete preferite delle solitarie passeggiate del commendator Angeloni, doppio dello scrittore per celibato e solitudine,quella solitudine che di per sè sola viene considerata un indizio,il marchio della colpa kafkiana:”la sua faccia…una muta disperata protesta contro…la crudeltà d’ogni inquisizione organizzata;”Con tutti sono in colpa…sono sempre sotto processo:proprio come nel processo di  Kafka”.

ANNO DI PUBBLICAZIONE: Pubblicato parzialmente su «Letteratura» dal 1946 al '47, uscirà nel 1957.

GENERE LETTERARIO: Giallo, tragedia, commedia, commedia nera; sono molte le determinazioni che si possono attribuire al Pasticciaccio. L’etichetta di giallo è accreditata dallo stesso Gadda; certo non un giallo tradizionale, con piste accennate e non portate a termine, possibili complici o colpevoli  lasciati sfuggire, un’arma del delitto fantasma e con un’inadempienza fondamentale, quella relativa al colpevole.

PERSONAGGI:
  • Don Ciccio: il suo nome è Francesco Ingravallo, ma tutti lo chiamano Don Ciccio. È un funzionario della sezione investigativa della polizia di Roma. È giovane, ha trentacinque anni, di statura media, un po' tozzo. Ha i capelli neri, folti e crespi, il suo fare è un po' tonto, ma solo in apparenza, infatti, egli è un grande esperto degli uomini e delle donne, un acuto osservatore e quindi un bravissimo agente, anche se al primo sguardo non si presenta come tale. Egli segue tutte le indagini durante la vicenda e lo fa con molta passione anche poiché la vittima era una sua cara amica.
  • Liliana Balducci: è la vittima del delitto compiuto durante il racconto. È una signora molto affascinante dai capelli castani e la pelle molto chiara. La sua voce ha un timbro dolce e profondo che incanta quasi il dottor Ingravallo, il quale è molto colpito anche dallo sguardo della signora che egli definisce come ardente. La signora compare per la prima volta nel romanzo quando Don Ciccio si reca a casa dei Balducci per un pranzo. Qui l'ispettore nota che la donna è piuttosto pensierosa, ma in quel momento l'uomo non ci fa caso. Quando si scoprirà l'omicidio, l'uomo ritornerà a quel giorno e collegherà la tristezza della signora con la ragazza che i due coniugi (il signore e la signora Balducci) ospitavano come una figlia. Ingravallo si rende conto che quella non era la prima ragazza che veniva accolta in quella casa. Dopo una serie di indagini si scoprirà come la donna non poteva avere figli e come prendesse questa situazione come una condanna.
  • Giuliano Valdarena: è il cugino della signora Liliana. È un giovane molto prestante, di bel aspetto, ammirato da tutti soprattutto dai familiari. Tutta la famiglia lo considera come il pupillo, per la grande stima che ha da parte di tutti. Solamente l'ispettore Ingravallo non lo vede di buon occhio e appena cominciano ad esserci dei sospetti su di lui riguardo all'assassinio, Don Ciccio si intestardisce nel cercare prove a suo sfavore. Questo accade poiché Ingravallo era stato colpito dal comportamento della cugina Liliana nei confronti del giovane, quasi come di una ragazzina innamorata. Questo comportamento è poi spiegabile con la mania della donna di avere figli e con il fatto che il cugino con il suo matrimonio avrebbe potuto darle un nipote che sarebbe stato un po' come un suo figlio.
  • Zamira: è una signora il cui aspetto fisico è un po' trasandato. Il viso è pieno di rughe, gli occhi quasi da strega, la bocca impauriva per il fatto che le mancavano i quattro denti sia superiori che inferiori. Il suo lavoro ufficiale era quello di magliaia, rammendatrice, tintora, ma ella svolgeva anche altre attività come chiromante, indovina, maga e chi più ne ha più ne metta. La donna lavorava in una sottospecie di laboratorio, un buco più che altro, con l'aiuto di molte ragazze. Il laboratorio della Zamira era famoso in tutta Roma e era frequentato da molti uomini che si recavano lì un po' per giocare a carte, un po' per le ragazze, un po' per la Zamira.
AMBIENTAZIONE: La vicenda si svolge nell'anno 1927, quando ormai Mussolini era al potere in Italia ed essa cominciava ad assumere la forma della dittatura. Nel testo sono ben specificati i riferimenti temporali a partire dalle date. Il romanzo comincia, infatti, il giorno 20 febbraio, una domenica, in cui il protagonista si reca a pranzo da amici. La vicenda termina il 25 marzo circa con la visita di Ingravallo alla domestica della donna uccisa.
Anche i luoghi sono ben delineati dall'autore con una grandissima precisione per quanto riguarda la descrizione spesso anche troppo esasperata. La vicenda si svolge in ogni modo a Roma o nelle sue vicinanze. Inizialmente in un appartamento al numero 219 di via Merulana, poi la storia si sposta dal commissariato di polizia alle zone periferiche di Roma, come i Castelli Romani, il Torraccio, i Due Santi, ecc.

TRAMA: L’intreccio del “giallo” ruota attorno a due delitti avvenuti a distanza di pochi giorni (14 e 17 marzo 1927) nello stesso stabile romano di via Merulana 219 (“er palazo dell’oro”, o”de li pescicani”, nella fantasia popolare). L’aggressione all’aristocratica veneta Menegazzi da parte di un robusto giovane che le ruba una quantità di gioielli, e l’omicidio della ancor più ricca Liliana Calducci.
 Delle indagini è incaricato il commissario di origine molisana Francesco Ingravallo ( tutti ormai lo chiamavano Don Ciccio), che dei coniugi Balducci era conoscente: meno di un mese prima aveva pranzato a casa loro,trovando modo di ammirare calorosamente la bellezza malinconica di Liliana, donna tormentata dall’assenza di prole.
Ingravallo è un poliziotto sui generis : un po’ filosofo , un po’ psicologo; si ostina ad applicare alle sue indagini letture scarsamente apprezzate dai superiori(“ questioni un po’ da manicomio: una terminologia da medici dei matti)”. La contemplazione del cadavere di Liliana, prostrata a terra i n una “posizione infame” , supina con la gonna rovesciata  fino al petto, dà adito a considerazioni amare e cerebrali sui misteri del sesso e della morte. I primi sospettati sono il maturo e obeso Commendator Angeloni, funzionario “der Ministero dell’Economia Nazionale”, il quale è noto alla polizia per i suoi sospetti rapporti con certi garzoni di macelleria (tra i quali potrebbe esservi l’autore del furto Menegazzi), e soprattutto il giovane e fatuo rappresentante di commercio, Giuliano Valdarena, cugino di Liliana e primo scopritore del suo cadavere , nel cui appartamento si rinvengono banconote e gioielli appartenuti alla defunta ( di ritorno da un viaggio di lavoro, il rozzo marito di Liliana, Remo Balducci, scopre che l’assassinio è stato accompagnato dal furto).
Valdarena sostiene che la cugina gli aveva fatto questi regali in vista delle sue nozze ( e in cambio della promessa di farle adottare il primo bambino che fosse nato dall’unione).
Il gigantesco sacerdote Lorenzo Corpi ( “ dieci chili de ossi de di tacci”) rivela l’esistenza di un testamento olografo di Liliana, con il quale il cospicuo patrimonio viene suddiviso in numerose donazioni, per lo più alle giovani “figliocce” che di volta in volta si sono alternate in casa Calducci: splendide ragazze del popolo romano delle quali Liliana amava morbosamente circondarsi (e la cui torbida quasi ferina sensualità Don Corpi descrive con insistenza).
Ingravallo ricorda bene la conturbante domestica che aveva conosciuto durante il pranzo a casa Calducci,Assunta Crocchiapani,la quale era stata preceduta dalla ancor più eccitante fisicità di tale Virginia Troddu (“un fascio,un imperio tutto latino e sbellico”). Dalle testimonianze di Don Corpi e del marito, abilmente ottenute dalla dolce suasivi del dottor Fumi, emergono ambigui rapporti tra Liliana e le sue protette.
Nel frattempo l’autore della rapina Menegazzi viene identificato in tale Enea Metalli .Le indagini si spostano ormai,coordinate oltre che da Ingravallo , dall’istrionico e che incalzante funzionario napoletano Fumi, nell’ambiente delle “figliocce”, tutte provenienti dal circondario della città,nella fascia in cui le ultime borgate sfumano nel contado. Al momento del delitto l’Assunte si era allontanata da casa Balducci per assistere il padre moribondo nella sua casa a Or di Gheppio.
Il 22 marzo viene fermata per prostituzione l’ultima delle “figliocce”, Ines Cionini, che viene interrogata a lungo e alla fine svela agli investigatori l’attività ambigua del laboratorio-antro-bettola “delli Du Santis”, gestito dalla fattucchiera Zamira Pàcori, nel quale le allieve”rimagliatrici” adescano i passanti, fra i quali , ricorda con rabbia Ines, il suo ex fidanzato Diomede Lanciani, che in passato ha lavorato come elettricista presso la Menegazzi.
Pure nell’orbita della Zamira, una ragazza dagli occhi neri come due stelle dell’inferno: l’Assunta Crocchiapani. Infine si capisce che il fratello di Diomede, Ascanio, che lavora in un banchetto di porchetta in piazza Vittorio, ha fatto da palo durante il furto Menegazzi.
La mattina dopo l’ambizioso e zelante brigadiere piemontese Pestalozzi si dirige verso il laboratorio di Zamira su un side-car; gli ritorna in mente”l’interminabile sogno della notte” precedente, dominato da un “topazio” che si trasforma in un “topo”, e della contessa Menegazzi  che diviene una “Circia ebriaca”.”Alli du Santi”( località della periferia dominata da un tabernacolo con l’affresco di Pietro e Paolo, opera del pittore Manieroni) Pestalozzi interroga Zamira, e scopre alla mano di una delle sue lavoranti, Lavinia Mattonari, un anello con il topazio della Menegazzi. Lavinia chiama in causa  sua cugina Camilla:in un comodino della camera da letto di quest’ultima viene rinvenuto un pitale in cui è nascosta la refurtiva della rapina Menegazzi (affidata a Camilla da Enea Metalli).
Lo stesso 23 marzo Ingravallo si reca a tor di Gheppio per interrogare l’Assunta assisa al capezzale del padre morente in compagnia di una vecchia, la Veronica, che pare “impietrata nella rimemorazione degli evi”. Ingravallo stringe d’assedio l’Assunta, vuole il nome dell’assassino di Liliana, e alla ragazza sfugge un lapsus forse rivelatore: “No, sor dottò,no,no,nun so’ stata io!”, grida disperata; “il grido incredibile bloccò il furore dell’ossesso, reso furente dall’ingratitudine di Assunta che non ha neanche partecipato ai funerali di Liliana che tanto l’aveva beneficata (“Nun far del bene, si nun è che vuoi avè mmale”).
Egli non intese ciò che la sua anima era in procinto d’intendere. Quella piega nera verticale tra i due sopraccigli dell’ira, nel volto bianchissimo della ragazza lo paralizzò, lo indusse a riflettere: a ripentirsi quasi”. Ingravallo avverte dentro il male commesso da altri, l’universale dolore di tutti i cuori.
La narrazione si ferma con un’apocope: la ricerca pare non giungere a conclusione.

NARRATORE: Nel Pasticciaccio non è possibile rintracciare un vettore narrativo dominante. Sono pochi i passi in cui viene a galla un narrante di cornice; questa voce narrante sembra poi subito rientrare, aggredita dalla vociferazione babelica della rappresentazione.
Non vi è una sola voce che parla: ogni personaggio è una logica, una lingua, una visione in conflitto con le altre.
Nei primi capitoli predomina il discorso libero indiretto; negli ultimi quattro capitoli troviamo un addenso di metafore e digressioni, nel tentativo di comprendere l’esistenza che, più elementi si considerano, più diventa intricata e complessa.

STILE: La pluralità dei lessici a cui lo scrittore attinge è catalogabile secondo una serie di vettori: verticale [il registro], orizzontale [dialetti e lingue], storico [latinismi,grecismi], settoriale [ i linguaggi tecnici e specifici].
La gradazione verticale va da un livello aulico , di parole rare (“rorida, redimita,colmino…), ad un livello triviale/plebeo.
La gamma orizzontale si estende dalle espressioni straniere alle voci gergali. Il romanesco è il veicolo espressivo di tanti personaggi ed intride di sé l’intera tesatura del romanzo.
Accanto al romanesco compaiono il veneziano, della contessa Menegazzi, il napoletano del dottor Fumi, il miscuglio molisano-romanesco di Ingravallo, frequenti toscanismi, taluni lombardismi ed anche un piemontesismo.
Gadda presta poi particolare attenzione alla freccia storica del linguaggio; di qui il ricorso a voci ormai cadute.
Al versante storico-filosofico troviamo i calchi sul latino e sul greco [elicitare,laniare, scipione..clepsidra..].      
Infine, lo scrittore considera fondamentale l’apporto espressivo dei linguaggi tecnici. Tecnico assume per Gadda una valenza amplissima: è tale qualsiasi campo dell’attività umana che produca un proprio lessico specifico.
La lingua  perde ogni linearità classicistica per diventare uno straordinario strumento di analisi, di mimesi “dall’interno”: lo scrittore si tuffa nella realtà senza frapporre alcuno schermo protettivo, ne assorbe ogni voce, ogni inflessione, ogni dissonanza, e ciò che ne nasce è un formidabile impasto linguistico che si riversa su fatti, cose e personaggi con camaleontica duttilità.
Il testo abbonda di minuziose e particolareggiate descrizioni di ambienti, strade, luoghi, fisionomie di personaggi.
Spesso gli intermezzi filosofici che collegano gli sviluppi delle indagini della polizia sono difficilmente comprensibili anche a causa di un elaborato gioco di preposizioni, punteggiatura e miscugli di termini dialettali. Infatti in molti passi si tende all'eliminazione dei punti fermi per preferire una narrazione fluente grazie anche all'abbondanza di frasi subordinate spesso collegate non da regolari congiunzioni, ma dall'uso di una punteggiatura ricercatissima che pullula di virgole e due punti. La difficoltà interpretativa iniziale è data anche dalle numerose metafore per indicare lo stato fascista ed in particolar modo il Duce, definito come: “Quello de Palazzo Chiggi nun j'era parso vero de dì la sua puro lui più forte de tutti”, “ Pupazzo a Palazzo Chiggi..” intento a “strillà dar balcone come uno stracciarolo”oppure “Testa di Morto in pernacchi” e ancora “Ladro di pentole e di casseruole a tutte le genti “. Spesso Gadda introduce, anche di punto in bianco, citazioni dai più svariati autori (da Tolstoj a Pascoli ) difficili da comprendere all'interno del contesto.
 
TEMA E MESSAGGIO: Siamo nel marzo 1927; ormai Mussolini è dittatore a pieno titolo, dopo aver definitivamente superato la crisi susseguente al delitto Matteotti ed aver concentrato in sé tutti i poteri .
 La trama del Pasticciaccio può essere certo raccontata senza particolari riferimenti al contesto storico, ma così facendo vanno perdute essenziali stratificazioni di senso. Intento di Gadda è di far emergere una più radicale omologia tra regime e delitto: l’assassinio Balducci, in cui si fiuta la furia della “belva infinita”, non è che il doppio di quel più grande misfatto che è stato il fascismo.
Sarcasmo,omologia, terreno di coltura sono,in sintesi, le dimensioni in cui si intersecano fascismo e trama narrativa, producendo un sostanziale arricchimento di senso che si apre sui temi del male e del rapporto tra questo e società umana.
 Il clima storico è molto importante per cogliere il tono dell’opera: attraverso uno schema narrativo fluido e ricchissimo, dove anche gli elementi minimi, apparentemente casuali e trascurabili diventano il nodo di un sistema infinito di relazioni, un pretesto per divagare tra le innumerevoli possibilità offerte dal mondo della conoscenza. Il bersaglio contro cui Gadda si scaglia con la sua felicissima verve linguistica è la società rigida, ipocrita e crudelmente ottusa della borghesia fascista, con tutti i suoi miti fasulli: l’efficientismo degli apparati burocratici, la fertilità come unica prerogativa femminile, la virilità ostentata e arrogante, una famiglia che dietro all’apparente solidità nasconde violenza e sopraffazione. Anche la scelta del personaggio femminile principale è in linea con quanto appena detto: Liliana Balducci è una donna che non può avere figli e che a causa di questo handicap (in quanto lo stato fascista favoriva ed esaltava la fecondità) appare psicologicamente instabile tanto da dover sempre accogliere in casa giovani ragazze o giovani parenti per ovviare alla mancanza di una prole propria. Un ulteriore motivo antitetico con l'opera moralizzatrice del nuovo governo è la scelta di sviluppare gli effetti di un delitto: appare chiaro come i giornali nazionali (pilotati dal regime) non potessero dare grande attenzione e importanza ai fatti di cronaca nera che avrebbero intaccato l'Italia nella sua immagine idillica ed eticamente perfetta quale il fascismo stava cercando di costruire.
 L’intento di Gadda è quello di ricostruire la società del periodo fascista dal punto di vista del popolo semplice che sembra ancora "incontaminato" dalla falsa immagine che il nuovo stato vuole dare all'Italia. I personaggi che appaiono non occupano gradi elevati della società altrimenti, se così fosse, si contribuirebbe ancor più alla causa fascista. Infatti in quelle rare volte che compaiono accenni ad alti funzionari di polizia si può osservare come questi uomini vivano in un mondo "alter" rispetto a quello in cui si svolge la storia, un mondo distaccato dagli eventi concreti, un mondo posticcio in cui tutto sembra andare per il meglio e dove ogni fattaccio appare come insignificante e facilmente riconducibile alla normalità (i giornali infatti avevano dato poca importanza al delitto di Via Merulana).

COMMENTO: Al di là dei significati del libro e intimamente legati a questi, colpisce e diverte il lettore soprattutto lo stile di Gadda, il suo barocchismo che non è altro che ricchezza lessicale ed espressiva, la scelta di parole sature di significato, di umori, di echi gergali o dialettali. Le parole, con la loro etimologia complessa e impastate di vita, influenzano il punto di vista dei personaggi e non si limitano a indicare le cose, ma ne esprimono l'essenza.
La complessità del linguaggio impiegato e le frequenti digressioni rendono la lettura a volte faticosa ed esigente.
A renderla più gradevole, a stemperare l'amarezza delle analisi, concorrono l'umorismo, l'ironia, la comicità, di cui il libro è impregnato.


IL PROBLEMA DEL FINALE: Gadda vuole fare col Pasticciaccio un'attenta analisi della realtà umana e non. Egli pone su due strade parallele la ricerca della verità: da una parte l'indagine per scovare il colpevole dei misfatti accaduti nella Via Merulana, dall'altra, l'uomo che cerca di capire cosa sia davvero il mondo in cui vive, con tutte le incertezze e le complicazioni che nascono man mano che va avanti con questa duplice ricerca, la quale muove sia all'infuori dell'individuo sia al suo interno senza però avere fine. Da ciò deriva l'esigenza di non porre termine al libro (rendendolo così ancora meno "giallo, ma lasciarlo in sospeso su un'illuminazione improvvisa del protagonista: Ingravallo avrà per caso scoperto l'artefice dei reati? L'uomo scoprirà la chiara e unica verità circa se stesso e la realtà che lo circonda? Non lo sappiamo e, di certo, l'autore non illude nessuno (compreso se stesso) di saperlo, quindi non si assume la responsabilità di trarre delle conclusioni al riguardo. Certo, vista dal punto di vista di un romanzo questa decisione è discutibile, però da un  punto di vista più profondo ciò è completamente accettabile, anzi rende l'opera ancora più completa.
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