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Sul simbolo, come preludio al “Simbolismo”

mercoledì 25 giugno 2014

“La Nature est un temple où de vivants piliers 
Laissent parfois sortir de confuses paroles; 
L’homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l’observent avec regards familiers”.
C. Baudelaire, Correspondances, in Les fleurs du mal



Simbolo, allegoria e metafora sono concetti, per certi aspetti, simili tra loro. Per Carl Gustav Jung1 il discorso attorno ai simboli non può prescindere dall’inconscio, in quanto i simboli ne costituiscono il linguaggio proprio e i sogni i suoi mezzi di comunicazione. Il linguaggio è ricco di simboli ma l’uomo utilizza anche segni e immagini per poter esprimere il senso, il significato di ciò che intende comunicare. Spesso noi abbiamo familiarità con oggetti dei quali, tuttavia, non conosciamo le diverse implicazioni simboliche: la connotazione dei simboli va oltre il significato che può apparire convenzionale o scontato. Nel simbolo vi è qualcosa di vago se non di inaccessibile per noi2. René Alleau, da parte sua, accosta la lingua dei simboli a quella della musica3. Per comprendere la lingua dei simboli è necessario studiare e comprendere i suoi principi teorici. Come una nota musicale non ha un unico significato, non possiede soltanto quel senso, un senso definitivo ma è in connessione con il contesto ritmico e sonoro, così il simbolo è in dipendenza dal contesto mitico e rituale al quale appare associato. Secondo Morier, il simbolo è “un oggetto concreto scelto per significare l’una o l’altra delle sue qualità dominanti”: la sfera come simbolo della perfezione, l’acqua come simbolo della purificazione, del battesimo. Caratteristica del simbolo è la possibilità di essere plurivalente: il leone, ad esempio, può alludere alla forza, alla superbia, al coraggio ecc. “Fiamma” è, per fare un solo esempio, un tropo convenzionale della poesia che simboleggia l’amore. E di simboli è riccamente intessuto Pelléas et Mélisande di Debussy: la foresta, l’anello, il pozzo, l’acqua; se ne dovrebbe effettuare uno studio a parte.

Nella tradizione culturale in generale e, più in particolare, in quella letteraria, sono stati elaborati molteplici significati4. I simboli hanno una radice culturale e la loro interpretazione corretta e attendibile necessita pur sempre di riferirli a codici storicamente condizionati5. Ogni cosa può assumere un significato simbolico: gli oggetti naturali (pietre, piante, animali, esseri umani, montagne e vallate, il sole e la luna, il vento, l’acqua, il fuoco), le forme astratte (i numeri, le figure geometriche come il triangolo, il cerchio, il quadrato). L’intero cosmo risulta, così, un simbolo potenziale. L’uomo, con la sua tendenza all’attività simbolizzante, trasforma inconsciamente in simboli le forme e gli oggetti (attribuendovi in tal modo una enorme importanza psicologica), e li esprime per mezzo della religione, risalendo fino ai tempi preistorici; registra e rivela i simboli che, per i nostri antichissimi antenati, avevano una portata significante ed emozionale. Ancor oggi, del resto, come dimostrano la pittura e la scultura moderne, è sempre viva l’interrelazione tra religione e arte. Un dipinto del pittore russo Kazimir Malevich del 1913 consiste esclusivamente in un quadrato nero su sfondo bianco: forse il primo quadro astratto. Malevich scrisse: “Nella mia lotta disperata per liberare l’arte dalla zavorra del mondo oggettivo, ho trovato rifugio nella forma del quadrato”. L’anno successivo, il pittore francese Marcel Duchamp collocò un oggetto scelto casualmente (uno scolabottiglie) su un piedistallo presentandolo a una mostra. Il quadrato di Malevic, lo scolabottiglie di Duchamp, possono essere ritenuti gesti simbolici che nulla hanno a che fare con l’arte in senso stretto. Essi indicano, tuttavia, due poli (“costruzione rigorosa” e “rigoroso realismo”) entro i quali è compresa l’arte immaginativa dei decenni successivi. Trasposizioni oniriche della realtà, visioni che sorgono dall’inconscio sono anche i quadri di Giorgio De Chirico

Il pittore italiano, influenzato profondamente da Schopenhauer e Nietzsche, ebbe a scrivere: “ Schopenhauer e Nietzsche sono stati i primi a rivelare il profondo significato della profonda mancanza di senso della vita, e a mostrare come tale insensatezza possa trovare espressione artistica [...] Il terribile vuoto da essi individuato è proprio la bellezza priva di anima e turbamento della materia”. Lo studio dell’arte moderna del primo Novecento può considerarsi, per certi aspetti, un vero e proprio studio di simboli. I poeti del XIX secolo, soprattutto in Francia e in Germania, hanno iniziato un lungo percorso di sviluppo artistico che ha prodotto una frattura profonda tra arte e cristianesimo. Gérard de Nerval aveva avvertito – prima di Nietzsche – tutto il dramma della modernità, l’abisso, lo strazio, la disperazione che si spalancava all’uomo contemporaneo nella straordinaria poesia Le Christ aux Oliviers6. E, prima di Nerval, il poeta più amato da Robert Schumann: Jean Paul Richter.

Mutamenti notevoli avverranno anche nell’ambito della musica, dell’architettura e delle arti applicate. Ne faremo qualche riferimento nelle pagine successive, cercando di illustrare più o meno sinteticamente le linee fondamentali di percorsi creativi che hanno avuto, nella Francia “fin de siècle”, uno straordinario terreno di sviluppo e di diverse implicazioni culturali che saranno tenute presenti anche in altre situazioni europee. Importanti sono anche alcune figure della riflessione filosofica ed estetica di quei decenni e che saranno fondamentali per lo sviluppo del pensiero
successivo7.

NOTE

1. C. G. Jung, L’uomo e i suoi simboli, Milano, Mondadori, 1980.

2. Ibidem, p. 19.

3 R. Alleau, La scienza dei simboli, Firenze, Sansoni, 1983, pp. 8-9.

4. Riportiamo di seguito un breve elenco di associazioni simboliche relative ad alcuni termini: Ape (lavoro, zelo, industriosità); Agnello (dolcezza, innocenza, ingenuità); Aquila (potenza, dominio, impero, genio); Albatros (convenzionale dopo Les fleurs du mal di Baudelaire: genio, malinconia); Angelo (bontà, protezione divina, annuncio del cielo; in Proust gli angeli (di Giotto, di Giovanni Bellini ecc.) sono spesso utilizzati per definire alcuni personaggi della Recherche di Proust); Azzurro (infinito, protezione, ideale, mondo spirituale).

5. Una valenza generale o universale al simbolo viene attribuita nella “critica simbolica” che si ispira allo studioso canadese Northrop Frye. Questa universalità, tuttavia, come ha indicato G. Durand, risulta essere una costante antropologica. Lo spostamento dalla convenzionalità dei codici all’individualità propria dello scrittore è una conseguenza interessante della decifrazione dei simboli inconsci nell’ambito della critica letteraria. In questo contesto, la psicanalisi può proficuamente essere correlata alla semiologia nella individuazione delle isotopie profonde del linguaggio (secondo Greimas, due o più elementi formano un’isotopia quando si strutturano allo stesso livello di senso) prendendo le mosse da alcune connotazioni linguistiche (metafore, metonimie). Per uno dei grandi maestri della psicologia analitica, Carl Gustav Jung, parlare di simboli significa parlare dell’inconscio, poiché i simboli sono il suo linguaggio e i sogni i suoi mezzi di comunicazione. Comprendere i messaggi dell’inconscio e, conseguentemente, raggiungere l’armonia tra questo e la coscienza, è l’unico modo per assicurarsi l’equilibrio e la serenità sia dentro di sé che nei confronti del mondo esterno.

6. G. de Nerval, Chimere e altre poesie, trad. di D. Grange Fiori, Torino, Einaudi, 1972, pp. 42-47.

7. E. Franzini, L’estetica francese del ‘900. Analisi delle teorie, Milano, Edizioni Unicopli, 1984.

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