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Una sera di Deodat

giovedì 12 giugno 2014

di TINO RICHELMY
Il giorno festivo gli si è consumato quasi tutto nell'adacquare l'orto. In confronto della fatica feriale sotto la tettoia rumorosa della stride segheria quest'altro lavoro, così sommesso, così indipendente, è simile ad un piacere ed egli lo sta prolungando nell'annaffiare anche i garofanetti e poi lo spigo, quando ode scoccare dalla parte del viale della Stazione il suono allegro e roboante d'una fanfara. 

Deodato balza fuori dall'orto e corre alla strada con l'assurdo sospetti che la banda del paese si sia radunata senza di lui cioè senza il sii clarino, ma arrivando al viale rasserena subito la faccia. Sì, alla luce e al vento del tramonto un folto gruppo di uomini dal berretto visiera, con gli strumenti impennati alla bocca, suonano una monferrina già ordinati in semicerchio sul piazzale della stazione. Ma egli non ne conosce neanche uno. Davanti a loro si accalca una quantità di gente estranea di varia età. I giovani e le ragazze volteggiano ballando al buona, con rustica e chiassosa giocondità. Sì, sono tutti forestieri. L dichiara anche la scritta d'una bandiera di Consorzio agricolo. Un anziano la tiene spiegata con avvinata baldanza. Sul binario morto della Stazione sostano due carrozzoni di vecchio tipo, riservati, in atte; dell'accelerato discendente dalla sera. Parecchie donne già dentro gli scompartimenti stanno ai finestrini. Aspettano pazientemente gli uomini, mariti e figli. Guardano senza affezione, o con scarso interesse montagne che affiancano l'alta valle. 

Un gruppetto di simpaticoni, piuttosto anziani, dalla musica istigati pi alla baldoria di scherzetti e di facezie, che non al ballo, sfoggiano vocioni e grida per soverchiare la sonorità della banda. Soprattutto gareggiano nell'alleggerire bottiglioni e fiaschi di vino. « Supata Margrita! » gridano l'uno all'altro.
Nel loro dialetto di piemontesi meridionali Margherita è il fiasco d vino, ed è nominata come l'amorosa dei vecchi. Quindi uno di loro - fisionomia accesa da capoccia, e corpo grosso - entra di traversi nella stretta porta del Bar della Stazione. Ne riesce poi con due altri fiaschi di vino facendo strada a una paffuta bionda cameriera con vassoio e bicchieri. Vanno ad abbeverare i suonatori in semicerchio. Gli strumenti zittiscono, ma i giovani ballano lo stesso, sgangherata­mente, come di furto al tempo che fugge.
 
Il sole sdrucciola dietro la cresta scura d'una montagna occidentale; ,ma il cielo alto rimane tuttora intensamente brillante.
 Deodato avrebbe voluto partecipare almeno con qualche ciancia e qualche saluto alla giovialità di quei forestieri... Non osò. Non gli resta che tornare al suo orto. Fischietta il motivo della monferrina udita dianzi. Quella musica semplice e vivace pare che gli abbia messo nei sensi una vogliosità, vaga e - insieme - una vaga scontentezza... Un desiderio di vita diversa, forse più intensa, magari con quei paesani di collina, loquaci, gioviali, più spensierati dei montanari. Non torna difilato verso casa, preferisce fare il percorso più lungo, quello che in un certo tratto fronteggia la Chiesa. Ed ecco che a metà via deve inopinatamente sostare, perché raggiunge la processione di fedeli, preti, stendardi, statue e « santi segni » che stanno rientrando nella Chiesa stessa. Cantano ancora e pregano collettivamente. Questo spettacolo sacro è raro per Deodato.
Egli che vive le sue settimane con la preoccupazione del salario e della famiglia, qui dimostra lo stupore di un non iniziato. Non sa cosa dirsi guardando i sacerdoti processionanti con dignità di passo e di gesti, le donne dal velo agghindato sugli occhi pii e lucenti, un prete che accento dalla soddisfazione va e viene lungo la colonna con grandi cenni esortatori.
Fra i fedeli è anche un vecchio il quale si inchina s'incurva si batte il petto in un rapimento tutto compunzione e ingenuità; vi sono dei gio­vanotti che partecipano convenzionalmente alla coreografia sacra; vi sono bambinelli che graziosamente ignorano ciò che fanno. Bianco­vestiti e con le spalle un po' impacciate da alucce di garza camminano dondolando, affiancati da due piccole suore le quali paiono chiuse dal collo ai piedi in un tubo scuro. Presso un muretto, a lato della proces­sione, un uomo di mezza età, decorosamente vestito, assiste con uno sguardo cavo, quasi buio, come per scrutare e investigare un'insonda­bile idea. Poi alza lo sguardo dai « santi segni » al cielo che si è illu­minato di nuvole colorate del tramonto. Anche gli occhi di lui, pover' uomo borghese, s'illuminano un poco.
Deodato osserva quello spettatore, anzi si riflette in lui: gli pare di rassomigliare a lui, nella statura mediocre, nella corporatura normale, nella faccia colorita e glabra, persino nello sguardo un po' vuoto.

Riprova l'impressione di poco prima, quando sul piazzale della stazione nel guardare i forestieri, sentiva un desiderio di nuova e di più intensa vita nella socievolezza, nella semplicità delle cose. Egli non sa dirsi se il giorno festivo gli ha dato soddisfazione o tristezza. Forse per la prima volta osserva e cerca di capire se stesso. Ma perché? Non gli basta la moglie ancor giovane, e serena? Non gli bastano i figli ancora teneri e docili? Queste riflessioni sono forse la maturità della vita' L'effetto dei suoi vicini cinquant'anni?

Anche quel borghese spettatore perplesso della processione è sui cinquant'anni. Anche Francois, il compaesano che stamane gli ha venduto una buona forma di cacio è sui cinquant'anni di età. Francois - che ha pure famiglia, un figlio attualmente militare e una ragazza già alienata, perché moglie d'un ricco paesano - vive con la moglie su un limita­tissimo e povero altipiano in una casa remota dagli uomini e dai loro usi, dove se non vuole morire occorre che continuamente si affatichi e pensi alla fatica. Il casolare di Francois, dalla valle si scorge a stento, perché confuso con il limite superiore del bosco di larici; costruito appunto con assi e scorze e liste di larici; con scarso rilievo sui retrostanti sfasciumi o macereti della Rocca Bianca. 

Deodato ora guarda verso quell'alta veduta. Nel cielo finora limpido si è formata chissà come una nuvola che si muoveva appunto verso la Rocca Bianca, e là indugia, là oscilla con molta delicatezza, seguendo un gioco o un disegno occulto, finché vi si avvicina oscurandola e anticipandole la notte.

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