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WALTER LIPPMANN. OPINIONE PUBBLICA E DEMOCRAZIA - Introduzione

lunedì 16 giugno 2014


Nella cultura politica italiana Walter Lippmann non è un autore molto noto,L’opinione pubblica, sia stato recentemente ripubblicato1.
sebbene diversi dei suoi libri siano stati tradotti e quello più originale,
Negli Stati Uniti, al contrario, Lippmann è stato considerato, da più studiosi, come uno tra gli intellettuali che hanno espresso con maggiore lucidità le speranze e le contraddizioni dell’America del Novecento.
John Dewey, già nel 1922, scriveva che leggere L’opinione pubblica era “un’esperienza illuminante”, e che poteva accadere al lettore di finire il libro senza comprendere che esso è “forse il più efficace atto d’accusa mai scritto nei confronti della democrazia, così come essa è correntemente concepita”2.
In occasione del settantesimo compleanno di Lippmann, nel settembre 1959, venne presentato a Washington il volume Walter Lippmann and His Times: tra i diversi contributi del volume sono presenti gli scritti di Arthur M. Schlesinger, Reinhold Niebuhr, George Kennan, Raymond Aron3.
Più recentemente John P.Diggins, ricostruendo le posizioni degli intellettuali americani di fronte al fascismo, ha scritto che “per avere un quadro più compiuto dell’interpretazione liberale del fascismo dobbiamo ora rivolgere la nostra attenzione ai tre più eminenti intellettuali americani dell’epoca: Walter Lippmann, Reinhold Niebuhr e John Dewey”4.
Due sono essenzialmente le motivazioni di questi ed altri riconoscimenti.
In primo luogo va ricordato che Lippmann pubblicò dal 1931 al 1967 un commento ai fatti sociali e politici di maggior rilievo con il titolo di Today and Tomorrow e che tale commento, dalle pagine del “New York Herald Tribune”, veniva ripreso e riproposto da più di duecento giornali nazionali. Questo fatto conferiva alle sue riflessioni una visibilità ed un influenza sull’opinione pubblica americana che difficilmente poteva essere ignorata dagli intellettuali e soprattutto dai politici.

Inoltre, benchè Lippmann nella sua giovinezza avesse abbandonato la ricerca filosofica, iniziata come assistente di George Santayana ad Harvard, ed avesse preferito seguire la carriera giornalistica, tuttavia sin dagli inizi della propria attività prese l’abitudine di staccarsi periodicamente dalla quotidianità per chiarire a se stesso e agli altri i presupposti filosofici del proprio impegno culturale e civile. Già il suo primo libro del 1913 A Preface to Politics , come la maggior parte dei suoi volumi, rispondeva a questa esigenza. Egli espresse esplicitamente questa dinamica della propria attività intellettuale, che univa il confronto con la quotidianità al tentativo di riflettere sui mutamenti epocali e sulle questioni ultime che gli apparivano emergere dalla storia5 . L’ attività giornalistica era per Lippmann uno stimolo alla ricerca dei principi interpretativi dei mutamenti che si trovava a commentare quotidianamente. Questa esigenza lo portava a riflessioni di carattere filosofico, storico, sociologico e politico.

Certamente la sua straordinaria longevità intellettuale ha creato non poche difficoltà a coloro che hanno inteso descrivere sinteticamente e schematicamente le sue posizioni. Nel corso della prima parte del secolo, egli è stato dapprima iconoclasta e progressista, poi osservatore disincantato e elitista democratico; dopo la seconda guerra mondiale venne considerato un esponente del realismo politico e un sostenitore della legge naturale e della filosofia pubblica. Nell’ultimo periodo della sua esistenza fu assai vicino a Kennedy e si scontrò con grande asprezza con Johnson riguardo alla guerra del Vietnam, considerata dall’anziano Lippmman una sciagura per l’America.
La difficoltà di offrire una lettura unitaria di questo percorso lunghissimo e ricco di cambiamenti è ben testimoniata da un’ interpretazione della sua opera che individua cinque diverse fasi della sua riflessione filosofico-politica6.
Tra i diversi libri in lingua inglese che sono stati dedicati alla ricostruzione e alla interpretazione della sua opera, quello più completo e ricco di dati è stato scritto da Ronald Steel, che si è avvalso sia della collaborazione dello stesso Lippmann e della sua seconda moglie Helen, sia della possibilità di consultare i manoscritti e le carte di Lippmann che sono conservate all’università di Yale7.
Malgrado l’innegabile politicità della riflessione di Lippmann non esiste , per il lettore italiano, una ricostruzione delle sue posizioni filosofico - politiche.
Questo libro intende rispondere a tale mancanza. Può contribuire a chiarire il filo interpretativo che ha guidato il lavoro un breve cenno alla sua genesi.
Durante un soggiorno negli Stati Uniti, mentre stavo studiando l’opera di Reinhold Niebuhr e la sua ricerca di una posizione in grado di evitare gli opposti errori nella considerazione della politica ai quali, secondo questo autore, conducono sia il sentimentalismo che il cinismo, mi capitò di imbattermi in alcuni riferimenti a Lippmann, ricordato come un progressista autocritico proprio in nome del realismo8.
Per alcuni anni il nome di Lippmann restò per me nel limbo degli autori che si intuiscono importanti, ma che non si decide di approfondire: l’occasione di un lavoro sul rapporto tra Niebuhr e Dewey9 e l’aver ascoltato una relazione nel quale veniva esplicitamente tematizzato il rapporto tra Niebuhr e Lippmann10 riaccese il mio interesse e fece maturare l’idea di questo lavoro.
Ho ricordato la genesi di questa ricerca per chiarire l’interesse che la ha orientata, quello appunto della individuazione di una posizione realista di fronte alla politica, tale, per usare il linguaggio di Niebuhr, da non incorrere nell’eccessivo realismo dei cinici, che considera la politica semplicemente come una lotta per il potere, né nell’utopismo dei sentimentali, che in nome degli ideali sottovaluta l’ineliminabile presenza della forza , degli interessi particolari.
I momenti centrali dell’itinerario di Lippmann sono stati analizzati a partire da tale ottica. In modo particolare si è focalizzata la ricerca attorno al suo confronto con questi temi : la questione del rapporto tra opinione pubblica e democrazia negli anni venti; la crisi dell’economia liberale e le sue conseguenze dopo il crollo del 1929; il problema del realismo politico e il dibattito con Kennan negli anni quaranta; il venir meno di una serie di riferimenti ideali nella società americana degli anni cinquanta.

Come appare evidente, Lippmann si è misurato con alcune delle questioni focali della riflessione politica del Novecento.
Si tratta di questioni complesse, diverse tra loro. L’ipotesi che questo libro propone è che nel confronto con tali problemi Lippmann abbia ricercato una concezione realista della politica, in grado di sostenere il liberalismo.
Dal 1937 in poi tale intenzione viene, in un certo senso, manifestata esplicitamente: il volume The Good Society afferma nella sua seconda parte l’esigenza di una ricostruzione del liberalismo.
Il tema che connette le posizioni del giovane Lippmann alle successive, quelle che emergono negli anni trenta, apparentemente assai diverse, è quello dell’opinione pubblica.
Lippmann si chiede come sia possibile preservare la libertà dell’individuo in uno stato liberale e democratico, qualora l’opinione pubblica venga manipolata e il condizionamento che essa esercita sulla politica e sulla concreta attività di governo assuma un peso determinante.

Il libro del 1922 tenta di spezzare questo circolo vizioso proponendo una sorta di elitismo democratico: tale proposta provocherà la critica di Dewey.
Negli anni successivi questa ipotesi viene precisata e il nuovo liberalismo che Lippmann propone nel 1937 è tale in quanto afferma il costituzionalismo, la libertà dall’arbitrio garantita dalla legge, e la libertà di mercato.
Lo stesso Lippmann avverte il punto debole di tale proposta: la difficoltà di difendere la società democratica dal prevalere degli interessi particolari , delle fazioni.
Egli pensa che un esecutivo forte, volto alla difesa della legge e dell’interesse di ogni cittadino, possa meglio contrastare i gruppi di pressione e i loro tentativi di manipolare l’opinione pubblica: proprio quest’ultimo aspetto, che è quello che ha suscitato più perplessità, anche tra coloro che pure stimavano le analisi di Lippmann11, lo indirizza verso l’approfondimento del tema della filosofia pubblica.

Lippmann sperimenta, durante gli anni del New Deal, la difficoltà di rinvenire una leadership determinata dall’interesse della nazione, più che dai propri.
L’esigenza di una filosofia pubblica, di una serie di valori comuni e condivisibili da qualsiasi cittadino che voglia spassionatamente fare uso della propria razionalità, emerge in tale contesto e afferma in sostanza la necessità del riferimento, sia da parte dei cittadini , che delle élites, a valori comuni.
Lippmann, partito dalla critica all’opinione pubblica, dalla denuncia degli effetti negativi della manipolazione del consenso nelle moderne società liberali e democratiche, giunge, già alla fine degli anni trenta, a formulare l’esigenza di una filosofia pubblica.
A partire da questa tappa del suo itinerario inizia a confrontarsi con un nuovo problema. Egli è ben consapevole che i valori tradizionali vengono, come si espresse nel 1929, “corrosi dagli acidi della modernità”12. D’altra parte quella che per Lippmann è la più alta conquista della modernità, la piena libertà individuale, nel corso della sua realizzazione storica, qualora non sia limitata dal riferimento a valori comuni, può condurre alla società illiberale, retta dal potere del più forte.

Egli aspira, insomma, a conservare e difendere le conquiste della modernità, in primo luogo la più completa libertà individuale, limitando però quella tendenza al relativismo e al nichilismo che gli appare il rischio maggiore connesso alla accentuazione della totale libertà individuale.
La proposta della filosofia pubblica si comprende come espressione di tale esigenza. In realtà se è chiara l’istanza dal quale Lippmann muove, non sono affatto chiaramente definiti i punti di arrivo ai quali giunge.
La sua prospettiva è quella della ripresa della legge naturale: in questo potrebbe sembrare che Lippmann approdi ad un’ontologia tradizionale, cosa che non accade. D’altra parte egli non aderisce nemmeno ad una prospettiva di carattere costruttivistica, tale da sostenere che tra gli istituti ed i valori che l’uomo ha prodotto nella storia, alcuni siano preferibili rispetto ad altri.

Quello che emerge dalla sua riflessione è essenzialmente un’esigenza irrisolta. Egli esprime da una parte l’istanza di una accettazione della mutevolezza , della ricchezza dell’esperienza, della pluralità, della libertà in tutti i suoi aspetti; dall’altra la richiesta di significati stabili e di valori politici non meramente soggettivi. In altre termini, più vicini al nostro discorso, esprime da una parte l’esigenza di considerare la realtà della società e della politica in tutti i suoi molteplici, instabili e a volte poco etici aspetti; dall’altra la necessità che nella politica siano presenti ideali e valori.
Tale dinamica, presente sin dall’inizio della sua attività, diviene più evidente negli anni: nell’ultimo periodo della sua riflessione politica egli esprime in modo esplicito tale duplice esigenza, che, a nostro avviso, manifesta la tensione ad un approccio realista alla società e alla politica.

Nel corso di questo lavoro, quella che abbiamo già ricordato come una caratteristica di Lippmann , il fatto che gli sia stato un giornalista impegnato nella quotidianità, che abbia però preteso di fissare i principi che ispiravano i propri interventi quotidiani, considerando la sterminata mole di articoli pubblicati, si è rivelata, dal punto di vista dell’analisi una difficoltà.
Si è scelto di privilegiare l’analisi dei volumi di carattere filosofico-politico: per quanto riguarda il confronto con gli scritti giornalistici, esso è stato limitato a quegli articoli che hanno suscitato maggiori reazioni nell’opinione pubblica o a quelli nei quali veniva schematizzata una questione di particolare interesse nella ricostruzione della sua prospettiva politica..
L’altra difficoltà è stata quella di precisare il contributo, che la grande ricchezza di rapporti da Lippmann intrattenuti con giornalisti, intellettuali e politici, ha offerto alla sua riflessione politica.

Anche in questo caso si sono privilegiati quei rapporti e quelle influenze più immediatamente connesse allo sviluppo del tema del realismo: in questo senso la ricerca che presentiamo non ha la pretesa di ricostruire tutti i legami, le suggestioni le influenze, che a volte seppure individuabili negli scritti di Lippmann, non sono esplicitate. Essa intende piuttosto offrire una prima presentazione della prospettiva politica di questo intellettuale liberale, focalizzata intorno alla sua ricerca di un approccio realistico alla politica.

BIBLIOGRAFIA
1. Di Lippmann sono stati tradotti i seguenti volumi: Public Opinion, Harcourt , Brace, New York, 1922(tr.it. L’opinione pubblica ,Edizioni di Comunità, Milano, 1963. Ripubblicato dall’editore Donzelli nel 1995); The Good Society, Little, Brown, Boston, 1937(tr.it. La giusta società, Einaudi, Roma,1945); U. S. Foreign Policy, Little, Brown, Boston, 1943(tr.it. La politica estera degli Stati Uniti, Einaudi, Roma, 1946)U.S. War Aims, Little Brown, Boston, 1944(tr.it.Gli scopi di guerra degli Stati Uniti, Einaudi, Roma, 1946); Essays in the Public Philosophy, Little,Brown, Boston, 1955(tr. it. La filosofia pubblica, Edizioni di Comunità, Milano 1957); The Communist World and Ours, Little Brown, Boston, 1959(Competere per esistere,Einaudi, Torino, 1959 ).

2. J. Dewey, Review of Public Opinion by WalterLippmann, in “The New Republic”, 30,1922. Ora in J. Dewey, Middle Works, Southern Illinois University Press, Carbondale Ill.,1983, vol.XIII,pp.337-344.
3. Walter Lippmann and His Time(eds. M.Childs and J.Reston)Harcourt ,New York, 1959(Di seguito si citerà l’edizione Books for Libraries Press, Freeport, New York, 1968).
4. J.P.Diggins, Mussolini and fascism. The View from America, Princeton University Press, Princeton, N.J, 1972, p.589 (tr.it. L’America, Mussolini e il fascismo, Laterza, Roma –Bari, 1972,p.613).
5. James Reston ricorda come Lippmann abbia esplicitamente affermato “di aver vissuto due vite, una nei libri e l’altra nei giornali. Ognuna di esse aiuta l’altra. La filosofia è l’orizzonte generale all’interno del quale io scrivo i miei articoli. L’articolo è il laboratorio o la clinica nel quale verifico la filosofia e gli impedisco di divenire troppo astratta”. Cfr. J. Reston, The Mockingbird and the Taxicab, in Walter Lippmann and His Times, cit,p.227. Recentemente Barry D.Riccio si è impegnato nell’analisi di entrambi gli aspetti del pensiero di Lippmann. Cfr.B. D.Riccio, Walter LippmannOdyssey of a Liberal, Transaction Publisher, New Brunswick and London, 1994.
6. Cfr. B.F Wright, Five Public Philosophies of Walter Lippmann, University of Texas Press, Austin, 1973.
7. Cfr. R. Steel, Walter Lippmann and the American Century, Transaction Publisher, New Brunswik and London, 1999(ed.or.1980). Il volume di Steel è una ricchissima ricostruzione della vita di Lippmann: ad esso ci siamo principalmente riferiti per quanto riguarda le notizie biografiche. Utile in questa ottica, anche se di alcuni anni fa, è anche il libro di D. E. Weingast, Walter Lippmann. A Study in Personal Journalism , Rutgers, University Press, New Brunswick, New Jersey, 1949.
8. Si trattava di diversi riferimenti presenti nel libro di C. Lasch, The True and Only Heaven. Progress and its Critics, Norton & Company, New York and London, 1991(tr.it. Il paradiso in terra. Il progresso e la sua critica, Feltrinelli, Milano, 1992). Per quanto riguarda il realismo di Niebuhr si veda G. Dessì, Reinhold Niebuhr. Cristianesimo e democrazia, Studium, Roma, 1993.
9. Cfr.G. Dessì, Il dibattito sul liberalismo nell’America degli anni trenta: Niebuhr e Dewey, in “Democrazia e diritto” ,2-3, 1996,pp.213-252.
10. Durante il Convegno internazionale “Augusto Del Noce. Essenze filosofiche e attualità storica” che si svolse a Roma dal 9 al 11 novembre 1995 Bernard Cook, della Loyola University di New Orleans, tenne una relazione sulle affinità tra le posizioni di Niebuhr, Lippmann e Del Noce. Cfr. B. Cook, R. Niebuhr, W. Lippmann, A. Del Noce: parallelismi e convergenze, in Augusto Del Noce. Essenze filosofiche e attualità storica, a cura di F. Mercadante e V. Lattanzi, Edizioni Spes- Fondazione Del Noce, Roma, 2001, vol.II,pp.481-492.
11. R. Niebuhr, The Democratic Elite and American Foreign Policy, in Walter Lippmann and His Times, cit.,p.169. Niebuhr afferma di condividere l’analisi di Lippmann , ma di non nutrire nessuna fiducia nella cura proposta per risanare la democrazia.
12. W. Lippmann, A Preface to Morals, MacMillan, New York, 1929, p.19.
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