News Updates :

"Gargantua e Pantagruel" François Rabelais

martedì 15 luglio 2014


Può essere considerato il capolavoro della letteratura francese del Cinquecento. Pantagruel è il re dei Dipsodi e figlio del gigante Gargantua. Dopo il successo del primo libro, lo scrittore è, così, spinto dalla voglia di rielaborare il racconto dal quale ha preso spunto, scrivendo la storia del gigante Gargantua (nonché padre di Pantagruel). Ma per meglio comprendere le vicende storiche che accompagnano questi personaggi, è bene ricorrere a esempi estrapolati dai vari capitoli del testo, che possano facilitare la comprensione della trama.

Gargantua nasce dall’orecchio di sua madre, Gargamelle, alla fine di una gravidanza durata undici mesi (capitoli III-V) e la sua prima reazione fu di chiedere da bere a gran voce. Il padre, Grandgousier, allora osserva: “Que grant tu as!” (“Che grande gola che hai!”), e da qui il nome Gargantua (capitolo VI). Comincia così l’infanzia del gigante, allattato da una mandria di mucche e vestito con metri e metri di tela, finché, a cinque anni, inventa il “forbiculo”, salace presa in giro della civiltà cinquecentesca (capitoli VII-XIII). Segue il racconto dell’educazione del bambino, prima affidato a dotti e pedanti maestri di cultura medievale (capitolo XIV), poi inviato alla scuola dei “sorbonagri” a Parigi, dove fa il suo ingresso a cavallo di un’enorme giumenta agghindata con le campane strappate dal campanile di Notre-Dame (capitoli XV-XXII) e quindi istruito secondo i princìpi dell’Umanesimo (capitoli XXIII-XXIV). Nel frattempo, il paese di Gargantua scende in guerra contro i sudditi di Picrochole per una questione di focacce (capitoli XXV-LI). Il gigante allora interrompe gli studi per accorrere in aiuto del padre e, nel corso del conflitto, incontra l’eroico frate Jean, su consiglio del quale, dopo la vittoriosa conclusione della guerra, fa costruire l’abbazia di Thélème, la cui unica regola è “fai ciò che vuoi” (capitoli LII-LVII).

Alla nascita di Pantagruel, la madre Badebec muore, cosicché il padre Gargantua non sa se piangere “come un vitello” o ridere “come una vacca”. Dopo che numerosi segni accompagnano questa nascita prodigiosa, è raccontata l’infanzia di Pantagruel (capitoli IV-VII), la lettera sull’educazione che il padre gli invia (capitolo VIII) e l’incontro con Panurge, che diventerà l’inseparabile compagno della sua vita (capitolo IX). Segue l’epopea della guerra contro i Dipsodi (gli assetati), nel corso della quale Panurge prende al laccio 660 cavalieri e Pantraguel uccide 300 giganti (capitolo XVI), allaga una città con la sua urina (capitolo XVIII) e sconfigge in duello il capo dei nemici, Loup-Garou (Lupo mannaro) (capitolo XXII).
Nel capitolo XXIII, di ritorno da un viaggio dentro la bocca del gigante, il narratore Alcofribas Nasier promette ai lettori che scriverà presto il seguito della storia.
Come s’è detto, il libro che Rabelais scrisse dopo il Pantagruel fu il suo antefatto; l’autore scrisse il seguito del Pantagruel nel Terzo libro, dove il protagonista è Panurge. Riflessione sulla prodigalità e sul matrimonio, questo libro appare più legato all’attualità rispetto ai due precedenti, in particolare adombra il dibattito sulla superiorità o inferiorità del sesso femminile. Dopo avere rapidamente dilapidato una cospicua eredità, Panurge si lancia in un elogio dello sperpero del denaro e dei debiti, quindi annuncia la sua intenzione di sposarsi e, sotto lo sguardo divertito di Pantagruel, effettua un sondaggio tra indovini, poeti, teologi, filosofi e medici per scoprire se sia bene o no prendere moglie. Infine, decide di sottoporre la questione all’oracolo della Diva Bottiglia. Questa decisione servirà da pretesto per il Quarto e il Quinto libro, anch’essi legati ad argomenti d’attualità, come la critica contro i magistrati e contro il papa (con il quale era allora in contrasto il re di Francia Enrico II) che costò al Quarto libro la censura dei teologi della Sorbona. Il Quarto e il Quinto libro raccontano quindi il viaggio di Pantagruel e Panurge per mari e terre inesplorate, fino all’arrivo nel regno dove si trova il tempio della Diva Bottiglia. Interrogato da Panurge, l’oracolo pronuncia una sola parola: “Trinch” (cioè “bevi”), incitando l’eroe ai piaceri del buon vino che riempie “l’anima di tutte le verità, tutto il sapere e tutte le filosofie”.

Il capolavoro di Rabelais utilizza sapientemente fonti popolari e letterarie, antiche e moderne, così come mescola lingue colte (greco, latino, ebraico), dialetti e idiomi inventati (il dialetto degli Antipodi). La varietà e la complessità dei riferimenti impedisce di classificare l’opera unicamente come parodia, né la si può considerare solo frutto dell’ateismo dell’autore (l’irriverenza religiosa era a quei tempi abbastanza frequente in certi ambienti) o della militanza di Rabelais nelle file dell’Umanesimo; la lettera sull’educazione che Gargantua scrive al figlio, per esempio, può essere letta sia come una manifestazione di fiducia entusiastica nei princìpi umanistici, sia come una parodia dei suoi eccessi. Poliedrica, esuberante, eccessiva,
caratterizzata dall’ingrandimento delle funzioni fisiologiche dei suoi eroi unito alla descrizione minuziosa di dettagli incredibili, l’opera di Rabelais sfugge a ogni interpretazione riduttiva e si presta a molteplici letture.

Scandaloso per Calvino, incomprensibile per La Bruyère, volgare e noioso per Voltaire, nel XX secolo Rabelais è stato oggetto di un’originale interpretazione da parte del critico letterario russo Bachtin, che in un saggio famoso esaltò lo scrittore francese come campione della cultura popolare, autore di una visione rovesciata e carnevalesca del mondo che rivaluta gli aspetti “bassi” e materiali della realtà, in contrasto con l’idealismo della cultura ufficiale.


Share this Article on :
Ads arab tek

© Copyright Universtudy 2010 -2011 | Design by Herdiansyah Hamzah | Published by Borneo Templates | Powered by Blogger.com.