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Il pensiero nell’età del progresso: Spencer

mercoledì 16 luglio 2014


L’idea di progresso, esteso alla totalità del mondo, ed il suo valore quasi divino sono alla base del Sistema di filosofia sintetica, diffuso nell’1860 da Herbert Spencer (1820-1903). Ingegnere delle ferrovie inglesi, abbandonata la carriera si dedicò alla sua attività di scrittore e filosofo. Nel saggio Il progresso, sua legge e causa, del 1857, l’evoluzionismo è interpretato come evidente affermazione del progresso, inteso come fatto universale e cosmico.
L’evoluzione, per Spencer, è un processo durante il quale elementi disomogenei e separati entrano in reciproca dipendenza. Coerentemente con il positivismo, Spencer riscontra analogie tra l’organismo individuale e l’organismo sociale. Entrambi vedono l’aumentare della loro massa con il passare del tempo, mutare la loro struttura, che diviene più complessa, aumentare l’interdipendenza delle loro parti e sopravvivere alla morte delle loro singole componenti. Il suo pensiero è quindi basato sul connubio tra l’evoluzionismo darwiniano ed una visione sociologica organicista che prende le mosse da Comte.
Il carattere divino della realtà, disvelata dal progresso cosmico, è il punto di partenza dei Principi primi, il suo scritto filosofico fondamentale. Nella prima parte dello scritto “L’inconocibile”, viene prospettata la possibilità di una conciliazione tra religione e scienza, dato che entrambe hanno come oggetto un mistero, che da sempre esige di essere interpretato. La natura ultima della realtà, di cui la scienza studia le manifestazioni è un enigma impenetrabile e tale è destinato a rimanere. E questo perché la nostra conoscenza è chiusa entro i limiti del relativo e ad essa è precluso l’accesso alla realtà suprema, sia che la chiamiamo Assoluto o Infinito. Se la scienza è limitata al fenomeno, questo non significa che esso sia pura apparenza. I fenomeni sono per Spencer una meravigliosa manifestazione dell’Inconoscibile, “gli effetti condizionati di una causa incondizionata”, ma non per questo sono meno reali di essa. Il rapporto di reciproco rispetto tra la religione e la scienza si fonda sul fatto che la prima deve riconoscere l’Inconoscibile e la seconda agire all’interno del conoscibile. E la filosofia? Ad essa spetta la conoscenza al suo più alto grado di generalità. La filosofia è la rappresentante stessa della teoria evolutiva, poiché è il prodotto finale di quel processo che comincia con la raccolta di osservazioni isolate e termina con le proposizioni universali. Essa deve assumere come suo proprio materiale e punto di partenza i principi più vasti e generali ai quali la scienza è giunta. “Unificare i risultati delle varie scienze in una generalizzazione superiore”, per questo Spencer definisce il suo pensiero come sistema di filosofia sintetica. I risultati generali raggiunti dalle varie discipline scientifiche sono riassumibili in tre principi:

  • L’indistruttibilità della materia,
  • La continuità del movimento,
  • La persistenza della forza.
Tali principi generali richiedono una formula sintetica che implichi una redistribuzione della materia e della forza e Spencer la identifica con legge dell’evoluzione per la quale la materia passa da uno stato di dispersione a uno di concentrazione, mentre la forza che ha operato tale concentrazione si dissipa.
I Primi Principi definiscono la natura e i caratteri generali dell’evoluzione che è un processo che si attua attraverso tre passaggi:
  1. Passaggio dall’incoerente al coerente,
  2. Passaggio dall’omogeneo all’eterogeneo,
  3. Passaggio dall’indefinito al definito.
  1. Possiamo ritrovare questa tendenza a passare da uno stato di disgregazione ad uno di coerenza e di armonia nello sviluppo del sistema solare, in un organismo animale, in una nazione.
  2. Ogni organismo, animale o vegetale, si sviluppa attraverso la differenziazione delle sue parti, che da principio sono chimicamente o biologicamente indistinte poi si differenziano fino a formare organi diversi. questo processo è proprio di ogni sviluppo in qualsiasi campo della realtà.
  3. Indefinita è per esempio la condizione di una tribù selvaggia, in cui non c’è specificazione dei compiti e delle funzioni come in una società civile.
L’evoluzione è dunque per Spencer un’integrazione di materia e una concomitante dissipazione di movimento, durante la quale la materia passa da un’omogeneità indefinita e incoerente ad una eterogeneità definita e coerente; durante la quale il movimento conservato soggiace ad una trasformazione parallela. Un processo necessario, il cui punto di partenza, l’omogeneità è uno stato instabile che deve trapassare nell’eterogeneità per raggiungere l’equilibrio. Essa deve cominciare, e una volta cominciata deve continuare, il senso di questo processo è ottimistico.
Spencer applica il principio evolutivo al campo di varie scienze, dalla biologia, alla psicologia alla sociologia e all’etica. In contrasto con la sociologia di Comte, e con l’indirizzo generale del positivismo, quella di Spencer è orientata verso la difesa di tutte le libertà individuali, in quanto il tema che la guida è il principio che lo sviluppo sociale deve essere lasciato in mano alla forza spontanea che lo presiede e che dunque l’intervento dello stato nei fatti sociali non è che un elemento di disturbo. Inoltre tale sviluppo sociale è lento, graduale e inevitabile tanto da render inutili quelle idee di riforma proclamate dal positivismo sociale. Ogni tentativo di bruciare le tappe dell’evoluzione storica, ogni sogno di visionari e utopisti, non fa che ritardare o sconvolgere il naturale processo dell’evoluzione. Questo non significa però che l’individuo debba passivamente subire il corso degli eventi, l’attuale regime industriale, come lo chiama, fondato sull’attività indipendente degli individui, libero dal regime statale, lo determina a rafforzare le sue esigenze e a rispettare quelle degli altri, rinvigorendo la coscienza dei diritti personali e motivandolo a resistere agli eccessi del controllo statale. E questo in vista di un terzo regime sociale che concili insieme egoismo e altruismo. Possibilità questa che può essere prospettata soltanto dall’etica. La tensione verso una vita più lunga ed intensa è ciò che si deve intendere per felicità e la morale di Spencer è una morale edonistica, ma non utilitaristica nel senso prospettato da Bentham o dai Mill, perché sebbene il fine ultimo e indiretto della moralità sia l’utile collettivo, il movente diretto di essa è il dovere.
Un dovere che è un a-priori per il singolo, ma non lo è per la specie. quella di Spencer è un etica evolutiva, che da conto del sorgere del sentimento morale quale frutto di esperienze ripetute e accumulate attraverso il succedersi di innumerevoli generazioni. Queste esperienze hanno prodotto la coscienza morale. Secoli di Coazioni esterne, politiche, religiose e sociali hanno prodotto un sentimento di coazione puramente interiore e autonomo.1
Col procedere del completo adattamento dell’uomo allo stato sociale, le azioni più elevate, richieste per lo svolgimento armonico della vita sociale, l’altruismo, il sacrificio, diverranno con l’evoluzione così comuni come ora lo sono quelle azioni inferiori cui ci spinge il semplice desiderio.. l’evoluzine morale, facendo coincidere la soddisfazione del singolo col benessere e la felicità altrui (concetto di simpatia) provocherà l’accordo finale dell’altruismo e dell’egoismo.
(E vissero 100 anni felici e contenti!).

 NOTE
1. Oggi potremmo dire che la morale è cultura interiorizzata.
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