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La mentalità nel basso Medioevo: la nuova concezione del mondo e dell’individuo

mercoledì 30 luglio 2014


La nuova organizzazione dell'economia e della società ha riflessi evidenti sulla
mentalità e la concezione del mondo. Si può dire che nelle città di questo periodo sia in gestazione un uomo nuovo, rispetto a quello del mondo feudale.
 
Una visione dinamica della società e dell’economia
La realtà cittadina è caratterizzata da un'economia aperta, dinamica, e da una struttura della realtà sociale che consente una sia pur relativa mobilità e spezza la rigida struttura in caste: la conseguenza più naturale è una visione dinamica del mondo, l'idea che la realtà può trasformarsi. Il fattore della trasformazione è l'uomo stesso. Il mercante è un uomo attivo, che incide sulla realtà che lo circonda con la sua capacità di calcolare e prevedere, con la sua audacia nel rischiare, con la spregiudicatezza dei mezzi impiegati. Nasce così una nuova fiducia nella forza dell'uomo che può trasformare la realtà e modellarla secondo la sua volontà, mediante l'intelligenza e l'energia. È una concezione nuova dell'individuo e del suo valore: l'uomo non conta solo più in quanto appartiene o meno ad una certa casta sociale (l'aristocrazia, il clero, i contadini), ma in quanto individuo singolo, per le sue capacità personali, per le doti naturali che possiede.

La rivalutazione della realtà terrena e materiale
Da questo atteggiamento scaturisce la curiosità di esplorare anche ciò che non è noto, al di là dei limiti fissati alla conoscenza dalla tradizione, in obbedienza ai propri interessi: è il caso dei mercanti che si spingono nelle contrade più lontane pur di trovare fonti di merci e mercati, e scoprono così realtà nuove e impensate, che studiano con attenzione e rigore (si pensi a Marco Polo nel Milione). Ma ne deriva anche un'aderenza alla realtà concreta, una volontà di conoscerla personalmente attraverso l'esperienza diretta, che intacca la fiducia in ciò che viene tramandato dall'auctoritas. Questa rivalutazione della forza individuale, questa aderenza alla realtà concreta rendono anche l'uomo più attaccato alla vita terrena, più incline a giustificare il godimento dei beni materiali.

Rivalutazione della sfera mondana (contro il contemptus mundi e l’ascetismo dell’Alto Medioevo)
Entrano così in crisi i fondamenti dell'ascetismo medievale, caratterizzato dal "disprezzo del mondo", e si delinea una rivalutazione della sfera mondana, che non viene più condannata come peccaminosa e fonte di perdizione; nella natura, che detta all'uomo passioni e appetiti, non si vede più un'insidia da scacciare, ma una forza sana e benefica da assecondare, e si ritiene al contrario che vada eliminato ogni ostacolo frapposto al suo libero espandersi. Tali aspetti hanno un'influenza determinante sulla letteratura.

 Ascetismo=è l’atteggiamento di chi persegue la perfezione interiore e ascensione (avvicinamento) verso Dio attraverso la rinuncia ai piaceri, ai beni materiali, l’esercizio continuo delle virtù (pazienza, sopportazione, carità, mitezza, umiltà), la preghiera, il disprezzo del mondo e delle sue attrazioni (contemptus mundi, compreso quello del corpo, considerato strumento di peccato).

I nuovi valori della classe mercantile: contro la liberalità cortese si afferma una diversa concezione del denaro basata sull’utile, sul profitto, sull’importanza del denaro come strumento di ascesa sociale.
Accanto ad una nuova visione generale del mondo e dell'individuo si affermano nuovi valori che regolano la vita associata degli uomini. Si è visto che un valore centrale della concezione feudale era la liberalità, il saper do­nare generosamente, il rifiuto di ogni calcolo interessato, il disprezzo del denaro. Tale concezione era l'evidente riflesso di una classe sociale caratterizzata dal consumo, non dalla produzione di beni. La produzione avveniva infatti in una sfera separata e lontana dalla vita dei privilegiati, e da essi era volutamente ignorata. Per questo il signore feudale aveva un profondo disprezzo per il denaro. Quella ricchezza, che gli giungeva "magicamente", poteva e doveva essere sperperata, poiché si pensava che si sarebbe sempre rinnovata. Ben diversa è la mentalità mercantile: il mercante produce la ricchezza personalmente, con la sua fatica giornaliera e con la sua intelligenza; perciò non può certo disprezzare il denaro: la visione mercantile si incentra proprio sull'utile, sull'interesse, sul risparmio. Quelle che per il signore feudale erano manifestazioni di grettezza da disprezzare, per il mercante diventano virtù. Nel linguaggio del tempo la virtù fondamentale prende nome di masserizia: ed è l'oculata amministrazione dei propri beni, il calcolo avveduto e prudente che evita ogni sperpero che potrebbe intaccare irrimediabilmente il patrimonio. Non bisogna però pensare che, nel concreto, tra la nobiltà di origine feudale (ormai divenuta cittadina) e la borghesia mercantile vi fosse un violento scontro di mentalità, un contrasto irriducibile di stili di vita. Dopo un periodo di aspre lotte, si era arrivati ad una sostanziale fusione dei due ceti, che avevano dato luogo ad una nuova aristocrazia cittadina. Lo stesso avviene a livello di mentalità e valori. La nuova classe che si è affermata non ripudia affatto i valori di quella che la precedeva nell'egemonia sociale; anzi, tende ad ereditarli, a fonderli con i propri. Anche attraverso la cultura, la lettura di splendidi esempi di gesta magnanime e di nobili sentimenti, testimoniati dai romanzi cavallereschi e dalla lirica d'amore, l'ideale della cortesia esercita un fascino straordinario sui borghesi, che ne assimilano i princìpi e cercano di tradurli in realtà, ispirando ad essi il loro stile di vita.
Si tende cioè a creare un equilibrio tra masserizia e liberalità: l'accorta amministrazione del patrimonio non deve impedire la generosità disinteressata e l'ostentazione di splendide forme di vita, ma d'altro canto il vivere splendido e magnanimo non deve arrivare a compromettere il patrimonio. Vedremo quanto peso abbia la cortesia nel mondo del Decameron, che pure celebra l'«epopea dei mercanti» e delle loro virtù».

Il conflitto con i valori della Chiesa
La visione della realtà propria della società mercantile è in sé antagonistica, oltre che a quella feudale, anche a quella della Chiesa. Il cristianesimo medievale privilegiava la contemplazione sulla vita attiva, condannava l'attaccamento ai beni materiali, lanciava anatemi sull'usura e sul prestito di denaro a interesse, ritenendolo peccato mortale e fonte di sicura dannazione. Il mercante, se era un buon cristiano, non poteva non provare sensi di colpa nell'esercitare le sue attività, nell'accumulare ricchezze e nel ricavare profitti dalle operazioni bancarie. Comunque non si arriva affatto ad uno scontro frontale tra le due concezioni, ma piuttosto ad un compromesso: la Chiesa consente al mercante di tacitare i suoi sensi di colpa con la beneficenza e le penitenze. Si possono trovare mercanti che in punto di morte, in segno di pentimento, lasciano parte delle loro ricchezze in eredità a "messer Domeneddio", cioè alla Chiesa per opere di carità. E comunque i mercanti restano convinti, come ci documentano i libri familiari da essi redatti, che, se saranno onesti, Iddio proteggerà e favorirà le loro attività





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