News Updates :

La poesia lirica di François Villon

martedì 15 luglio 2014


Sostenuta da una crescente popolarità, soprattutto nella Francia meridionale, la poesia lirica diviene un genere molto diffuso; ciò è dovuto all’introduzione nella poesia francese di opere di una vigorosa e originale vena espressiva, rivelando un uomo che, pur manifestando un attaccamento alla vita in tutti i suoi aspetti, condivide il senso del peccato e l’ossessione per la morte, elementi tipici del Medioevo. Chi meglio rappresenta questo genere è François Villon, che grazie alla forza e individualità nei suoi componimenti poetici ha esercitato una forte influenza sulla poesia lirica sino ai nostri giorni.
Egli nasce a Parigi nel 1431 e il suo vero nome è François de Montcombier, ma rimasto orfano adottò il nome del suo tutore, Guillame de Villon. Considerato uno dei padri della poesia lirica moderna, della sua vita poco si conosce, poiché gli unici documenti di cui si dispone sono di origine giuridica, e ciò contribuì a creare, presso i poeti romantici, un’immagine leggendaria di “poeta maledetto”. Durante gli studi universitari prende parte attiva alla tumultuosa vita goliardica e nel 1455, in occasione di una rissa, uccide un religioso ed è costretto a fuggire, ma graziato sei mesi dopo rientra a Parigi, anche se rimane coinvolto in una rissa in un furto e deve lasciare Parigi finché nel 1461 viene arrestato e imprigionato; dopo qualche mese, tuttavia, gli viene accordata la grazia dal re. Il resto della sua vita è comunque costellata da episodi analoghi.
Nel 1456, il poeta scrive la sua prima opera: Il Lascito, noto anche come Piccolo Testamento.
Egli, a seguito di un dispiacere amoroso, si allontana da Parigi e ricorrendo al genere “testamento”, diffuso in quel tempo, finge di voler fare dei lasciti agli amici, ai conoscenti e ai nemici; in realtà si tratta di eredità scherzose, oggetti di poco valore che neppure possiede o semplici consigli. A interrompere questo gioco è il rintocco di una campana e lui, costretto a pregare si smarrisce. Al momento del suo risveglio concluderà questo scherzoso testamento, che nella sua facile agilità e toni leggeri, ci rivela la personalità di Villon: la sua esistenza disordinata e tormentata da una parte e dall’altra il suo spirito gioioso e spensierato.
Dopo pochi anni scrive, a Parigi, Il Testamento in cui ricorda la sua amara prigionia, rimpiange la giovinezza passata e riflette sulla sua povertà ereditata ed esprime le proprie paure; si appresta, così, a fare testamento poiché si sente debole (più debole di beni che di salute).
Infine, il poeta Villon conclude con due ballate: Ballade des pendus (Ballata degli impiccati) e Ballade des dames du temps jadis (Ballata delle dame del tempo che fu).
Nella prima ballata egli sottolinea la sua paura per la corda e i pericoli che spiano i bimbi perduti; è un appello alla carità cristiana e al perdo no dei poveri più che degli impiccati. Al centro della poesia vi è il tema della redenzione richiamato dalle esortazioni che gli impiccati fanno ai passanti: essi esortano a pregare per loro e Dio, di conseguenza, avrà pietà di tutti gli uomini. Nella seconda ballata, invece, descrive malinconicamente la fugacità della bellezza femminile e l’attaccamento alla vita come all’amore per le donne.

Share this Article on :
Ads arab tek

© Copyright Universtudy 2010 -2011 | Design by Herdiansyah Hamzah | Published by Borneo Templates | Powered by Blogger.com.