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Che cos’è “filosofia della religione”: La sistemazione di I. Kant (1724-1804)

lunedì 6 ottobre 2014

Non è permesso all’uomo di restare inattivo e di lasciar fare alla Provvidenza [...]. Il compito degli uomini di buona volontà è “Che venga il regno di Dio e sia fatta la sua volontà” sulla terra.
I. Kant, Opus postumum, ed. Laterza, pp. 107-109.

• l’intento de La religione entro i limiti della semplice ragione, del 1793, è già preannunciato in una nota1 della prefazione alla Critica della ragion pura del 1781;
• la religione è essenzialmente un fatto morale, pur distinguendosi da questa per il fatto che nella religione «la conoscenza di tutti i nostri doveri» è data «come comandi divini» (p. 353);
• a prova il concetto di santità (Heiligkeit): «è la perfetta conformità del volere alla legge morale che funge da fondamento di determinazione unico ed esclusivo dell’azione morale, senza alcuna mistura con moventi pseudoetici quali il piacere, l’utilità, il volere di Dio, la felicità intesa come amore di sé (Selbstliebe). Essa è il fine ultimo e l’ideale regolativo e costitutivo dell’esperienza etico-religiosa dell’uomo, in quanto nessun essere razionale finito è in possesso di una volontà pura, ma, in quanto soggetto a bisogni e moventi e motivazioni sensibili, non è capace di un volere tutto santo tale da escludere impurità e contraddizioni con la legge morale nella sua altezza sublime»2;
• vi è distinzione tra religione rivelata e religione naturale: «la religione in cui mi occorre prima sapere che qualcosa è un comando divino perché io possa riconoscerlo come mio dovere, è la religione rivelata (o che necessita di una rivelazione). Quella invece in cui devo prima sapere che qualcosa è mio dovere per poterlo poi riconoscere come un comando divino, è la religione naturale»3 (p. 355);
• «La rivelazione può senz’altro abbracciare entro sé anche la religione razionale pura; quest’ultima, invece, non può inglobare in sé l’aspetto storico della rivelazione. Di conseguenza, è possibile considerare la rivelazione come una sfera più vasta della fede, la quale contiene in sé la religione razionale pura, come sfera più ristretta (non come due cerchi esterni l’uno a l’altro, bensì come due cerchi concentrici). Il filosofo, in quanto maestro della ragione pura (che procede da semplici principi a priori), deve necessariamente mantenersi entro i limiti della sfera più ristretta, e qui fare dunque astrazione da ogni esperienza» (p. 65);
• «La teoria kantiana – i suoi critici l’hanno sentito fin dall’inizio – non rispetta a sufficienza l’originalità della religione, ma tende a ridurla all’interiorizzazione di un’idea morale», Brito, Filosofia della religione, 48;

• Bibliografia:
I. Kant, La religione entro i limiti della semplice ragione, Bompiani Testi a fronte 35, RCS Libri, Milano, 2001, 478 p.;
Fabris, Introduzione alla filosofia della religione, 24-32;
Brito, Filosofia della religione, 43-48;

1) «Il tempo nostro è proprio il tempo della critica, cui tutto deve sottostare. Vi si vogliono sottrarre la religione per la santità sua, e la legislazione per la sua maestà: ma così esse lasciano adito a giusti sospetti, e non possono pretendere quella non simulata stima, che la ragione concede solo a ciò che ha saputo resistere al suo libero e pubblico esame»: I. Kant, Critica della ragione pura, Biblioteca Universale Laterza 19, Laterza, Roma-Bari, 1989, p. 7.
2) M. Roncoroni, Parole chiave, in Kant, La religione, 469.
3) Roncoroni vi legge un parallelismo con il diritto: «V’è qui qualcosa di simile al rapporto tra diritto positivo, quale jus in civitate positum che fonda la propria vigenza, validità ed effettività sul postulato che jus est quia iussum, e il diritto naturale, il quale fonda invece la propria legittimità sul postulato e/o assioma che jus est quia justum; diritti che kantianamente stanno tra loro come il “legale” sta al “morale”, come la “religione statuaria-rivelata-positiva” sta alla religione “razionale-pura-morale”», Roncoroni, Parole chiave, 469.
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