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Il mistero del male e la libertà possibile, lettura dei Dialoghi di Agostino

lunedì 6 ottobre 2014


a cura di  SAVERIO ZEPPA
Il problema del male nel giovane
Agostino, prima del ritiro a Cassiciaco”, di Franco De Capitani; “Ermeneutica del male” di Graziano Ripanti; “L’ordine del male” di Italo Sciuto; “Disordine e male nel De Ordine” di Maria Bettetini. I saggi vertono tutti sull’opera di Sant’Agostino ed in particolare, come è facile evincere dalla lettura dei soli titoli, su uno dei nuclei tematici più importanti fra i vari trattati dal vescovo di Ippona, quello del male, naturalmente esaminato secondo ottica diverse.

Nel primo saggio, De Capitani tenta di analizzare la posizione agostiniana sul male alla luce del legame di Agostino con il manicheismo, cercando di mostrare come proprio il tema del male sia stata la chiave di volta sulla quale si resse, e attraverso la quale deve essere spiegato il rapporto tra Agostino e la setta di Mani, in quanto fu proprio questo problema a costituire una delle principali cause dell’appartenenza, prima, e della fuoriuscita, poi, di Agostino da tale setta.
De Capitani nega che l’appartenenza di Agostino al manicheismo vada considerata come una sorta di momentanea interruzione della sua crescita spirituale ed intellettuale, quasi avesse abbandonato la ricerca autentica della verità per una soluzione più semplice, comoda e meno impegnativa, quasi per un ripiego, ribadendo invece come anche quei momenti, in seguito rinnegati, abbiano avuto un ruolo importante nella maturazione religiosa del Santo, e non vadano ritenuti solo un’occasione perduta.
Nonostante il manicheismo non avesse mai attribuito all’uso della ragione come strumento per giungere alla verità lo stesso valore che le aveva dato il vescovo di Ippona fin dai tempi della lettura dell’Ortensio, il giovane Agostino decise ugualmente di unirsi ad una setta che prometteva la soluzione all’enigma del male, o meglio all’enigma della sua origine e provenienza, di svelare l’arcano dell’ Unde malum oramai divenuto per Agostino un’autentica ossessione.

La spiegazione dualistica e materialistica dei manichei, basata sullo scontro tra Principio della Luce e Principio delle Tenebre, piacque ad Agostino in quanto gli permetteva di conciliare  l’innegabile presenza del male nel mondo con la sua ferma convinzione, mai abbandonata neppure nel periodo scettico, che la Somma Bontà dovesse essere uno degli attributi fondamentali di Dio, che l’idea di Dio non Buono, o comunque non completamente Buono, fosse assurda e contraddittoria in sé.
Accettare l’esistenza di un Principio delle Tenebre permetteva, secondo Agostino, di salvaguardare l’assoluta Bontà di Dio, liberandolo dalla responsabilità di avere creato o permesso il male. Solo l’incontro, a Milano, con il neoplatonismo (filtrato ovviamente attraverso la “chiave di lettura” del Cristianesimo) permise ad Agostino di superare la mitologia manichea e comprendere come la vera questione riguardo il male non fosse cercare di coglierne l’Unde, bensì il Quid, capire cioè che cosa fosse effettivamente il male, portandolo alla ben nota conclusione della sua insussistenza sostanziale.

Fu infatti l’incontro con il neoplatonismo, unito all’influenza del vescovo di Milano Ambrogio, a far comprendere ad Agostino rispettivamente la bontà di tutti gli enti, di ogni cosa esistente nel creato, e la natura spirituale di Dio, portandolo alla conseguente decisione di considerare il male una non sostanza, una sottrazione e corruzione del bene, quindi dell’essere, in quanto tutto ciò che è creato è (seppur in gradi diversi) bene, e dunque bene ed essere coincidono.
Tale coincidenza tra bene ed essere porterà Agostino ad accettare la natura buona di realtà apparentemente sgradevoli o negative (vipere, vermi, scorpioni), ma che in realtà sono buone in quanto in sintonia con l’ordine della realtà: ogni cosa, per quanto infima, ha il suo posto legittimo voluto da Dio nell’insieme del Creato, ogni cosa possiede un grado di bontà, per quanto piccolo sia.

Secondo il De Capitani, proprio la convinzione della bontà di ogni essere costituì per il Santo uno dei motivi principali di distacco dalla credenza manichea del male come frutto di un Principio delle Tenebre, cui Agostino, come accennato in precedenza, aveva dato credito per liberare Dio dalla “colpa” di aver permesso il male, per separare il più possibile Dio e il male, per tenere il male lontano da Dio, fuori da Dio.

Agostino aveva già rigettato dentro di sé il dualismo manicheo, cogliendone tutte le intime contraddizioni (se i due principi sono entrambi assoluti, ed entrambi infiniti ed incorruttibili, come possono danneggiarsi o contaminarsi a vicenda, e se possono danneggiarsi come possono essere degli assoluti? Se Dio è onnipotente ed incorruttibile, come può qualcosa d’altro minacciarlo?) ancor prima di giungere a Milano, rifugiandosi tuttavia in un monismo di stampo materialistico, causa la sua già citata incapacità a concepire le essenze spirituali (a cui avrebbe posto rimedio il neoplatonismo), ma che tuttavia non risolveva ancora il problema del male: se esiste solo Dio, e non anche un Principio malvagio, qual è la radice del male, posto che non può essere lo stesso Dio?
Come già specificato, Agostino risolse il problema negando sostanza al male, rendendolo pertanto una distorsione o perversione della volontà, che liberamente si allontana dalle cose superiori per volgersi a quelle inferiori. Nell’ottica manichea, la capacità dell’uomo di peccare derivava interamente dalla presenza, nel mondo, del Principio delle Tenebre, che spingeva l’umanità al male, mentre la posizione agostiniana lascia alla libera voluntas dell’uomo la responsabilità del male che compie, abbandonando quindi la scusante del fantomatico Principio malvagio che ridurrebbe l’essere umano ad un burattino; la volontà dell’uomo è perfettamente libera di autodeterminarsi, in positivo ed in negativo.

De Capitani conclude ribadendo come la posizione definitiva del Santo sul problema del male fosse già presente, almeno in parte, anche nel primo periodo del suo pensiero, soprattutto nell’esigenza di liberare Dio dalla responsabilità di aver permesso l’esistenza del negativo; esigenza che troverà nella predicazione ambrosiana del libero arbitrio come causa del male maggior soddisfazione di quanta non ne avesse trovata nella teoria manichea della lotta tra i due principi.

Nel secondo saggio, Graziano Ripanti mostra tuttavia come neppure l’interpretazione definitiva data da Agostino al problema del male sia da considerarsi univoca; al contrario è ricca di molteplici sfumature che possono essere notate comparando tra loro le varie opere del Santo, esattamente come fa l’autore del sopra menzionato articolo mettendo a confronto le due posizioni sul male presenti rispettivamente nel De Ordine e nel De libero arbitrio.
Secondo l’interpretazione “estetica” del male data dal vescovo di Ippona nel De Ordine, il mondo è stato creato da Dio seguendo un ordine provvidenziale, u’armonia complessiva che può essere colta solo mirando ad una visione d’insieme, senza perdersi nei particolari. Tale ordine è l’essenza di tutte le cose, ed è un’armonia che la presenza del male sembrerebbe smentire o comunque danneggiare irreparabilmente, non tanto in ciò che riguarda il mondo naturale, ma per quanto concerne l’uomo e le cose umane, nelle quali il male si dà secondo la forma della perversità.

Ammettere che Dio disponga le cose naturali in un ordine perfetto ma che non sia capace di (o non voglia) fare altrettanto con le cose umane, sarebbe assurdo; ma allora come si può conciliare la presenza del male nel mondo, del disordine nell’ordine, del contrasto nell’armonia, dell’irrazionale nel razionale? Sant’Agostino risponde affermando che il disordine del male è utile per far meglio risaltare l’armonia dell’insieme; all’interno di alcuni dettagli, l’imperfezione del Creato concorre al raggiungimento della perfezione complessiva del tutto, anche il male dunque possiede una propria finalità, un suo posto nell’ordine provvidenziale del mondo, ordine che nemmeno la perversità
umana può far venire meno. Il disordine del male dipenderebbe dunque dall’ordine della Provvidenza, questa è l’interpretazione estetica del male; diversa è l’interpretazione “etica”, che Sant’Agostino dà nel De libero arbitrio.

In quest’opera il male non è riscattato dall’ordine provvidenziale; il male è il peccato, la colpa, frutto di una perversione della libera volontà umana che porta l’uomo ad allontanarsi dal Bene Sommo ed Immutabile, da Dio, per volgersi alle cose mutevoli, fuggevoli, al non essere, al nulla, un volontario e deliberato tendere al nulla. Il male deriva dunque dalla volontà umana, è la volontà, capace di scegliere liberamente, di decidere da sola se orientarsi a Dio o al nulla, la vera causa del male. La volontà è assolutamente libera in quanto capace di volere ed insieme di non volere, una sorta di versione ridotta dell’Onnipotenza divina.
Ripanti sottolinea come, all’interno del dibattito sul male, questo primato dalla volontà, questo rendere la volontà umana la radice del male o meglio la fonte del suo potere, derivi dall’influenza del vescovo Ambrogio, che permise al giovane Agostino di superare la concezione materialistica di Dio e di concepirne la natura spirituale. Secondo Ripanti, l’interpretazione etica del male farebbe di
quest’ultimo un “frutto” dell’uomo, rendendo il male dipendente dalla libertà umana Sant’Agostino trasforma l’uomo nel vero “creatore” del male, laddove invece il pensiero moderno non è più in grado di far ciò, di ricondurre la responsabilità del male, il suo insondabile mistero, al solo libero arbitrio.

Il terzo saggio, di Italo Sciuto, non si discosta molto dall’argomento dei primi due, ovvero la polemica con i manichei e la posizione del male nell’armonia del mondo. In questo caso, l’articolo mostra come Sant’Agostino (tematica già trattata nei precedenti due testi) si sforzi di conciliare la presenza del male con la Somma Bontà, l’Onnipotenza e l’Onniscienza di Dio, di trovare una giustificazione del male che non faccia venir meno una di queste tre facoltà divine. 

L’opposizione originaria tra bene e male, tipica dei manichei, non viene rigettata del tutto da Agostino: il male, nel pensiero del vescovo di Ippona, conserva una forza ed una drammaticità molto simili a quelle attribuite, nella mitologia manichea, al Principio delle Tenebre, portatore di una vitalità ed aggressività molto superiori rispetto al Bene, capace solo di difendersi passivamente (senza dimenticare il fatto che il Male dei manichei non può mai essere sconfitto del tutto), anche se per Agostino il male ormai non è più una forza cosmica ma una pura tendenza al nulla che può essere superata, un volgersi alla mutevolezza del mondo invece che all’Essere immutabile, all’inferiore invece che al superiore. Con il manicheismo, inoltre, Agostino condivide un ottimismo di fondo: la visione di Mani e quella del Santo sono entrambe fiduciose nella “vittoria” finale del bene, nel fatto che il male non possa prevalere (per Agostino ciò è impensabile in quanto equivarrebbe a ritenere il puro nulla capace di condurre a sé Dio, Perfetto ed Incorruttibile). 

Anche Sciuto, come già Ripanti, coglie l’idea agostiniana di ordine del mondo, secondo la quale tutto ciò che esiste è regolato in modo tale da obbedire ad un’armonia complessiva, di modo che anche ciò che in sé appare inutile, malvagio o spregevole, in realtà è volto al bene, è stato creato in vista del tutto; è sufficiente cercar di ottenere il più possibile una visione d’insieme per non disprezzare il mondo e comprenderne anzi l’intima bontà. 

Da tale impostazione è logico dedurre che anche il male stesso va considerato interno allo stesso ordine, per farlo meglio risaltare, quasi che l’imperfezione delle parti sia indispensabile alla perfezione del tutto: Agostino è tuttavia troppo accorto da non capire che, seguendo tale impostazione, non solo si rende Dio autore del male, ma si fa di quest’ultimo un qualcosa di necessario.
Per evitare tale, rischio il vescovo di Ippona descriverà il male come esterno all’ordine del Creato, ricondotto quindi in tale ordine per mezzo della Giustizia divina. Ciononostante, sostiene Sciuto, continua a non essere chiaro come si possa conciliare l’Onnipotenza divina con l’esistenza del male. Per Agostino il massimo dell’ordine del bene corrisponde al massimo dell’ordine dell’essere, in quanto Sommo Bene Dio è anche Sommo Essere, ed il male è solo venir meno dell’essere e tendenza al non essere, una privazione di essere che può agire solo su ciò che è creato e non su Dio, Increato e Incorruttibile.
In quanto mutevole, il Creato è in grado sia di corrompersi, volgendosi al non essere, sia di riavvicinarsi all’essere, di ritornare all’ordine divino. È la Bontà divina che riporta all’ordine le creature che se ne sono allontanate, impedendo loro di sfociare nel nulla. Nel caso dell’uomo, il male è di matrice morale, in quanto opera della libera volontà che preferisce i beni mutevoli al Bene immutabile: è la volontà, dunque, la prima causa, la radice del male. Il male è carenza di essere, e dunque Dio, in quanto causa dell’essere, non ne può essere l’autore.

Sciuto mette tuttavia in luce come Sant’Agostino, analogamente a quanto affermato da Platone nel Timeo, non pensi che il problema del male possa essere risolto realmente ed in maniera definitiva, dalle risorse umane: l’uomo può tenere sul male un discorso tutt’al più verosimile, mai certo ed immutabile, perché il male è tendenza al nulla, e non è razionalmente accessibile ciò che si
fonda sul nulla, solo riguardo le determinazioni concrete storiche e temporali del male si può avere un discorso certo.
Non vi può quindi essere spiegazione esaustiva del problema del male. Nonostante la volontà umana sia libera di orientarsi sia verso il bene che verso il male, essa è molto più buona di quanto non sarebbe una volontà costretta a seguire sempre il bene, è il libero arbitrio a rendere la volontà sia responsabile del male scelto, sia meritevole del premio ottenuto quando, pur potendo scegliere il male, fa il bene: la libertà della volontà è essa stessa un bene, nonostante possa portare al male. La Potenza di Dio fa sì che ogni cosa sia ricondotta o trattenuta nell’ordine del bene; il male infatti è presente nell’ordine del mondo senza essere stato voluto da Dio, Lui non vuole il male, ma lo ricomprende, con la Sua giustizia, nell’ordine del bene, facendolo diventare bene esso stesso.
Di conseguenza, anche il male contribuisce, a suo modo, al Bene complessivo, perché Dio vuole che il male non sia e quindi cerca, per quanto è possibile, di estrarre il male dal bene: la potenza del Bene è quella di volere che il male non sia, implicandolo nell’ordine divino, la volontà divina toglie il male dandogli ordine. Tuttavia, secondo Sciuto, il “toglimento” completo del male è possibile solo con la fine del divenire, della temporalità, perché è in tali elementi che il male prospera; non si potrà mai eliminare completamente il male all’interno del divenire.
Neppure il quarto ed ultimo articolo si discosta molto dall’argomento dei due precedenti, con la differenza che questa volta la Bettetini si concentra esclusivamente sull’analisi del male svolta da Sant’ Agostino nel solo De Ordine. In tale opera, come già detto, il Santo teorizza la presenza di un’armonia, un ordine per l’appunto, che pervade ogni cosa ed è alla base del modo di essere di tutte le cose, e a cui non bisogna porre resistenza se non ci si vuole allontanare da Dio, esso è il mezzo per giungere a Dio, è ciò che definisce come devono essere le cose nel mondo. Naturalmente Dio, Creatore dell’ordine, ne è al di fuori, perché in quanto Bene Perfetto non ne ha bisogno.
Ed ecco che si ritorna all’annosa questione dell’origine del male: come può, in questo ordine provvidenziale, esistere il male? Nel prologo dell’opera Sant’Agostino esamina diverse ipotesi, ad esempio che Dio voglia il male nel mondo, o che si disinteressi della realtà terrena che Egli stesso ha creato, oppure che la Provvidenza regoli e vigili solo sulle realtà naturali, ignorando quelle umane, scartandole tutte, dal momento che la perfezione del Creato non sarebbe pensabile senza la presenza di un Principio ordinatore che regoli tutte le cose.
Il male è smembramento, dispersione dell’unità, è allontanarsi dall’Uno, da Dio, per volgersi al nulla, dal punto di vista metafisico il male è privazione di essere, di bontà e bellezza, mentre da quello etico è la libera scelta della volontà di andar contro l’ordine delle cose, di allontanarsi dal divino abbassandosi verso il corporeo. Ma la Provvidenza riesce a ricomprendere anche il male, etico e metafisico, nell’ordine della realtà; tutti gli aspetti del creato si armonizzano tra di loro, compresi quelli in sé negativi, ed è colpa della visione limitata e limitante degli uomini se questi ultimi non riescono a vedere il posto occupato dal male nell’armonia complessiva dell’universo. È la nostra visione parziale a cogliere nella Creazione degli “errori” che sono solo apparentemente tali, a non farci capire che anche il male è ricompreso nell’ordine. Tuttavia, pur chiarito come si concili il male con la Provvidenza ordinatrice del tutto, bisogna comunque capire da dove provenga il male.
Agostino nell’opera esamina tre ipotesi al riguardo: o il male è sempre esistito, o Dio lo ha creato, oppure esso è nato al di fuori dell’ordine. Le prime due ipotesi vengono scartate per la loro assurdità intrinseca, mentre rimane la terza, che rende il male qualcosa di esterno all’ordine, destinato tuttavia ad esservi ricondotto dalla Giustizia divina; il mondo sarebbe buono anche senza il male, ma la presenza di quest’ultimo non lo intacca comunque, grazie alla Giustizia divina che riporta il disordine nell’ordine. Il male è nulla, ed in quanto tale è fuori dell’ordine.

Per il vescovo di Ippona, comprendere l’ordine del Creato è necessario per arrivare a Dio, per elevarsi a Lui non ci si deve allontanare dall’ordine, bensì adeguarsi ad esso. Nell’ultima parte del capitolo, la Bettetini analizza le pagine di Agostino volte ad indicare nella matematica e nella musica due “medium” per meglio cogl iere l’armonia del cosmo, la simmetria e proporzionalità del Creato.
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