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LA POESIA ERMETICA NEL NOVECENTO

mercoledì 29 ottobre 2014


L’altro evento centrale nella storia del nostro novecento poetico è quello rappresentato dall’affermarsi della poesia ermetica, nelle sue diverse espressioni. Il fortunato aggettivo «ermetico» fu coniato da Francesco Flora e sta ad indicare non tanto una scuola poetica (perché di una vera e propria scuola ermetica si può parlare solo negli anni ‘40, mentre invece le prime e più significative esperienze risalgono agli anni ‘20) quanto piuttosto uno stato d’animo, un atteggiamento verso la realtà, che caratterizza molte espressioni della poesia italiana tra gli anni ‘20 e ‘40. La parola ermetismo etimologicamente indica una chiusura: in effetti il sentimento della realtà e la visione del mondo che svilupparono poeti come Montale, Ungaretti, Quasimodo appaiono caratterizzati dal rifiuto di ogni fiducia ottimistica, dalla consapevolezza della difficile condizione dell’uomo e del suo disagio esistenziale (il montaliano «male di vivere»), dalla fuga verso un mondo di esperienze marginali, private, da una costante attenzione verso eventi anche minimi. Il fatto che Ossi di seppia di Montale sia del 1925 ha poi un suo rilievo perché l’angoscia esistenziale e la visione della realtà che caratterizzano la raccolta hanno anche un’implicita valenza etico-intellettuale, esprimono una sostanziale estraneità rispetto al clima retorico della cultura del ventennio. Diversa fu la posizione di Ungaretti, che nel 1923 pubblicava il Porto sepolto con prefazione di Benito Mussolini, pur se di una vera e propria organica adesione al fascismo non si può parlare. Nel complesso però l’esperienza ermetica, pur senza essere quasi mai caratterizzata da precise intenzioni politiche, può considerarsi (proprio per il suo silenzioso antagonismo) una delle più significative espressioni letterarie di un tempo in cui ­ come poi scrisse Pavese ­ la poesia italiana fatalmente tendeva a ridursi ad un «sofferto silenzio» e la prosa ad un «colloquio estenuato» con se stessa. Anche per queste ragioni la poesia ermetica fu caratterizzata da un bisogno profondo d’essenzialità, che si tradusse nella ricerca di un linguaggio sostanzialmente nuovo, libero da condizionamenti retorici, ridotto ai nessi logico-sintattici più essenziali. Pertanto gli ermetici mirarono soprattutto alla riscoperta del valore intrinseco della parola e dell’immagine, spesso della loro primitiva significatività, ed alla tradizionale similitudine preferirono l’analogia: con l’analogia un’immagine, una situazione, un evento rappresentano efficacemente uno stato d’animo oppure un particolare sentimento della realtà senza che il nesso intercorrente tra loro venga spiegato esplicitamente. Leggiamo la bellissima San Martino del Carso di Ungaretti, che non a caso è fortemente influenzata ­ come tutta la sua prima poesia ­ dall’esperienza della guerra di trincea, cui il poeta aveva preso parte, e che ci può dare immediatamente una misura dell’efficacia di questo nuovo linguaggio:

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca
 
È il mio cuore
il paese più straziatoi
 
L’impatto di quell’immagine di rovina e di distruzione è enorme, e l’effetto è tanto forte ed incisivo proprio perché il poeta la presenta nella sua nuda essenzialità. Per la verità dopo l’esperienza di Allegria di naufragi, che rappresenta per Ungaretti la scoperta dell’ermetismo, la sua poesia evolve verso altre, più complesse mete. Ungaretti riscopre tanto il linguaggio della tradizione italiana (ad iniziare soprattutto da Leopardi), quanto una forma di commossa religiosità, che nasce anche dalla coscienza della violenza e della crudeltà della storia umana più recente, dalla ricerca di un «amore non vano» che sia un tramite autentico di redenzione, che ridia all’esistere dell’uomo quel senso che ad esso paiono negare i terribili eventi contemporanei.

Più chiusa in se stessa, quasi rarefatta, caratterizzata da soluzioni originalissime e da un lessico particolare è invece la poesia di Eugenio Montale. Motivo centrale di essa è la consapevolezza dolorosa del «male di vivere», cui fanno da contraltare improvvise illuminazioni ed un sentimento di amore per la vita tenacemente legato ad un riservato universo di memorie, presenze, incontri. Proprio grazie a questi straordinari momenti d’illuminazione, ad un faticoso, talvolta doloroso, ma anche vitalissimo scavo interiore, la poesia montaliana si risolve poi in una sofferta meditazione sulla condizione esistenziale dell’uomo. Al centro della riflessione del poeta ligure resta comunque la consapevolezza del male di vivere, che è consapevolezza del rischio dell’esistenza, del suo essere inevitabilmente esposta alla sofferenza ed al dolore, del suo consistere in un esile e tenace filo di vita, che può essere reciso in qualunque momento. In una sua famosa composizione Montale l’ha così descritto:

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato

Il male di vivere è colto in una serie di immagini simboliche di grande efficacia, in quelle che sono le sue espressioni più naturali e minute: l’inaridirsi di un ruscello, lo stramazzare di un animale, l’accartocciarsi di una foglia poco prima verde ed ora riarsa. Bellissima ed enigmatica la chiusa con una serie di altre immagini, che costituiscono l’antidoto al dolore: la statua, a tutto refrattaria nel sonnolento letargo pomeridiano, la nuvola e il falco, presenze lontane ed al tempo stesso distaccate e quasi serene.
Anche la visione del mondo montaliana ha in sé qualcosa di intimamente, seppur laicamente religioso, come dimostrano alcuni motivi fondamentali della sua poesia: il sentimento del mistero e del rischio dell’esistenza, il culto della memoria, la dolente ed affettuosa sollecitudine verso gli altri, «i raminghi che il male del mondo estenua e che recano il loro soffrire con sé come un talismano» (Ripenso il tuo sorriso), la comunanza essenziale con il mondo della natura, specchio tenace e fedele dei sentimenti, ancora il senso profondo della dignità dell’esistenza, di ogni esistenza.
V’è una delle più belle fra le poesie di Montale, Incontro, che inizia con una struggente invocazione alla tristezza, perché non l’abbandoni (altrimenti si sentirebbe abbandonato dalla vita stessa), e si chiude con un insolito dialogo del poeta (di tono vagamente crepuscolare) con una povera pianta che «in un vaso s’alleva s’una porta d’osteria». Nell’invocazione alla tristezza brucia ancora il desiderio della vita, e la tristezza è la materna custode dei ricordi, della memoria, del sentimento stesso di sé. V’è anche in questa composizione qualcosa di rarefatto, l’intrecciarsi fitto e contorto di una serie di sentimenti, immagini, impressioni, presenze, l’incombere di un’angoscia che non riesce ad esprimersi ma pare pervadere di sé le cose ed al tempo stesso il faticoso balenare di una speranza. 
L’imperativo che sembra ispirare la vita del poeta è proprio quello di scendere «senza viltà», protetto solo dalla presenza della «cara tristezza», di evitare la dissipazione della propria vita. Il tendere la mano alla «misera fronda» è anch’esso un evento tipicamente montaliano, commovente appunto perché non si tratta di un espediente letterario, ma di un gesto profondamente sentito.
Il mondo montaliano del resto è ricco di incontri minimi, di presenze, di «occasioni», per parafrasare il titolo della sua seconda raccolta (Le occasioni).
In un tenace attaccamento ad una vita di cui non si conosce bene né la meta, né la misteriosa legge che la regola, ma che pare acquistare un senso proprio per la sua stessa necessità, e di cui limite e misura rimane il mondo della natura, sembra del resto consistere uno dei messaggi più profondi della poesia montaliana.

Ed anche nella prima raccolta di Quasimodo, Acque e terre (1930), incentrata sul tema della Sicilia, terra natale dell’autore, l’isola diviene l’emblema di una felicità perduta cui si contrappone l’asprezza della condizione presente, dell’esilio in cui il poeta è costretto a vivere. Dalla rievocazione del tempo passato emerge spesso un’angoscia esistenziale che, nella forzata lontananza, si fa sentire in tutta la sua pena. Questa condizione di dolore insopprimibile assume particolare rilievo quando il ricordo è legato ad una figura femminile, come nella poesia Antico inverno. Se in questa prima raccolta Quasimodo appare legato a modelli abbastanza riconoscibili (soprattutto D’Annunzio, del quale viene ripresa la tendenza all’identificazione con la natura), in Oboe sommerso (1932) ed Erato e Apollion (1936) il poeta raggiunge la piena maturità espressiva. La ricerca della pace interiore è affidata ad un rapporto col divino che è, e resterà successivamente, tormentato anche se animato da un anelito sincero, mentre la Sicilia si configura come terra del mito, terra depositaria della cultura greca: non a caso Quasimodo pubblicherà, nel 1940, una notissima traduzione dei Lirici greci. In particolare, nel libro del ’36 vengono celebrati Apollo - il dio del sole ma anche il dio cui sono legate le Muse, e quindi la stessa creazione poetica che è resa dolorosa dalla distanza fisica dell’isola - ed Ulisse, l’esule per eccellenza. E’ in queste raccolte che si può cogliere appieno la suggestione dell’ermetismo, di un linguaggio che ricorre spesso all’analogia e tende ad abolire i nessi logici tra le parole: importante è in questo senso l’uso frequente dell’articolo indeterminativo e degli spazi bianchi che, all’interno della lirica, sembrano rimandare continuamente a una serie di significati nascosti che non possono trovare una piena espressione.
Nelle Nuove poesie (pubblicate insieme alle raccolte precedenti nel volume Ed è subito sera del 1942 e scritte a partire dal 1936) il ritmo diventa più disteso grazie anche all’uso più frequente dell’endecasillabo: il ricordo della Sicilia è ancora vivissimo ma si avverte nel poeta un’inquietudine nuova, la voglia di uscire dalla sua solitudine e confrontarsi con i luoghi e le persone della sua vita attuale. In alcune liriche compare infatti il paesaggio lombardo.
Questa volontà di dialogo si fa evidente nelle raccolte successive, segnate da un forte impegno civile e politico sollecitato dalla tragedia della guerra; la poesia rarefatta degli anni giovanili lascia il posto un linguaggio più comprensibile, dai ritmi più ampi e distesi. Così avviene in Giorno dopo giorno (1947) dove le vicende belliche costituiscono il tema dominante. La voce del poeta, annichilita di fronte alla barbarie («anche le nostre cetre erano appese», afferma in Alle fronde dei salici), non può che contemplare la miseria della città bombardata, o soffermarsi sul dolore dei soldati impegnati al fronte, mentre affiorano alla memoria delicate figure femminili, struggenti simboli di un’armonia ormai perduta (S’ode ancora il mare). L’unica speranza di riscatto è allora costituita dalla pietà umana (Forse il cuore).

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