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Pepita onlus, Uno studente su Due vittima del sexting

lunedì 20 ottobre 2014

Un ragazzo su tre ammette di aver inviato sms o foto «hot» sui social network. Gli studenti liceali più consapevoli e meno interessati di quelli dei professionali.

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Più di un ragazzo su tre - il 35% - ha mandato o pubblicato sui social network messaggi, foto o video a contenuto sessuale. E uno su due - il 49% - ne ha ricevuti. Sono i dati emersi da una ricerca sul sexting, l’abitudine a scambiarsi via sms o sul web immagini «hot» (messaggi molto espliciti, foto di nudi, pose ammiccanti, scatti di parti intime, riprese di incontri amorosi) ormai diffusissima tra gli adolescenti. Lo studio è stato condotto da Pepita onlus, un gruppo di educatori che da oltre dieci anni lavora per ridurre il fenomeno del bullismo e del cyberbullismo. L’indagine, effettuata su circa 800 ragazzi tra gli 11 e i 17 anni in tutta Italia, è stata presentata durante la giornata di studio sugli adolescenti e i comportamenti digitali «Uno, nessuno, centomila», organizzata a Milano.
Spogliarsi per un «like» su Facebook
Nella stessa occasione sono stati spiegati i risultati di un’altra ricerca sul sexting, condotta nella provincia di Monza e Brianza dal Cremit, il centro di ricerca dell’università Cattolica sull’educazione ai media, all’informazione e alla tecnologia. Qui, nel territorio ridotto di una provincia, i numeri sono ancora più impressionanti: un ragazzo su due - il campione comprendeva 900 giovani tra i 14 e i 18 anni - ha inviato questo tipo di messaggi e il 68% li ha ricevuti. Il fenomeno è senza dubbio dilagante. Ma perché i ragazzi fanno sexting? «Quando glielo si chiede, le risposte sono molto semplici: tra i ragazzi, il 21% lo fa per ricevere commenti positivi, sul cellulare o sul web. Il 20% per essere notato, il 17% per divertimento e il 15% per farsi apprezzare dal sesso opposto. Le ragazze invece lo fanno per ricevere attenzione (24%), farsi apprezzare dai ragazzi (19%), ricevere commenti positivi (19%) ed essere notate (16%) - risponde Ivan Zoppi, presidente di Pepita - Il problema è ciò che sta dietro a questa abitudine. E cioè una totale diseducazione alla considerazione del corpo. Non c’è proprio l’idea che il corpo vada rispettato, tutelato». «Il corpo è lo strumento che i giovani usano per affermarsi nel mondo del digitale, quello in cui oggi cercano conferme sulla propria popolarità», aggiunge Simona Ferrari, del Cremit. Quindi, se serve per avere più «like» su Facebook, i giovani si spogliano.
Peggio gli istituti professionali dei licei
Questo è il ragionamento di partenza. Che molti ragazzi portano a termine pur sapendo che ci sono delle conseguenze, anche penali, per il sexting: secondo la ricerca del Cremit, il 30% degli intervistati è a conoscenza del fatto che le foto e i video scambiati o postati rimarranno sempre visibili in rete. E che chi posta rischia una denuncia, un processo, una condanna. I dati di Pepita a livello nazionale mostrano ancora più consapevolezza: il 49% del campione sa cosa rischia con il sexting. «L’analisi però si può anche ribaltare: l’altra metà non lo sa, ed è qui che bisogna intervenire», dicono gli operatori. Scendendo nel dettaglio, la consapevolezza sui rischi e anche il livello di diffusione del sexting sono collegati al grado di cultura e di capacità critica dei ragazzi. «Abbiamo visto una differenza netta - spiega Simona Ferrari del Cremit - tra gli alunni dei licei, che sanno quanto il sexting potrebbe aumentare la loro popolarità sui social network ma non sono interessati a farlo, e gli allievi degli istituti professionali, disposti a spogliarsi pur di affermarsi sul web». Come intervenire, dunque? «Servono dei progetti di educazione nelle scuole, negli oratori, nelle associazioni sportive, in tutti i luoghi in cui i ragazzi si ritrovano. L’obiettivo è far capire agli adolescenti le conseguenze delle loro azioni sul web: devono capire che quello che postano e condividono va a incidere sulla vita reale, sulla loro reputazione e sulla loro identità, non rimane fermo in una dimensione virtuale. Spesso questo non è chiaro. Una volta chiarito questo, una volta chiarite le conseguenze anche penali dei comportamenti digitali, e una volta spiegato che il corpo non è uno strumento di affermazione ma fa parte del proprio sé, i ragazzi possono anche fare sexting. Ma devono farlo in modo consapevole».

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